Giulia ha letto questo articolo e ha deciso di condividere le sue riflessioni tentando di inviare ad altre donne, soprattutto le sue coetanee, un messaggio che invita al confronto. Concordo con la sua posizione e vi giro il suo pezzo nella speranza che serva da spunto per ragionarne insieme. Buona lettura!
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Le scuse per rinchiuderci in casa ai nostri “ruoli tradizionali” di donne non mancano mai.
di Giulia C.
Sono stufa, stanca di sentire dire e leggere idiozie che ci condannano al ruolo di madri-casalinghe in quanto portatrici di vagina. Sono stufa di vedere la gente, le donne stesse, credere che in quanto donne non possiamo aspirare ad altro, che il nostro è un dovere.
Non scrivo mai, ma oggi scrivo per rabbia, per bisogno, per speranza di lanciare un messaggio positivo a tutte le donne, in particolare alle mie coetanee, maturande che come me e come i nostri coetanei maschi hanno una vita piena di progetti e sogni davanti a se’, che per ora a fare figli non ci pensano neanche, o se ci pensano non si vedono bene addosso questa “veste” di donne in casa, e non sono disposte a rinunciare a se stesse per una questione di “dovere” inesistente, adottata in nome di alcuni luoghi comuni.La lettura di questo “articolo” [LINK] è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Questa volta non mi va semplicemente di consolarmi pensando che una cosa così non succederà mai poiché avrebbe troppi risvolti sociali negativi, perché a parte le considerazioni di chi lo ha scritto, che io non condivido assolutamente, la cosa che mi fa più tristezza sono le condivisioni sui social accompagnate da sospirati “magari..” “sarebbe bello..”, oggi voglio dire la mia, sperando che molte donne la condividano.
Con tutto il rispetto per chi sceglie liberamente di fare la mamma a tempo pieno, o la casalinga (o il casalingo, dato che queste scelte le possono fare anche gli uomini), non penso sia giusta una retribuzione per questi ruoli. Fare il genitore non è un lavoro, ma una scelta, fatta responsabilmente e consapevolmente, certo è una faticaccia, un impegno, ma non un lavoro grazie al quale si viene retribuiti e si pagano dei contributi, anche perché chi lavora fuori di casa e poi si occupa anche di casa e figli allora dovrebbe probabilmente avere uno stipendio doppio, o triplo. Certo i figli sono il futuro di una società e certo l’assistenza gratuita ai bambini ha un peso sociale, ma non penso nessuno faccia i figli per lo Stato o resti a casa a crescere i figli per un dovere verso lo Stato o la società, penso più lo faccia per la propria famiglia e per la propria realizzazione personale. Perciò trovo più giusto che lo Stato assista le famiglie con i famosi “assegni familiari”, invece di queste proposte assurde.Il fatto che i bambini i primi tre anni di vita “hanno bisogno di stare con la Mamma” (il padre ovviamente non viene mai messo in conto, figuriamoci), la trovo una enorme ca****a. Sarà che ho visto diversi bambini passare i primi anni di vita appiccicati alla madre in maniera patologica e incapaci di relazionarsi con altri bambini, sarà che per quel che so l’asilo nido è una tappa fondamentale per un bambino per sviluppare capacità cognitive autonome e socializzare, aprirsi al mondo fuori dalla campana di vetro e avviare la scolarizzazione (non per niente conosco diverse casalinghe che coscienti di ciò mandano comunque i figli all’asilo, facendo grandi sacrifici economici quando serve), ma questa demonizzazione dell’asilo nido in cambio dell’idolatria dell’amore materno (neanche “familiare”, il padre in queste considerazioni è completamente escluso, probabilmente serve solo per portare soldi a casa), non la condivido; ecco uno dei tanti articoli che spiega l’importanza dell’asilo nido.
In primo luogo non condivido per esperienza personale, appartengo a una famiglia numerosa, ho due genitori che sono stati sempre presenti entrambi, sia nella cura dei figli che nella collaborazione domestica, pur lavorando entrambi, e questo è anche il motivo per cui vedo così ingiusta questa esclusione a priori del padre dai primi anni di vita del figlio, come se tra padre e figlio non vi sia legame o come se gli uomini siano dei completi idioti incapaci di prendersi cura dei figli, utili solo come macchine per fare e dare soldi. In secondo luogo perché secondo la procedura indicata da questo articolo si dovrebbero chiudere (tutti?) gli asili per dare 800 euro alle mamme per i primi 3 anni di vita, e la chiusura degli asili creerebbe diversi problemi sociali come la disoccupazione dei dipendenti, ma soprattutto la mancanza di scelta per quelle donne che preferirebbero lavorare. Infatti sarebbero costrette ad annullare se stesse, e anche se si fa un figlio, rinunciare a se stessi non è mai giusto. Anche l’economia ne risentirebbe notevolmente se sempre meno persone (in questo caso le donne) non lavorassero. Inoltre dopo anni di assenza da lavoro, rimettendosi nel campo lavorativo che professionalità si può avere? A che carriera si può ambire? A voi sembra giusto che una donna coltivi fin da piccola se stessa, come fa un qualsiasi altro uomo, studiando o comunque prendendosi delle qualifiche per poter poi fare ciò che le piace e alla fine non poterlo fare perché si fa un figlio? A me no. E inoltre personalmente penso che impazzirei a stare tre anni chiusa in casa con un bambino, e che non gioverebbe neanche a lui o in generale alla famiglia e al padre, per i motivi suddetti.
E anche se non è un decreto legge, ma son solo delle considerazioni, il problema è il fatto che le condividono in troppi. Con la crisi che c’è vedo sempre più persone scoraggiate, che si accontentano, e vedo sempre più donne che, magari costrette dagli eventi contingenti a stare a casa perché disoccupate, si arrendono al ruolo di madre e basta, di loro stesse come persone non resta nulla, ma questo non è il futuro che spero per me e probabilmente non è quello che loro sperano per le loro figlie o che speravano per loro stesse. Per questo cerco di dare un allarme, perché spero che io, loro o le loro figlie, le donne in generale non continuino in futuro (anche quando la crisi sarà passata) a essere condannate da queste idee.
Perciò perché voler tornare indietro adducendo le proprie motivazioni anche alla bassa natalità? Invece di considerare che questa è dovuta proprio alla mancanza di lavoro e alla chiusura di sempre più servizi di welfare? Semplice: per tornare a rinchiuderci in casa volenti o nolenti ai nostri ruoli tradizionali, perché l’indipendenza, soprattutto economica, di una donna fa paura, perché si vuole esercitare un eterno potere sessuale sul genere femminile mettendolo in secondo piano, alle dipendenze dei soldi degli uomini. Perché il welfare gratuito femminile sembra così “naturale” da dover diventare un obbligo.
Con questo non giudico, anzi rispetto profondamente chi fa scelte diverse dalle mie o ha idee diverse dalle mie, semplicemente però voglio essere libera anche io di fare le mie scelte senza temere un passo indietro nel tempo in nome di ideali ormai scadenti di ruoli di genere e genitoriali fissi, e leggere che molti condividono le tesi di questo articolo mi rattrista e mi scoraggia. Ma io non voglio essere scoraggiata, voglio continuare a credere nelle persone e nelle loro potenzialità, e nella diversità non solo di idee ma anche delle scelte; ma per avere differenza di scelte si devono avere le possibilità di scegliere in modo differente, e proporre di chiudere gli asili è uguale a proporre di togliere la possibilità a tante donne, tanti bambini, tante famiglie e tante persone di vivere la vita come pensano sia meglio per loro.
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Paga alle casalinghe? Per cortesia: conteggiamo anche i pompini?
Qui dissento completamente… Non considerare lavoro il lavoro di cura (e la riproduzione della “merce su due gambe”, ovvero come sono considerati coloro che non vivono di rendita in questa società e in questo sistema economico) marca proprio la differenza tra economia formale e informale (quella fatta di ricatti, soprusi, violenza in famiglia, ecc…) su cui si fonda il sistema patriarcale, che ribadisce con forza questa scissione e la necessità di questo lavoro gratis. A mio avviso, non si fanno figli per realizzarsi… o per scelte responsabili… realizzare che? responsabili per chi?… Riprodursi è un’attività insieme sociale e naturale, con netta prevalenza della prima rispetto alla seconda, che è socialmente al limite del “nonsense” (cosa vuol dire “naturale”? su questo ha detto più di qualcosa la Butler)… acquista “senso” solo in una serie di pratiche complesse e discutibili (come gli effetti collaterali, sui vari sog-getti o assoggettati, dell’educazione o colonizzazione dei corpi da parte di istituzioni come la Famiglia, la Scuola, l’Ospedale psichiatrico, etc). Dal mio punto statalizzare il lavoro di cura negli asili o relegarlo nel “naturale” contesto familiare (o di Coppia, che è lo stesso) sono due facce della stessa medaglia. Retribuire il lavoro casalingo (certo non solo per 3 anni e non solo a favore dei genitori naturali) va senz’altro in una direzione discutibile, ossia la valorizzazione e il controllo di tutto, della sfera della “vita”… quello che Foucault chiamava “biopolitica”… come effetto collaterale del liberalismo (che mira a produrre “nuove” soggettività più che a reprimerle). Per paradosso però, accelerare questo processo potrebbe mettere in crisi istituzioni dispotiche e relazioni informali date per scontato per millenni, che hanno ingabbiato madri e figli in una subordinazione da “famigli”, che non li ha lasciati riconoscere nemmeno come “individui” (termine che riecheggia, sin dai tempi di Cicerone, la “non divisibilità” dei privilegi proprietari nonché, più avanti, la corrispondente santificata e risibile indivisibilità dell’anima, secondo Tommaso d’Aquino… e che tutt’ora prevale nell’individualismo, nella sovranità miserabile e meschina che caratterizza la “libertà” nelle società capitaliste). Purtroppo l’attuale diritto resta ancora “individuale” e risulta evidente che il processo di valorizzazione (o di mercificazione, sussunzione al capitale, monetizzazione, finanziarizzazione, totalitarizzazione dei rapporti sociali dati) continui ad investire (in) ogni vivente (salvo necessità di sbarazzarsene come merce invenduta o invendibile, con guerre, femminicidi, infanticidi, etc.). Che fare dunque, date queste orride regole del gioco, se non giocarle contro gli aspetti più retrivi che relegano nel silenzio delle case, delle famiglie, delle coppie sia la cura che la violenza privata che non di rado emerge? Io personalmente trovo che lo scollamento delle lotte femministe dalle istanze di riconoscimento del lavoro casalingo (o, meglio, di cura e riproduzione… non necessariamente nel luogo che chiamiamo “casa”) sia stato un errore storico…
E poi: si vogliono riconoscere i diritti e il lavoro delle sex worker, valorizzando (o liberalizzando, che è lo stesso) il lavoro sessuale autonomo… perché non il lavoro sessuale salariato, quello delle prostitute a vita protette dal contratto matrimoniale o da contratti affini? Perché non abolire questo genere di contratti matrimoniali piuttosto?
La soluzione più radicale sarebbe sottrarre tutto ciò ai processi di valorizzazione (che pervadono tutti gli aspetti della società, anzi che sono la “società” stessa, i rapporti tra “soci”, appunto…), ma non mi sembra che ci sia la volontà generale di (né si creano gli strumenti necessari per) andare in questa direzione, purtroppo.
Trovo queste considerazioni del tutto sganciate dalla realtà.
1- l’Italia è uno dei paesi con la più bassa natalità in Europa, per cui l’idea di un paese che ricaccia le donne al ruolo di madre è falsa. questo è un paese che ostacola l’aborto e ostacola la maternità.
2-non c’è nessuna costrizione per la donna a fare figli oggi, quindi non vedo che senso abbia combattere per non avere figli, dal momento che nessuna è obbligata a farli.
3-crescere un figlio è un lavoro tanto quanto qualsiasi altra attività che richiede energia, con la differenza che i figli sono il futuro di una società ed è giusto che lo stato sociale se ne occupi
4-oggi ci sono donne che vorrebbero fare figli, ma sono ostacolate sul lavoro e dalla mancanza dei servizi, per questo servono misure che diano la possibilità di scelta alle donne. Scegliere di non fare figli è gratis, scegliere di farli richiede risorse
5-trovo curioso proporre assegni famigliari al posto di un assegno alla maternità, dato che nei fatti è la stessa cosa, l’assegno famigliare è in previsione dei figli, sennò di che famiglia parliamo?
6-l’unico punto discutibile dell’articolo linkato è il disprezzo per gli asili, ma stiamo parlando di un’opinione di una certa fazione. persino la lega di Salvini propone asili gratuiti.
posto che secondo me tutte devono poter fare ciò che realmente desiderano, mi si spiega cortesemente la differenza fra una situazione legale/sociale che dice “Vuoi un figlio? ti paghiamo e stai a casa” e quella in cui si dice “Vuoi lavorare? C’è un ottimo posto nel bordello del Corso”. Continuo a pensare che entrambe le situazioni sottraggano autodeterminazione: bisogna poter scegliere se stare a casa oppure no, così come bisogna poter scegliere se prostituirsi oppure no. La soluzione si chiama redistribuzione del reddito, detta anche “levare soldi ai padroni”.
…detta anche “elemosina dei padroni, che gestiscono il surplus della produzione, per lasciare invariato quel peculiare rapporto sociale (quel meccanismo di rapina del tempo e del lavoro altrui) che è alla base del capitalismo”.
Non è da trascurare che la “redistribuzione del reddito” in un’economia capitalista in crisi implichi un incremento dello sfruttamento su scala globale (neocolonialismi risorgenti, guerre per l’accumulazione primaria delle risorse… con i relativi sgozzamenti, guerre e torture che il mainstream mostra giornalmente per tenerci più al calduccio delle nostre distruttive sicurezze…).
Condivido la contestazione delle posizioni cattoliche e del mito della “femmina madre”. Tale mito però non può essere demolito affermando il mito (“bigotto di sinistra”) della “realizzazione” della donna nel lavoro. Inoltre, non si possono negare per motivi politici alcune conoscenze basilari di psicologia: per i neonati, la madre non è un optional e le carezze dell’uomo più tenero del mondo non hanno “l’odore del latte”. Non voglio occupare troppo spazio in questo blog, ma ho fatto una piccola recensione nel mio, alla pagina
http://gianfrancoravaglia.blogspot.it/2014/12/diario.html
Sugli altri temi, toccati in vari post da Eretica … più che d’accordo.
Un saluto,
Gianfranco
questa ragazza ha già le idee molto più chiare di tante donne. da madre lavoratrice condivido perfettamente ciò che dice: non serve un assegno per la maternità, servono le condizioni per poter conciliare lavoro e famiglia. servono gli asili, che sono un diritto prima di tutto dei bambini, servono orari scolastici adeguati (3 mesi di vacanze l’anno sono assolutamente anacronistici), servono orari lavorativi allo stesso tempo che permettano di andare a prendere i propri figli a scuola e passare del tempo con loro. serve una politica che metta al centro i bambini, in quanto esseri umani non autosufficienti. oggi per come stanno le cose i bambini sono alla pari di animali domestici, le famiglie non hanno nessun sostegno da parte delle istituzioni. lavorare non è solo un diritto ma una necessità e un dovere nei confronti della società, e tutti dovrebbero lavorare (a meno che non siano ricchi per conto loro, casi eccezionali) e allo stesso tempo dovrebbero potersi permettere una famiglia se la desiderano. è indecente che io per poter lavorare debba spendere centinaia di euro al mese in baby sitter, asilo nido quando i miei figli erano più piccoli, centri estivi, perchè il mio orario lavorativo non mi permette alcuna flessibilità e le scuole hanno un’impostazione ottocentesca. l’economia non può basarsi su nonni e casalinghe, non certo in un periodo di crisi come questo. la teoria del reddito di cittadinanza poi mi starebbe anche bene (ma per tutti) se vivessimo in un paese ricco e con un tasso di occupazione molto elevato. l’articolo linkato poi fa rabbrividire, la frase “rinchiuso in un nido” è agghiacciante. sembra che gli asili siano lagher nazisti, ma stiamo scherzando??? ci sono numerosi studi scientifici che dimostrano quanto invece facciano bene alla crescita e alla formazione dei bambini, sono una grande opportunità… piuttosto facciamo delle leggi che permettano ai genitori (non solo le madri, tutti e due) di avere degli orari lavorativi tali da ridurre il numero di ore di frequenza, in modo da poter passare con loro più tempo.