Su questa vicenda non potrei dire meglio di quel che ha scritto Angela. Vi suggerisco di leggerla, condivido il suo pezzo e vi auguro buona lettura!
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Formigli, tu quoque!
di Angela Azzaro (da Il Garantista)
Lunedì sera gli spettatori di Piazza Pulita (La7) hanno avuto modo di assistere a una scena per cui – una volta tanto – ha senso scomodare la grande filosofa e giornalista Hannah Arendt, quando parla della“banalità del male”. Come altro infatti definire le offese che il parlamentare Ue, Gianluca Buonanno della Lega, ha rivolto nei confronti dei rom? Li ha chiamati «feccia della società».
Sì, ha detto proprio così. Feccia della società. E ha preso pure un sonoro, lungo applauso. C’è solo un modo per descrivere questo orrore, l’offesa più l’applauso, banalità del male, perché il male – il razzismo, la mancanza di pietas, la mancanza di umanità – è diventato banale perché diffuso, normale, accettato.
Hannah Arendt chiamò così, intitolandoci anche un libro sul processo Eichmann, quel sentimento di condivisione che, durante lo sterminio degli ebrei, spinse le Ss a eseguire gli ordini, diversi intellettuali a stare zitti, la popolazione a fare finta di nulla.
Oggi sta accadendo qualcosa di simile. L’asticella dell’intolleranza e del razzismo viene spinta ogni giorno più su, troppo su, e ci sono coloro, sempre più numerosi, che applaudono.
Lo scontro. Insieme a Buonanno in studio c’erano il conduttore Corrado Formigli, il deputato dem, Stefano Fassina, la giornalista Flavia Perina, e la scrittrice e attrice serba, verso cui – fisicamente – sono state rivolte le offese. La giovane donna davanti agli insulti ha sgranato gli occhi, si è alzata, si è indignata, ha provato a reagire e a dire la sua. Ma non era facile. Non tanto per i toni aggressivi e violenti di Buonanno, ma per come – molto probabilmente – si doveva sentire.
Forse sbagliamo, ma crediamo di avere visto nei suoi occhi lacrime trattenute. Quando il leghista è andato a stringerle la mano, lei si è giustamente rifiutata. E lui ha rincarato la dose: «Ecco ecco – ha urlato minaccioso– questa è l’integrazione». Come se per lui la convivenza fosse il farsi offendere senza battere ciglio, il poter offendere l’altro come si vuole, senza nessuna limitazione, senza nessuna conseguenza.
Il peggiore di tutti però non è stato Buonanno, ma il conduttore. Formigli ha sbagliato, una prima volta, nel non fermare il delirio del deputato leghista, dopo quando ha provato a metterci una pezza. Invece di chiedere scusa ai rom e alla scrittrice in sala, Formigli ha blaterato una presa di distanza dagli applausi.
Ha detto che si vergognava degli applausi, di un pubblico che applaude a una frase del genere, ma – pur dicendo di non essere assolutamente daccordo con Buonanno – non ha minimamente messo in discussione che quella espressione possa essere pronunciata. Formigli non ha chiesto scusa. Considera normale che in uno studio televisivo si possa dare della feccia a qualcuno, considera l’insulto una forma di raffinato ragionamento con cui è giusto confrontarsi.
Tutto è lecito? L’unico che ha provato a fermare Buonanno è stato Fassina. Gli ha dato del razzista. E ha anche sottolineato: «Il problema della Lega non è CasaPound, ma i leghisti come te che sono fascisti dentro».Questa volta l’applauso lo ha preso lui. È stato come un attimo di sollievo, rispetto a una clima pesante, intollerabile. Un episodio che non si deve concludere solo con lo sdegno che sta colpendo sui social sia Buonanno che Formigli.
Ci sono almeno tre questioni da affrontare prima di cadere invischiati definitivamente nella banalità del male di cui parlavamo all’inizio.
1) Il confronto e la libertà di espressione contemplano anche l’insulto? E cioè accettabile che un politico per esprimere le proprie opinioni – sempre legittime – possa e debba offendere un popolo, definendolo «feccia»?
2) Una trasmissione televisiva – ancorché basata sul confronto aspro – può spingersi fino a questo punto senza che il giornalista che conduce non interrompa il programma? Cioè l’audience giustifica tutto senza che l’ordine dei giornalisti e il direttore di rete dicano una parola?
3) La terza questione è – a mio parere – quella determinante. Si tratta di ragionare sul mix, sempre più esplosivo, tra discorso sulla sicurezza e razzismo. I due termini sono strettamente abbinati e stanno minando il vivere civile.
Alibi sicurezza. Gli ultimi dati del ministero dell’Interno parlano di un calo dei furti (piccoli e grandi) e di un calo degli omicidi (a parte i femminicidi). Eppure a sentire la tv e a leggere diversi giornali sembrerebbe che il nostro Paese sia stato invaso da orde di ladri e che difendersi dai furti e dagli omicidi sia la principale attività dei cosiddetti italiani.
La crisi ha fatto il resto. Invece di concentrarsi sui veri problemi l’attenzione viene magistralmente puntata contro l’altro, il diverso, il ladro, colui che arriva da un altro Paese o che addirittura come i rom e i sinti un Paese non lo ha. È facile, molto facile. Si creano capri espiatori, si svia l’attenzione, si fa audience.
I dati che smentiscono l’allarme furti passano in secondo piano. Da anni, dal 2004, quando è stato approvato il primo pacchetto sicurezza è tutto un legiferare, emendare, punire in nome di quella che appare sempre di più la protezione della razza italica.
Per questo è importante vigilare, per questo non si possono tollerare episodi come quello di lunedì nello studio di Piazza Pulita. Molti di noi hanno creduto nell’esperienza della nonviolenza che significa anche rispetto della libertà altrui di esprimere sempre e comunque le proprie opinioni.
Ma davanti a un insulto così degradante e pericoloso, viene in mente Papa Francesco. «Se tu offendi mia madre, io ti do un pugno». «Se offendi un altro popolo, anche io ti do un pugno». Se Fassina lo avesse dato a Buonanno, la sua risposta sarebbe stata perfetta.