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Non voglio figli: perché non mi chiudete le tube del falloppio?

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Il respiro pesante, il peso di mille responsabilità, la mia vita senza prospettive e la voce stridula di mia madre che non mi lasciava scampo. Ti sei separata senza coinvolgermi nella tua decisione. Io l’ho subita e basta. Hai deciso che dovevamo andare a vivere in un’altra città, lontano dai miei affetti, dai miei amici, e io non ne sapevo niente. Ti sei portata in casa un uomo che neppure conoscevi fino in fondo e c’ero ancora io che dovevo subire tutto passivamente. Hai anche deciso di avere un altro figlio, ché tanto avevi già un figlia grandicella che poteva darti una mano. Peccato tu non abbia mai pensato di chiedermi se ero disposta a fare da balia al mio fratellino. E nel frattempo io perdevo tutto, ogni contatto con le mie radici, sempre più lontana da tutto quel che amavo e tu te ne fottevi, perché quello che contava eri solo tu. Sempre e solo tu. Quando ho compiuto sedici anni ti ho chiesto di facilitare il mio trasferimento. Volevo tornare a “casa”. Da mio padre, da mia nonna, da chiunque volesse ospitarmi, perché volevo andare a scuola con le amiche di sempre, quelle che conoscevo fin dall’asilo, e poi, in quella nuova città, non mi trovavo bene, mi sentivo un pesce fuor d’acqua e tutti mi prendevano in giro perché sembravo una paesanotta, ingenua e un po’ rincoglionita.

Non hai voluto saperne nulla, mi hai fatto sentire in colpa. Dicevi di aver bisogno di aiuto. Vedrai che ora andrà un po’ meglio. Vuoi andare via proprio ora che le cose vanno bene, proprio quando potrai goderti il frutto dei sacrifici fatti. Il fratellino è cresciuto, va già a scuola, e tu sai come muoverti, se resti l’anno prossimo ti compro il motorino. Ma l’anno prossimo, mia cara madre, ho diciotto anni, se voglio me ne vado e mi sono rotta il cazzo di dipendere dalle tue decisioni.

E allora accade ancora, rimane di nuovo incinta. Ma cosa sei, le ho chiesto, mamma coniglia? Ma non ti rendi conto di quanto sei incosciente? E lei a strepitare, dicendo che era contraria all’aborto. Pensa alla vita che potresti indurmi a uccidere. E la mia vita, allora, la mia vita, mamma, non conta niente? Tu devi lavorare, il tuo compagno non c’è mai. Sarò sempre io a crescere tuo figlio e non ne posso più. Giuro che prima o poi mi faccio sterilizzare, perché ne ho abbastanza di figli, responsabilità genitoriali scaricate su di me, sensi di colpa e vorrei riprendermi un po’ di vita. Giusto un pezzo.

Nel frattempo ho perduto un paio di anni alle superiori. Non avevo tempo per studiare. Poi mi sono messa di impegno. Sono riuscita a diplomarmi, nonostante i pianti, i fratelli da crescere e la mia incapacità a sottrarmi a doveri che non erano neppure miei. Un giorno parlo con una insegnante a scuola e lei mi dà un numero di una psicologa. Arrivo lì e semplicemente piango. Ho pianto tutto il tempo e non sapevo cosa dire. Avevo solo bisogno di un angolo in cui poter abbracciare la mia fragilità, volevo poter vivere la mia adolescenza. Ma c’era prima sempre il bisogno di qualcun altro. Quando ho compiuto ventitré anni, con qualche anno di ritardo, pretesi di potermi iscrivere all’università. Dissi a mia madre che se intendeva ancora, seppur tardivamente, fare figli, sarebbero stati cazzi suoi. Io non avrei più mosso un dito e non avrei cambiato un solo pannolino. Ne avevo abbastanza di incubi e assegnazione di responsabilità che avrebbe dovuto assumersi in realtà lei, o il suo compagno, sicuramente non io.

Mi disse che avrei potuto parlare con una signora, una cattolica, la quale disse che il sacro valore della famiglia è quello che tiene in equilibrio ogni esistenza. Se rompi il tuo legame, disse, non riuscirai a ricucirlo con facilità e starai malissimo. E lì per lì mi sembrò un oracolo e mi aspettavo che da un momento all’altro tirasse fuori le carte e mi chiedesse di poter leggere la mia mano. Fu in quel periodo che conobbi un ragazzo, taciturno, un po’ aggressivo, chiuso in se stesso. Non avevamo bisogno di parlare molto. Entrambi eravamo visibilmente feriti e quel che ci teneva uniti era il fatto di voler stare a debita distanza dalle nostre rispettive famiglie. Lui aveva una madre che aveva tentato il suicidio un paio di volte. Suo padre era lontano, separato, viveva con un’altra. Io avevo una madre dall’utero perennemente occupato e il suo compagno mi era sempre sembrato un grande idiota, sempre freddo nel miei confronti e incapace di immedesimarsi nei miei problemi.

Io e il mio compagno decidemmo così di andare a vivere insieme. Non per rinnovare una promessa di eterno amore, perché a parte scopare qualche volta in realtà eravamo soprattutto amici. Però serviva a entrambi un luogo per fuggire dalle nostre famiglie. Avevamo bisogno di respirare, recuperare equilibrio, gioire, qualche volta, e immaginarci in grado di addormentarci e svegliarci senza preoccuparci della salute di sua madre o dei miei fratelli. Per troppo tempo le nostre vite erano rimaste sospese, in balia degli umori di chi ci stava accanto, e sinceramente avremmo volentieri fatto a meno di queste ingombranti, invadenti, famiglie.

Viviamo insieme ormai da quattro anni e nessuno dei due ha voglia di traslocare altrove. Qualche tempo fa, però, sono rimasta incinta. Senza aver bisogno di troppe parole, abbiamo concordato immediatamente per l’aborto. Non avevamo avuto il tempo di usare una pillola del giorno dopo. Mi ero accorta tardi del mio stato e non pensavo di essere a rischio. Invece qualcosa deve essere andato storto e allora, insieme, andiamo al consultorio. Spiego il perché di quella decisione. Spieghiamo fino in fondo quanto dolore e quanto bisogno avevamo di recuperare un po’ d’ossigeno per le nostre vite. Si fissa un altro incontro e nel frattempo ho la malaugurata idea di dirlo a mia madre. Pensavo, non so per quale ragione, che almeno per una volta avrei potuto sentirmi figlia, godere del supporto di un genitore, invece lei mi si è scagliata addosso e mi ha propinato tutto il repertorio di un’antiabortista priva di empatia nei miei confronti.

Le dissi: okay, come non detto. Fai finta che non ho detto nulla. Riesci a fare finta di non saperlo? Continua a ignorarmi come hai sempre fatto e pensa ai cazzi tuoi. Comincia allora a fare una scenata senza fine e dopo aver coinvolto il suo compagno mi piomba in casa portandosi dietro anche i miei fratelli. Che pena negare a lei il diritto d’essere nonna. E io a risponderle, ma come fai a fare sempre in modo che al centro del discorso ci sia solo tu? Capisci che questa volta si tratta di me? Ci sono io, le miei scelte e i miei diritti, dei quali non hai mai tenuto conto. Perciò che cazzo vuoi che me ne freghi del fatto che non ti regalo il privilegio d’essere nonna. Se vuoi crescere un bambino fattene un altro e crescitelo stavolta. Vedi di crescertelo da sola, invece che scaricarlo su di me. E mi dispiace dire queste cose davanti ai miei fratelli ma loro devono sapere che sono stata io la loro madre, balia, badante, colf e che tu te ne sei sbattuta ampiamente di ciascuno di noi.

Dopodiché ho preso e ho buttato fuori da casa mia tutta la famiglia. Il mio compagno continuava l’andamento taciturno e per la prima volta, credo, gli ho sentito alzare la voce e accompagnare il rumore della porta con un “FUORI”. C’era lui e c’ero io. Entrambi a difendere i nostri piccoli spazi, guadagnati col sangue e col sudore, e nessuno, in quel momento, avrebbe potuto distruggere quel sodalizio. Poi venne la data dell’aborto. Lui era accanto a me. Ci fu l’anestesia, mani che ripulivano il mio utero, voci in lontananza, immagini sbiadite e la giornata così finiva senza pentimento. All’uscita dall’ospedale io e lui eravamo soli, respiravamo piano, non una sola parola, soltanto un gesto. E fu la prima volta che io e lui ci ritrovammo a percorrere la strada mano nella mano.

[Attualmente lui sta tentando di farsi autorizzare per una vasectomia. Dimenticavo: ho chiesto la chiusura delle tube del falloppio. Mi hanno detto che, data la mia giovane età, non mi è consentito chiedere questa cosa. A quanto pare lo Stato, il servizio sanitario nazionale, hanno potere sulle mie decisioni in fatto di rinuncia al diritto di riproduzione. Il mio utero non è neppure mio. Appartiene ad altri. E vaffanculo.]

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale.

4 pensieri su “Non voglio figli: perché non mi chiudete le tube del falloppio?”

  1. ma come, sono tanto contrari all’aborto e ora anche la sterilizzazione non va bene?
    veramente un paese fondamentalista e poi criticano i mussulmani…che schifo!

  2. Toccante.

    Pensa alla vita che potresti indurmi a uccidere. E la mia vita, allora, la mia vita, mamma, non conta niente? […] ne ho abbastanza di figli, responsabilità genitoriali scaricate su di me, sensi di colpa e vorrei riprendermi un po’ di vita. Giusto un pezzo.

    Da far venire i brividi.

  3. Io ho dovuto lottare per la sterilizzazione tubarica, avevo 37 anni, due figlie, una sola tuba rimasta dopo un’infezione post cesareo che mi ha quasi ammazzata e una grave controindicazione ad altre gravidanze. Eppure. Eppure ho dovuto presentare documenti, carte, pareri. Ho dovuto litigare, sentendomi umiliata perché dovevo giustificare una MIA decisione, quasi che il corpo non fosse il mio. Ho dovuto sentirmi dire che in Italia la sterilizzazione tubarica non è legale se non per gravi motivi medici. Ho dovuto subire una specie di interrogatorio sulle mie motivazioni, da parte di quegli stessi medici che per poco mi hanno ammazzata in sala operatoria. E ho pensato a tutte quelle donne fragili, magari un po’ meno consapevoli o anche solo un po’ più condizionate da un certo tipo di educazione. Ho pensato all’inferno che erano costrette a subire in una condizione come la mia. Ho pensato che, ancora una volta, è il controllo legalizzato sul corpo delle donne.

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