Un pezzo curato da Natalie Reed e tradotto da Antonella. Quello in lingua originale lo trovate QUI. In basso il testo in lingua italiana. Aggiungo che la traduzione di questo pezzo è stata anticipata dalla ricerca – e traduzione – fatta sul femminismo trans escludente [1] [2] [3] [4] del quale anche in questo scritto si parla molto. Anzi. Nel pezzo di Natalie si pretende dalle femministe che l’inclusione delle tematiche e delle persone trans – nelle lotte femministe – avvenga non a caso, giusto per attaccarsi un’altra tacca militante sulla giacca, ma nei modi che le persone trans suggeriscono. Sviluppando cinque punti, Natalie, racconta tutto quel che una persona trans può raccontare per descrivere l’inadeguatezza di un certo femminismo rispetto alla logica binaria, alla transfobia, inclusa quella involontaria, al cis-sessismo. Suggerisco perciò di leggere e se volete anche di approfondire per vostro conto. Buona lettura!
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Cinque modi con cui le cis-femministe possono sostenere la trans inclusività e l’intersezionalità
Immagino che il titolo dica già tutto.
Ultimamente ho notato una specie di fastidiosa tendenza delle cis-femministe a dichiararsi alleate delle persone trans e del trans-femminismo. Fin troppe tra queste alleate (credo di non poter più pensare al concetto di “alleato”, così come di “giustizia sociale”, come un concetto neutro e sono arrivata a considerarlo come una specie di segnale d’allarme) trattano le attuali questioni del femminismo relative al cis-sessismo, cis-normatività, cis-centrismo e transfobia come fossero problemi che in primo luogo le persone trans dovrebbero affrontare e risolvere. Come se l’onere fosse a carico nostro, noi, le vittime della tendenza del femminismo a privilegiare i bisogni delle donne cis, come fossimo noi a dover “risolvere” il problema e a sistemare le cose; come non si trattasse invece di una responsabilità delle cis-femministe stesse di, capite, cioè di… non fare certe stronzate prima di tutto.
Porre fine all’oppressione non potrà mai essere un compito o una responsabilità morale delle vittime stesse. Perché in effetti l’oppressione agisce esattamente per fare in modo che le vittime – anche qualora avessero il peso necessario a porre fine alla propria condizione di oppressione – non abbiano il potere necessario per agire in questo senso. L’obbligo (e il potere) di porvi fine resta sulle spalle di chi opprime e di chi gode di una posizione di privilegio nell’ambito dell’oppressione. Certamente, le vittime posso lottare contro l’oppressione, ma la responsabilità dell’oppressore non è semplicemente “non rispondere”, è anche “lottare al fianco delle vittime”. Allo stesso modo non è compito né responsabilità morale delle vittime dell’oppressione educare chi opprime a non opprimere più.
Ciò premesso, ho deciso di offrire alcuni suggerimenti a quelle cis-femministe che sono interessate in ultima istanza a dare vita ad un femminismo trans-inclusivo e intersezionale (ovvero quelle cis-femministe il cui interesse in questo senso si spera non sia motivato solo dall’ottenere consensi o garantirsi lo status di alleate, quanto piuttosto dal fatto che è la cosa giusta da fare e perché, come dice lo slogan, “il mio femminismo sarà intersezionale o sarà una stronzata.”)
Perciò, se siete più interessate al femminismo intersezionale che al femminismo delle stronzate, è tempo di smetterla di restare ferme e aspettare che le trans-femministe sistemino le cose. E’ ora di mettersi alla prova e qui trovate alcuni semplici e buoni punti di partenza.
1) Siate propense a contrastare casi di transfobia, cis-sessismo, cis-normatività, cis-centrismo, cis-privilegio e altre forme di biasimo distruttivo ogni qualvolta ne emerga uno (specialmente in spazi femministi, queer o di attivismo) non attraverso “attacchi” o con altre strategie velenose, punitive o offensive, ma cogliendo l’opportunità per un confronto aperto.
Non sono affatto una fan degli “attacchi” in internet. Ad essere totalmente sincera non nutro altro che disprezzo per questa forma di battaglia, non importa quanto possa essere giusta la causa. Mi pare si tratti soprattutto di una scusa per offendere e agire con prepotenza. E la maggior parte delle volte è esattamente quello che succede, con la “giustizia sociale” a fare semplicemente da alibi. Questo diventa piuttosto evidente quando gli “attacchi”, e le ragioni che li sostengono, sono diretti contro gruppi già marginalizzati e quando queste sfide velenose e offensive sono portate avanti da persone privilegiate “in nome” di qualche altro gruppo marginalizzato. Come in recenti episodi in cui sedicenti “alleati” di donne trans hanno bombardato donne transfobiche o cis-sessiste con insulti e offese disgustose e misogine come “you transphobic cunt!” [il termine cunt potrebbe essere traducibile con stronza o troia ma poiché sta anche per fica, è importante non perdere la misoginia insita nell’uso spregiativo del termine, NdT] o robe del genere, con la pretesa di agire in “solidarietà” con le donne trans. Come sia possibile che donne trans apprezzino che uomini dicano cumuli di stronzate misogine “nel nome di” va oltre la mia comprensione, a meno di non considerare che questi non solo non hanno capito che noi siamo donne, ma anche che noi ci consideriamo donne. Il tutto, lo capite, è abbastanza ridicolo.
Comunque, si, certe volte intolleranza e oppressione e sessismo e transfobia possono essere veramente cose brutte, dolorose e destabilizzanti a livello emotivo. Capisco che possano far incazzare. E’ comprensibile. Ma se non sei tu il bersaglio o la vittima dell’intolleranza o dell’oppressione, se non sei tu la persona che li subisce e se non sei tu la persona che deve affrontarne le conseguenze, non spetta a te condurre attacchi strategici e dare voce a quella rabbia, stabilito peraltro che gli effetti sono raramente positivi. In ogni caso capisco che una persona trans possa reagire in maniera emotiva e scomposta ad un atto di transfobia, ne ha autorizzazione e facoltà, così come capisco una persona di colore che reagisce al razzismo, una donna che reagisce alla misoginia, una persona con disabilità che reagisce alle discriminazioni, eccetera. Non credo sia “utile”, ma credo faccia parte del diritto delle persone di gestire la propria rabbia, cosa che viene prima di questioni di strategia. Il discorso cambia se parli “in nome di” un gruppo che non è il tuo.
La gente che prende parte agli “attacchi” si chiede spesso perché sia così raro per certe persone rispondere scusandosi. Io invece mi chiedo perché, assodato che questo approccio produce l’esatto opposto delle sue intenzioni, questa gente non consideri che proprio l’approccio possa essere il problema. Ribadisco: comprendo che esprimere la propria rabbia possa essere salutare e possa fare bene all’autostima, ma non comprendo come qualcuno possa pensare che questi “attacchi” possano avere un impatto realmente efficace o essere considerati strategie a lungo termine contro l’oppressione. Non mi fido nemmeno del movente, visto che in linea di massima la cultura degli “attacchi” sembra avere a che fare con cose che non fanno del bene a nessuno.
Per cui, davvero, preferisco di gran lunga che le persone cis non abbiano questo tipo di atteggiamento per contrastare, a parole, la transfobia. Non credo che essere preda di uno sciame inferocito aumenti in alcun modo la capacità di comprensione dei transfobici o che in assoluto le cose migliorino per nessuno. Credo invece che si crei del risentimento e certa gente si senta poi ancora più autorizzata ad affondare maggiormente la lama.
Oltretutto si brucia un’opportunità.
Quando qualcuno dice qualcosa di transfobico o cis-sessista, ci si presenta un’opportunità di confronto con quella persona: potremmo sottolineare come e perché le cose che ha detto sono da rigettare e sperare così di ampliare lentamente, gradualmente la consapevolezza e la sensibilità di quella persona (e di quelli a portata d’orecchio, della comunità, della cultura in generale).
Potrebbe fare o forse no alcuna differenza per il singolo individuo, ma inserisce una possibilità di discussione sui temi trans. Piuttosto che un episodio causa di scontro (in cui transfobia e cis-sessismo vengano normalizzati e affermati, qualunque sia il contesto in cui avvengono, come ad esempio una lettura o un gruppo di discussione femminista, un gruppo di sostegno per le vittime di violenza o altro ambito femminista), potrebbe essere un modo sensibile, intelligente, progressivo per fare in modo che l’approccio alle questioni trans diventi la normalità e si affermi come parte di quel contesto sociale. Capite cosa intendo?
No, come dicevo nell’introduzione, chi è oppresso non deve NULLA agli oppressori in termini di educazione e certo mai niente di CARINO è dovuto a chi opprime da parte di chi subisce l’oppressione. Ma in questo caso? Non è la VOSTRA oppressione, care cis-femministe, E’ la nostra. Voi siete parte della classe degli oppressori, dal momento che godete dei privilegi dello status di cis e riconoscete questa diseguaglianza sociale come una cosa negativa. Direi quindi che sta a VOI ed alla vostra responsabilità prendere qualunque occasione per aiutare noi a rendere le cose migliori. E questo include l’educarsi reciprocamente. Portare rispetto, se e quando la situazione lo richiede.
Invece di trattare questioni di transfobia e cis-sessismo nelle vostre comunità come fossero un’opportunità di far vedere quanto ci siete “alleate”, invece di esercitare le vostre capacità di tirare sberle in internet e far del male a qualcuno che “se lo merita”, considerateci come una occasione di portare una discussione sincera nei vostri spazi e lavorare strategicamente verso un miglioramento. E’ un percorso lento, ma se accadesse più spesso, in più spazi, allora sì che avrebbe un impatto significativo. E di sicuro le persone farebbero un passo indietro rispetto al disprezzo, alla invisibilizzazione o alla negazione delle persone trans.
2) Non abbiate un approccio puramente passivo o reattivo. Piuttosto che aspettare che qualcuno che si esprima apertamente come cis-sessista o che una persona trans sia oggetto di cis-sessismo, siate volutamente proattive e fate in modo di introdurre questioni trans o argomenti di rilevanza trans (anche in senso ampio) nel discorso femminista. Approcciate in maniera altrettanto proattiva le prospettive e le problematiche delle persone e delle esperienze trans non solo in quanto significative, ma necessarie per tutte le questioni e i dialoghi femministi.
Il problema dell’usare lo spunto di qualcuno che dice qualcosa di cis-sessista per avanzare una discussione a tematica trans che includa consapevolezza, inclusività e intersezionalità, è che sarà poi la persona cis-sessista quella che stabilirà i termini della discussione stessa, l’ambito di trattazione generale, gli argomenti e il dove e il quando. Tutto ciò impedirà alla discussione di spostarsi oltre, in nuovi territori, e sarà proprio questo che appiattirà parecchio gli argomenti. Generalmente, poi, si creerà un approccio passivo che svilisce le idee trans, portandole ad essere considerate come qualcosa di cui non vale troppo la pena discutere, come una specie di nota a margine, rafforzando così l’idea che “non essere transfobici” è sufficiente per essere “alleate” delle persone trans e che una assenza di danno è l’equivalente di una azione positiva.
Allo stesso modo, attendere che le persone trans si schierino apertamente limita in maniera importante l’intersezionalità. Potrebbe crearsi l’idea che le persone cis non abbiano DAVVERO a cuore la questione, che le nostre voci siano importanti solo per noi stesse e finire, ancora una volta, per tenerci ai margini come un pensiero secondario. Vale inoltre la pena ricordare che le persone trans sono spesso molto inibite all’idea di esprimersi proprio A CAUSA della rimozione e della sottovalutazione che subiscono nell’ambito del femminismo. Quindi si tratta di un problema che perpetua sé stesso, nella misura in cui l’assenza di voci trans, e la mancata presa in carico dell’inclusione trans, rafforzano l’assenza di voci trans e impediscono di prendere seriamente in considerazione la trans inclusività.
E’ importante schierarsi proattivamente così come affermare che queste sono cose di cui veramente vale la pena discutere, non semplicemente per salvare le apparenze, ma per evitare di recare fattivamente un danno alle persone trans. Ed è necessario che ciò accada costantemente. Dovranno essere udibili un certo numero di voci, sia trans che cis, provenienti da diversi contesti, che possano ripetutamente affermare che questo è un aspetto significativo e importante del discorso relativo al genere e all’oppressione di genere, che occorre infine accettare il punto che le persone trans diventino parte di questo discorso perché ce n’è il bisogno e perché meritano di farne parte.
La proattività garantisce un certo grado di diversità e di complessità alla tipologia dei temi che si andranno ad affrontare. Fin quando permanga un approccio passivo e reattivo, si andrà sempre a dibattere solo di temi emergenziali che limiteranno forzatamente la discussione entro certi ambiti. Ma quando invece scegliamo di parlare di certe cose e quando le persone cis utilizzano i loro privilegi cis per far sì che l’argomento venga preso in considerazione e seriamente discusso ed accolto, potremo focalizzarci esattamente su cosa andremo a dire e sul come ne parleremo. Così che l’intera, incredibile e ampia gamma di argomenti trans-correlati posso essere parte della discussione. Non solo ed esclusivamente discutere ancora ed ancora ed ancora del perché le donne trans non “riaffermino i ruoli di genere del patriarcato!” o quel che è.
Tutto ciò permetterà anche al nostro discorso di non essere avvelenato da una qualunque causa negativa che ci abbia spinto ad esprimerci. E dimostrerà che veramente tenete alle persone trans. Che non avete bisogno che vi si ricordi che esistiamo e che vi interessiamo. Il che è una cosa carina.
3) Non date per scontato che ogni questione sia strettamente o anche solo primariamente legata alle donne cis. Tutto ciò che riguarda il femminismo interessa allo stesso modo le questioni trans e viceversa. Non esistono discorsi femministi in cui le voci trans “non c’entrano” o in cui le voci trans “non aggiungono nulla”. Non esistono questioni sociali relative al genere che non abbiano conseguenze sulle persone trans.
Tempo addietro fui invitata a parlare in un incontro di atei di Imagine No Religion, a Kamloops, British Columbia (Canada), sull’aborto e sui temi legati alle scelte riproduttive. All’epoca trovai veramente strano e leggermente imbarazzante che, di tutte le possibili questioni femministe, mi fosse stata richiesta proprio una cosa che aveva un impatto diretto su me stessa ed ero molto nervosa pensando a come l’intero pubblico cisgender alla conferenza avrebbe reagito a una donna apertamente trans che discuteva di tali argomenti. Mi chiesi anche se sarei stata percepita come quella che “non aveva il diritto” di avere un’opinione sull’argomento, dato che mai mi sarei trovata nella situazione di porre termine oppure no ad una gravidanza. Quella domanda mi tormentava a livello profondo, sentivo di dovermi interrogare se avessi o no alcun diritto di parlare di un simile problema.
Alla fine superai le mie perplessità ed esaminai la questione focalizzando la natura del mio discorso sulle scelte riproduttive dal punto di vista fondamentale dell’autonomia di scelta della cura. Parlai delle similarità esistenti nelle argomentazioni anti-choice e le varie giustificazioni addotte a guardia e limitazione delle questioni trans. Parlai dell’orrore di uno stato che legifera su ciò che dovrà essere del tuo corpo, dell’essere soggetti a variazioni ormonali che non vuoi e che non hai scelto. E portai argomenti in difesa del fatto che il diritto all’autonomia di scelta della cura debba essere garantito affinché sia un diritto per tutti, a prescindere da particolari esigenze mediche e precise configurazioni anatomiche.
Fu così evidente che non c’era alcuna ragione per ritenere “irrilevanti” le prospettive transgender nelle questioni inerenti al diritto delle donne di scegliere: perché hanno a che fare con molto, molto di più della semplice realtà biologica della gravidanza. Tali questioni hanno a che fare con il patriarcato, con i modi in cui sono trattati i corpi delle donne, di come percepiamo il sesso e l’aspetto sessuato dei corpi e di tante altre cose che ci portano a conseguenze dirette nelle vite delle persone trans. Senza tacere del fatto che molte persone trans possono restare incinte. O di dire quante nazioni considerino la sterilizzazione il prerequisito per il cambio legale di sesso. Se non è questo un problema legato alle scelte riproduttive non so cos’altro possa esserlo.
Non c’era ragione in effetti perché io dubitassi del mio “diritto” a partecipare ad un argomento del genere. Perché non si tratta di una questione legata esclusivamente alle donne cis. Non importa cosa possa invece sembrare al primo sguardo.
Lo stesso dicasi per numerose altre questioni da cui le voci trans sono costantemente escluse. Le persone trans hanno bisogno che sia loro garantito l’accesso ai centri di accoglienza per donne, alle linee telefoniche contro abusi e stupri, agli esami medici ginecologici e mammografie e PAP test e altri aspetti della “salute femminile”, ma anche ai controlli testicolari e alla prostata e altri problemi della “salute maschile”, fino alla genitorialità assistita e alle scelte riproduttive e alla contraccezione e ai kit per il sesso sicuro e ogni genere di cose così… ovvero un intero complesso di situazioni da cui siamo costantemente – e spesso intenzionalmente – tagliate fuori. Queste cose hanno conseguenze reali e drammatiche per noi, conseguenze che spesso hanno a che fare con la vita e con la morte.
Occorre poi dire che le prospettive transgender sono sia rilevanti che necessarie per ciascuna argomentazione teorica sociale, culturale o politica relativa al gender. Non si può trattare semplicemente la “questione trans” nel senso distaccato e accademico spesso proposto dalle persone cis che ne discutono. Alle persone trans andrebbe offerta l’opportunità di esporre il loro punto di vista in relazione a TUTTE le questioni di genere, l’opportunità di parlarne ed essere ascoltate.
L’inclusione delle persone trans non è soltanto qualcosa che ci meritiamo in termini di diritti e necessità, ma è qualcosa che può illuminare importanti questioni o considerazioni relative ai diritti delle donne o degli uomini cis che solitamente non vengono alla luce o che non sono seriamente prese in considerazione. Abbiamo tanto da offrire al femminismo, tanto quanto il femminismo ha da offrire a noi (sebbene la questione ultima e prioritaria resti il ‘cosa il femminismo può fare per gruppi che sono stati marginalizzati dall’attuale percezione e considerazione del genere’).
Mai e poi mai dare per scontato che saprete – nella vostra limitata esperienza e consapevolezza di cisgender – quando le prospettive transgender saranno davvero importanti in una data discussione. Stabilite piuttosto che queste siano sempre importanti. Se si tratta poi di una questione su cui non avremo davvero nulla da dire, ve lo faremo sapere senza alcun problema.
4) Andate alla ricerca di voci transgender in maniera proattiva, su tutte le questioni e prospettive, non semplicemente su ciò che pensate essere “argomenti trans” o situazioni per cui il valore di tali prospettive sia immediatamente evidente. Venite a cercarci, piuttosto che aspettare che siamo noi a cercare voi.
Uno dei modi in cui opera la marginalizzazione è senz’altro il rendere difficile per le identità marginalizzate far udire e rendere riconoscibile la propria voce. Questo in conseguenza di innumerevoli barriere e rischi che le persone in posizione marginalizzata subiscono nel tentativo di contrastare il privilegio – invece garantito ad altri – di essere ascoltati e meritevoli di attenzione. Ad esempio una donna che decida di pubblicare un blog non accessibile agli uomini si esporrà ad ogni tipo di molestie, rischi, compromessi e sforzi sfiancanti; autori queer vanno incontro ad attacchi e situazioni rischiose che altri autori non subiscono, come ad esempio essere soggetti ad outing con tutte le conseguenze che ne potrebbero derivare. Questi rischi si sommano nel caso di autori trans, all’opposto degli autori cis. Le persone di colore rischiano che le loro opinioni vengano prese meno seriamente in considerazione, alla luce delle complesse questioni razziali della società, al contrario degli autori bianchi (la cui posizione di vantaggio viene considerata la “normalità”). Le conseguenze generali sono che è difficile che qualcosa di veramente differente, che provenga da queste posizioni di marginalizzazione, venga reso visibile e venga ascoltato più delle cose che arrivano da posizioni di privilegio, perché significherebbe che c’è qualcuno che volontariamente si espone a rischi e grattacapi. Specialmente se le chance di essere effettivamente ascoltati e presi sul serio sono indefinite.
Questa è una delle tante ragioni per cui non sarà mai abbastanza, per ogni spazio o organizzazione, decidere semplicemente di essere contro l’esclusione delle voci marginalizzate e per questo dichiarare che questo fatto da solo li renda “inclusivi” e “[x]-friendly”. Non è sufficiente aprire le porte e aspettarsi che chi ti avvicina rifletta un campione statisticamente significativo e porti in automatico ad una “differenza” in senso ampio. Occorrono sforzi proattivi, che conducano a cercare deliberatamente certe voci; che ci assicurino che queste voci saranno ascoltate, in maniera determinata, nei nostri dibattiti; che allo stesso modo si indaghino quelle invisibili, sottili barriere che potrebbero escludere certe persone o farle sentire non a proprio agio nel partecipare; che con estrema convinzione ci aiutino a capire in cosa potremmo mancare nell’andare incontro agli interessi o alle necessità di un dato gruppo sociale; che deliberatamente individuino quelle barriere e limiti e trovino soluzioni per superarle; che si assicurino tenacemente di prendere in considerazione il più ampio margine possibile di voci marginalizzate e che tutte queste voci si rendano effettivamente necessarie per creare uno spazio diverso di discussione. Allo stesso modo in cui non basta ad un’azienda dichiarare di offrire uguali opportunità a tutti i candidati e impiegati, bensì questa debba porre in essere azioni concrete e iniziative proattive necessarie a contrastare in senso ampio i problemi che creano svantaggi a donne e minoranze nell’ottenere un’occupazione o una promozione.
Il femminismo non può essere trans-inclusivo limitandosi ad essere silenziosamente e passivamente NON trans-escludente. Per far sì che le voci trans finiscano per essere sinceramente incluse ed espresse, c’è necessità che vengano esposte nello stesso momento in cui le femministe pongano in essere uno sforzo collettivo che indirizzi i limiti interni verso le necessità delle persone trans e verso potenziali autori, portavoce e attivisti trans, eccetera. Se gli sforzi per portare a maggiore trans-inclusività dovessero essere silenziosi, le persone trans possano banalmente ipotizzare che discriminazioni di genere ed esclusioni correlate siano ancora in essere. Per fare in modo che le voci trans siano una parte del vostro spazio, organizzazione, discussione o altro, c’è necessità di comunicarci apertamente questa cosa e di farlo in un modo che caratterizzi il nostro differente sentire, le nostre necessità e bisogni; che ci faccia sapere che ci volete là e che siete consapevoli che non abbiamo tutte gli stessi privilegi e lo stesso grado di sicurezza e le stesse garanzie di essere ascoltate che voi potreste dare per scontato.
Sarebbe anche opportuno interrogare voi stesse sul perché ci volete con voi e cosa in realtà ci state offrendo in cambio della nostra partecipazione. Perché dovremmo voler lavorare con voi? Per dire: saremo là solo per garantire alla vostra organizzazione un’apparenza di diversità e inclusività? Siete davvero interessate alla prospettiva ed alla voce delle persone trans? Anche qualora divenissero critiche nei confronti delle vostre posizioni, delle vostre pratiche e delle vostre idee preesistenti? Finiremo con l’essere pedine piuttosto che partecipanti? Prevedete di affidarci una qualche forma di responsabilità e autonomia? Ci verrà permessa una qualche forma di leadership o ci sono ambiti che resteranno ristretti alle persone cis o ad altro tipo di partecipanti privilegiati? Siete interessate a ciò che potreste fare per noi o solo a ciò che noi potremmo fare per voi?
Inoltre, questo sforzo proattivo che includa voci trans, non potrà essere semplicemente ristretto a situazioni o questioni o a qualunque altra cosa che voi, o altre persone cis, consideriate “problematiche trans”; un qualcosa per cui una prospettiva trans possa essere di vantaggio o beneficio. Se le uniche occasioni in cui attivamente verrete a cercare le persone trans, per includerle in un dibattito femminista, saranno relative ad una apparizione in merito a “devianza di genere, androginia e gender-bender nella cultura pop”, o “il genere e il cambiamento dei corpi” o più comunemente “trans-femminismo” o “trans… laqualunque”, dove l’includere una prospettiva trans (o un gettone di presenza trans) riveli immediatamente una prospettiva cisgender e che non si stia realmente includendo la prospettiva trans nel femminismo, ciò significherà che ci state solo ghettizzando e che ci state tenendo incastrate in quel particolare ruolo e significherà infine che le persone cis avranno definito quelle prospettive al posto nostro. Restringendo la nostra “inclusione” a ciò che voi avrete definito una “problematica trans” o “trans-associata”, ci avrete precluso la possibilità di partecipare secondo i nostri propri termini o di offrirvi una prospettiva che pensiamo importante. In altri termini avrete incluso non il nostro punto di vista, non le nostre opinioni, ma solo la vostra prospettiva su di noi.
Per creare un femminismo autenticamente trans-inclusivo (che si tratti di uno spazio, di un’organizzazione, di un evento, di un dibattito, ecc.), è necessario cercare proattivamente la nostra inclusione e nel fare ciò riconoscere la specificità delle nostre situazioni; permetterci di essere inclusi come partecipanti a pieno titolo e senza restrizioni; concedendoci lo stesso livello di responsabilità, gli stessi spazi di manovra e lo stesso potere di chiunque altro; lasciandoci definire da noi stesse quale sarà il tipo di partecipazione, dove possa avere valore il nostro punto di vista e quale tipo di questioni dovremo porre alla vostra attenzione.
5) Il conflitto di genere è ampio e di natura sociale, non trattatelo come dialettico o binario e naturale. Non date per scontato un modello di oppressione unidirezionale e basato sul genere.
Questo è uno dei tanti, tanti errori che possono saltar fuori nella discussione delle problematiche sociali, che una volta che ne hai preso consapevolezza risulterà ovvio, ma su cui invece inciampano anche persone molto intelligenti ed attente.
Il “modello unidirezionale” è l’idea che il sessismo agisca, diciamo così, in un’unica direzione; come una forza dall’alto verso il basso attraverso la quale gli uomini sottomettono e controllano le donne. Sebbene questo sia un modello di interpretazione utile per alcune forme manifeste di patriarcato, come ad esempio donne escluse dal diritto di proprietà o di voto, confinate in casa, escluse da carriere lavorative o politiche, una discussione sulle forme più subdole e pervasive di patriarcato e sessismo nella nostra cultura richiede la comprensione del sessismo come un problema di tipo sistemico e complesso, che comprende un “basso verso l’alto” tanto quanto un “alto verso il basso”, un modello perpetuato tanto dagli uomini che dalle donne, incluso un sessismo auto-inflitto, nonché reciproco, o gestito da chi ha un potere immediato sulle nostre vite, eccetera.
Non dirò nulla qui che includa la descrizione di un eventuale “privilegio femminile” né metterò sullo stesso piano le varie forme di sessismo. Tuttavia per capire il sessismo occorre comprendere che questo contiene almeno due facce: misoginia e sessismo oppositivo. Gli uomini, il maschile e la mascolinità sono tutte cose considerate superiori, preferibili, più forti, più sani, più naturali e più “normali” e “regolari” delle donne, del femminile, della femminilità. E’ così. E questa è la parte della misoginia. Tuttavia questi concetti possono funzionare e restare stabili nella misura in cui si tratti il genere come binario, dialettico, come un qualcosa in opposizione a qualcos’altro, come gli uomini da una parte e le donne dall’altra. L’idea che gli esseri umani siano divisi in due, ovvero due esclusivi e complementari “sessi opposti” è ciò che intendo quando dico “sessismo oppositivo” e che oltre ad essere funzionale alla misoginia ha anche un sacco di caratteristiche oppressive di suo, che possono arrecare danno a persone dell’intera “gamma cromatica” dei generi e dei sessi. Gli uomini – ed altri cui sia stato assegnato il genere maschile alla nascita – ad esempio, finiscono con l’essere biasimati in maniera più violenta e brutale quando fuoriescono dalle aspettative loro assegnate dal ruolo di genere. Questa specifica problematica è principalmente una conseguenza della svalutazione misogina della donna (e della femminilità in relazione all’uomo e alla mascolinità), ma attraverso il sessismo oppositivo finisce per opprimere soprattutto uomini e AMAB (acronimo che sta per Assigned Male At Birth, ovvero persone a cui è stato assegnato il sesso maschile alla nascita, NdT).
Sia il sessismo oppositivo che la misoginia possono essere subdoli e pervasivi, nonché presenti in piccole, apparentemente insignificanti, azioni quotidiane. Ci sono molte forme di sessismo che non si adattano nemmeno alla lontana al modello “uomo sottomette donna”… come ad esempio il “sessismo benevolo”, quelle varie azioni di tipo soft che implicano l’idea che la donna sia debole e dipendente e che prendono la forma di un gesto gentile, cavalleresco, come quello di un uomo che insiste a tenere aperta la porta o a pagare un pranzo anche quando questo non incontra i desideri della donna. Ci sono poi anche tanti piccoli codici di comportamento che contribuiscono a rafforzare la cultura dello stupro e l’idea che gli uomini abbiano libero accesso ai corpi o alla sessualità delle donne, l’abitudine a considerare i corpi delle donne come una proprietà, l’idea che il valore delle donne passi attraverso la loro bellezza, l’idea che le donne siano naturalmente destinate al focolare, eccetera. E mentre tutte queste sottili forme di sessismo sono, nel loro aspetto misogino, intese a privilegiare gli uomini, nell’aspetto oppositivo finiranno per riflettersi sulle aspettative riposte sugli uomini (o su quelli assegnati uomini); potranno, insomma e al contrario, recare loro danno.
E, naturalmente, questo sottile, dialettico, oppositivo quadro sessista finisce per fregare in realtà e maggiormente le persone trans e chiunque altro non possa essere incasellato in questo schema.
Il problema è che il femminismo spesso si spara per così dire sui piedi e spara così alle spalle delle persone trans (o direttamente loro in faccia), portando avanti l’idea che “uomini” e “donne” siano concetti definiti e fondamentalmente differenti ed opposti. Molte femministe parleranno di “relazioni al femminile” come una sorta di esperienza universale o diranno “dell’energia femminile” o delle relative qualità psicologiche ed emozionali delle donne in opposizione agli uomini; oppure (con un certo grado di consapevolezza oppure in totale assenza di esso) discuteranno di dialettica Hegeliana o Marxista tra maschi “dominanti” e femmine “dominate” (cosa che presuppone di posizionare TUTTI gli esseri umani come perfettamente compresi in due sole ipotetiche classi); o discuteranno dell’oppressione femminile e della misoginia ma ignoreranno totalmente altre forme di oppressione basate sul genere; o tralasceranno di indagare le modalità con cui le donne stesse contribuiscono al sistema sia della misoginia che del sessismo oppositivo; o diranno di come la presenza o l’assenza della vagina, dell’utero, del pene o della capacità di dare la vita o della capacità di avere le mestruazioni (o di qualunque altra dimorfica caratteristica anatomica) sia la differenza “fondamentale” tra uomini e donne che spiega il patriarcato… E qualche volta anche cose piccole, tipo intitolare i loro siti femministi con nomi tipo “DoppiaXXebasta” o ringhiare cose come “questo dibattito è solo per persone con vagina!” o al contrario usare termini “innocenti” specifici (ma niente affatto universali) per indicare aspetti biologici di molte donne per stare a significare “donne” in senso generale, non aiuta.
Tutto questo è negativo. Tutto questo è cis-sessista. Non importa se lo hai fatto con intenzione oppure no. Comprendo che quanto più la discussione sul genere si fa sfumata, tanto più diventa difficile da spiegare alle persone. Mi rendo conto che tante femministe sentono di perdere tempo ed energie perché non ci si tuffa in questioni “rilevanti” come il voto o la parità di salario. So che in un sacco di occasioni DAVVERO sembra esclusivamente una questione di uomini contro donne, con gli uomini da un lato, privilegiati e potenti, e le donne dall’altro, che devono lottare in continuazione per far sì che la propria voce sia ascoltata, i nostri pensieri rispettati, i nostri corpi trattati come ci appartenessero davvero. Lo so. E so che le battaglie sono più facili da combattere quando il tuo nemico è là, bello e ben definito. Ma per cosa stiamo combattendo?
Ci battiamo per un mondo migliore, giusto? Una maggiore comprensione delle tematiche del gender, no? E per un mondo in cui né il sesso né il genere finiscano per determinare la nostra posizione sociale e le nostre scelte di vita; un mondo in cui né sesso né genere siano giustificazioni per opprimere, soggiogare, ridurre al silenzio o alla coercizione un altro essere umano.
Bene, allora in questo caso dobbiamo fare le cose per bene. Dobbiamo accogliere l’attuale complessità, le sfumature, il groviglio, le contraddizioni, spesso chiaramente sconcertanti, della realtà dei generi e dell’oppressione basata sul genere. Non semplicemente la sua versione falsamente semplificata.
Ricordate che il sessismo non ha a che fare solo con gli uomini che opprimono le donne. E’ piuttosto una cosa che ha a che vedere con esseri umani che si opprimono a vicenda e opprimono loro stessi. Una roba che agisce in ogni possibile direzione.
Bonus: ricordate, quando includerete punti di vista trans, che l’intersezionalità non si limita a questo. Quali punti di vista trans state includendo?
Grazie per aver ascoltato! E un ringraziamento preventivo a chi farà lo sforzo di!
xoxo
Natalie
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