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Lesbica attempata e irriverente festeggia ereticamente l’ottomarzo all’estero

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di Antonella

Serata al pub. Qui funziona che si balla quando e dove vuoi. Vestiti ognuno come vuole. Né trendy né altro per divertirti. Come as you are. Ma essere almeno un po’ ubriachi, quello si, aiuta. E’ per questo che i miei amici e colleghi di qua mi apprezzano: io ballo senza aspettare di essere brilla. Sempre e di fatto faccio da spazzaneve, disinibisco un po’ tutti – loro che di solito aspettano la terza pinta per smettere di vergognarsi di fare cose allegre in pubblico – e mi seguono, contagiati dal mio modo di muovermi che a loro sembra esotico e adattissimo alla musica anni ottanta che è ritornata prepotentemente in voga. Io mi sono guardata bene dallo spiegare loro che invece è l’unico modo in cui so ballare, proprio perché non ballavo dagli anni ottanta, ecco. Per dire.

Ieri, dicevo, ambiente carino ma fa un caldo boia. Si sta pigiati e sudati. Non vorrei togliermi la maglia che ho su, perché mi pare che la t-shirt che ho sotto sia troppo stretta e ultimamente – con qualche chilo in più – mi sento troppa. Troppe tette, troppa pancia (capita anche a voi, no?). Ma la mia giovane (e bella) collega mi fornisce l’argomento decisivo “che importa? Non staranno a guardare te. Sono già tutti ubriachi”. Io pure, in effetti, tanto sobria non sono, ché abbiamo iniziato già a casa a sorseggiare, quando ho preparato un piatto di pasta per tutte, dopo il cinema.

Quando inizio a ballare mi seguono quasi tutti e come sempre vivo tutto dimenticando chi sono, convenzioni, buon gusto, decoro. Voglio solo muovermi. Ricordarmi del mio corpo e lasciare che si esprima come meglio crede e credo. Celebrare la mia carnalità di solito sacrificata su una sedia d’ufficio. La musica non è nemmeno tanto male. Ma la parte divertente è interagire con le persone che ho intorno, che sembrano accogliere con favore le mie attenzioni, manco le rendessi protagoniste di un qualche show personale. Manco. Per cui viene fuori di tutto: dalla lambada alla finta-stepdance irlandese, passando per improbabili duetti rock e loro ridono e io pure tantissimo, anche se mi fanno già male gambe e collo. Birra e risate. E le birre in effetti non le contiamo più. E io sono stanca. Quando però faccio per andarmene non mi mollano e di fatto vengo cooptata da un gruppetto che mi ingloba e mi trascina verso una nuova destinazione. Che si rivelerà essere un pub dal nome art nouveau, bugiardo, perché passa musica death metal come non ci fosse un domani.

Nel percorso faccio finta di lamentarmi “però non è giusto: sono una vecchia signora e dovrei essere a dormire a quest’ora!” ed è qua che lui (con cui pure ho ballato e scherzato e di cui ho numerose volte intercettato lo sguardo, prima) mi dice una cosa che mi lusinga forse più di quanto dovrebbe “oh c’mon you were just so fuckin’ hot while dancin’ – you doesn’t look as an old lady at all”. Cioè questo giovane irish dalla testa rasata e gli occhi belli, alto appena quanto me, ma con un corpo sodo come hanno i maschi di qua e modi goffi e teneri, ironico e divertito, divertente, ubriaco – questo giovane mi ha appena fatto sentire bella. Incasso, ne ho bisogno. Altroché. Non voleva farmi un complimento: la frase l’ha sputata fuori farfugliando, ché qua si è sinceri pare solo da ubriachi. Ma va bene. Va bene. Si si si.

Però mi sovviene che mi vuole davvero, che non è stato casuale, quando saremo di nuovo nel caos della musica ad alto volume e ci urleremo cose vicino all’orecchio per riuscire a comunicare. Ha un buon odore. Anche se è sudato pure lui. Mi chiede se abito lontano. Io sorrido. Balliamo come possiamo (voi come diavolo lo ballereste il death metal?). Fa un po’ il buffone muovendosi più vicino. Lo guardo ora in modo diverso. Poi la musica si fa ritmatissima e lui mi si mette davanti, si china e accenna un inaspettato twerking. Io non resisto: gli mollo una sonora pacca con successiva palpata (ha un bel culo). Si gira. Io un po’ imbarazzata, non so perché l’ho fatto. Non ho resistito! Ma ride, io pure. Si avvicina. Mi urla “non crederai che io sia gay?” e io “certo che no, ma io lo sono”. “Lo so” mi fa “lo sappiamo tutti”. Lavora nella stessa mia azienda. Dove – quando c’è – l’omofobia è una opinione come un’altra e perciò non ha alcuna rilevanza all’interno del gruppo sociale di riferimento, non stabilisce nessuna norma e ciascuno può permettersi di essere chi è senza doversi troppo preoccupare. Mi sono regolata così: non ho mai nascosto chi sono.

Quindi, tornando al pub e al culo, riassumiamo: lui non è gay, sa che io lo sono ma gli piaccio lo stesso. Bene. Forse è in questo preciso momento che realizzo che me lo sdraierei volentieri da qualche parte a fare sesso come possibile. Giuro. E non è finita. Tutta la sera a farci e fare e farsi fare foto (io no che nemmeno mi ricordo dove ho lasciato il telefono) e quando lui mi abbraccia per farsi fare una foto con me fa finta di volermi toccare una tetta fermandosi a pochi centimetri dal mio seno. Io perciò gli prendo la mano e mi faccio toccare, lui impietrito, io gliela tengo ferma, quasi a volerlo invitare a stringere, che tanto da stringere c’è parecchio. La mia tetta destra sotto le sue dita tozze. Bello. Quando si stacca da me fa una faccia sconvolta e divertita e si porta le mani all’inguine come fanno i calciatori in barriera su una punizione. Non so se sta mimando l’imbarazzo di una erezione, lui ride e io pure, ma so per certo quel che provo io: potenza.

Ecco perché te lo scrivo: ho capito qua che intendi quando dici che le donne si liberano facendosi “soggetti desideranti”. Ho deciso come, e da chi e quando farmi toccare. Ed è stato magnifico. Da un maschio, poi. Che so bene che l’Internazionale Lesbica potrebbe ritirarmi la tessera da un momento all’altro. Ma questo è: ho capito da una palpata e da un gioco che significa essere donne un po’ più libere.

Anche se a casa sono tornata a piedi, da sola, e ho pure beccato la pioggia negli ultimi dieci minuti. Bagnata, insomma. Buon ottomarzo desiderante. E tanto amore per te, Eretica. Sul serio.

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