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Lizzie Borden e Sex Work, Femminismo, Rivoluzione

E’ un articolo pubblicato su counterpunch.org. Tradotto da Marco. Buona lettura!

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una conversazione con la regista Femminista Lizzie Borden

Sex Work, Femminismo, e Rivoluzione

di JORDAN FLAHERTY

Lizzie Borden ha realizzato due dei più importanti film degli anni ’80. Il suo primo film, Born in Flames, uscito nel 1983, è ambientato in un immaginario futuro non remoto dove avveniva una rivoluzione socialdemocratica negli Stati Uniti.

Nel Film alcuni gruppi di donne radicali, perlopiù lesbiche e donne di colore, si rendono conto che il nuovo governo socialista non ha risolto i problemi del Patriarcato e del Razzismo, e decidono di creare una “armata delle donne” per combattere una rivoluzione nella rivoluzione. 

Il suo film successivo è del ’86  Working Girls, è uno sguardo impietoso nella vita delle donne di un Bordello di Manhattan. Il Film è ancora oggi considerato una delle più riuscite, anti-sensazionaliste, neorealistiche opere cinematografiche sulla prostituzione.

Trenta anni dopo i suoi film rappresentano ancora una tappa obbligata per qualsiasi attivista, perché mantengono ancora intatta tutta la loro originaria carica eversiva e visionaria.

Un Giornale femminista accademico ha recentemente  riservato un intero numero a Born In Flames. Gi attivisti della Allied Media Conference di Detroit hanno dedicato un seminario alla discussione del film. Kathleen Hanna, la cantante dei Bikini Kill, Le Tigre, e Julie Ruin ha recentemente  dichiarato Born in Flames e Working Girls i suoi film preferiti, e ha detto ad un’intervistatore che durante l’Era delle Riot Grrrl, quando le sue fan chiedevano l’autografo, lei scriveva “Kathleen Hanna. Born In Flames.”

Borden non ha problemi ad essere considerata una femminista, ma come le donne dei suoi film, non si sente a suo agio nei panni di quello che lei stessa definisce il femminismo bianco borghese.

I personaggi di Born in Flames abbracciano un un femminismo conscio del concetto di classe e di razza più ispirato a  Combahee River Collective che a Ms. Magazine[1].

Lizzie Borden vive a Los Angeles, e si sta preparando al suo prossimo progetto. Di seguito pubblichiamo alcini stralci della conversazione con lei sugli argomenti di razza, femminismo, produzioni cinematografiche e rivoluzione.


Lizzie Borden:
 Sono diventata una regista quasi per caso. Sono arrivata a New York per fare la pittrice.  Era quella la mia grande ambizione.  Ho sempre amato l’arte, a New York ci sono arrivata facendo autostop, nel periodo in cui avrei studiato alla Wellesley per diventare una storica dell’arte. Sono capitata casualmente nel mondo dell’arte (della creazione artistica invece della critica ndt) perché uno dei miei insegnanti mi raccomandò di scrivere per la rivista  Art Forum, e così avrei potuto conoscerli tutti (gli artisti ndt).

Andavo in giro al Max di Kansas City con tutti i più grandi artisti dell’epoca: Richard Serra, Robert Smithson, tutti quanti. Ma allo stesso tempo mi stavo radicalizzando proprio per effetto delle proteste che vedevo nel mondo dell’arte, perché le donne all’epoca ne erano tenute fuori.

Io scrivevo di artiste, come Yvonne Rainer e Joan Jonas e Simone Forti, le ballerine, donne al top del mondo dell’arte.

Stavo assumendo posizioni sempre più radicali per la causa femminista. Ma non vedevo alcuna donna nera all’interno del movimento, non vedevo donne di colore da nessuna parte. E non mi stavo radicalizzando solo per quello: c’era anche il discorso della mia sessualità, ero emarginata da una società patriarcale, ma arrivava anche tutto il resto, e arrivava tutto assieme.

In Born in Flames ho espresso tutto quello che ero a quel tempo.  Ero qualcuno che si ribellava al fatto di essere considerata come una ragazzina da tutti quegli artisti con cui mi vedevo, tutti Titani del mondo dell’arte, e vivevo in un mondo dove il femminismo che vedevo era di un tipo che aveva poco a che fare con me. Ma cosa potevo avere io in comune con Gloria Steinem? Nulla.

Un film che mi ha pesantemente influenzato mentre facevo Born in Flames è stato La Battaglia di Algeri (titolo originale Italiano del citato film di Gillo Pontecorvo ndt).

Perché ne emerge l’idea che la rivoluzione non finisce, la rivoluzione va avanti ancora e per sempre.

Volevo esprimere qualcosa di simile: tu prima combatti con le parole, poi combatti con il tuo giornalismo ma alla fine combatti attraverso la resistenza armata.

Ho sempre immaginato che le donne (i personaggi di Born in Flames) sarebbero state arrestate e imprigionate, e che, come accade ne La battaglia di Algeri, un’altra ondata di donne avrebbe preso il loro posto perché tutto potesse continuare, perché nulla era cambiato. Perché non è cambiato nulla per le donne, perché non è cambiato nulla per le minoranze.

Era per me tutta una specie di esplorazione, in cui il film era semplicemente il media, il veicolo di esposizione e condivisione. E non ero particolarmente coscia del fatto che venisse bene o no, se veniva male tanto meglio. Perché volevo inanzitutto che fosse reale.

Allora sono andata in giro per locali gay, sono andata in giro per le strade, e ho chiesto alle donne che trovavo se volevano fare parte di questo progetto. E abbiamo creato questa cosa assieme. Era tutto improvvisato e allora ho voluto prendere quello che avevamo spontaneamente sputato fuori e da lì ho creato la sceneggiatura, e l’ho fatta evolvere nei successivi cinque anni.

Ho costruito Born in Flames al contrario. L’ho guardato cercando di non scalfirlo, l’ho modificato gettandone gran parte per poi costruire dei duplicati di quello che ci tenevo rimanesse. E a quel punto sono partita con il montaggio e scrivevo qualche scena, ritornavo a riprendere, piazzavo la scena fino a creare una specie di storia. Avrei dovuto filmare anche una manifestazione e allora ho fatto partecipare alla protesta gli attori e l’ho filmata. Oppure organizzavo una manifestazione sul tipo dello sciopero delle segretarie, una finta manifestazione, a cui però la gente partecipava sul serio. Le vere Segretarie mi dicevano “Io ci sto”

Molte delle donne di  Born in Flames non erano attrici professioniste. Alcune erano semplicemente state scelte per la strada in modo casuale e messe lì nel film, alcune se ne sono andate.

Ho dovuto far mettere il cappello a qualcuna perché si era tagliata i capelli. Qualcuna mi perdeva peso, qualcun’altra mi ingrassava, qualcuna cambiava e punto. Alcune interpretavano una versione di se stesse. Adele[2] interpretava una versione di se stessa. La maggior parte di queste donne si scrivevano le parti da sole. Adele la sua poesia e la sua musica se le è scritte da sola per il film. Lei interpretava una personaggio che era una personaggio chiave del film ma quel personaggio era in gran parte lei stessa. La figura della donna uccisa, ovvero attrice che la interpretava, in realtà, l’ho trovata all’YMCA[3] che giocava a basket. Lei non aveva alcuna intenzione di diventare una attrice ma mi piaceva il suo look.

Avevo una relazione (non sessuale ndt) con la Honey[4] che c’è nel film. Alcuni uomini erano attori professionisti. C’era Ron Vawter del Wooster Group.  C’era Eric Bogosian.

Una delle mie colonne portanti per me era Flo Kennedy[5]. Non sono sicura di come ho fatto ad avere Flo Kennedy (nel cast ndt), perché lei faceva l’avvocato per Ms Magazine. Ma (credo che fosse perché) lei era dell’ala radicale – lei era davvero coraggiosa. Ed era molto radicale. Nel film ha una battuta bellissima: “Chi preferiresti veder entrare da quella porta – Un leone o cinquecento topi?” cinquecento topi possono creare un sacco di danni e devastazioni. Ed è in qualche modo il messaggio chiave che volevo passasse nel film.

Dico sempre che ci sono due modi di fare un film, induttivo e deduttivo. Working Girls è deductive perché tu hai un copione, e realizzi il film dal copione mentre Born in Flames è induttivo perché è cresciuto. è derivato, sbocciato, da qualcosa. Come sai avevo un pezzo, un seme, e da quel seme è nato il film.

L’idea iniziale del film Working Girls mi è venuta durante il montaggio di alcune scene di donne in Born in Flames, le sequenze in cui si vedono mani di donne all’opera, come la scena in cui una donna mette un preservativo sul pene di un uomo. Molte delle donne che ho conosciuto durante la lavorazione di Born in Flames erano prostitute, vivevo in un ambiente che mi mostrava l’aspetto intrigante della prostituzione e l’idea di de-mistificazione della prostituzione è diventata Working Girls. Io ho pensato che nessuno aveva un’idea di cosa realmente fosse la prostituzione per la classe media e c’erano un sacco di pregiudizi. I personaggi che vedevo al cinema erano o donne di strada dipinte come figure patetiche che facevano pompini per cinque o dieci dollari, o prostitute di alto bordo. Ambedue erano romanzati nella realtà o nella finzione.

Non avevo mai visto rappresentata l’esistenza monotona di un bordello, qualcosa che mostrasse veramente come era il lavoro reale. La decisione di affittare il tuo corpo per otto ore perché non vuoi affittare la tua mente da Kinko’s[6] o facendo la cameriera per 40 ore, beh questa è una tua decisione.

Working Girls è un film che parla di lavoro piu’ che di sesso. Alcune persone hanno pensato che si trattasse semplicemente di sesso. Cosa che di fatto mi ha dirottato dalla regia perché un sacco di gente pensava che fossi una regista di film erotici, e quello era il tipo di copioni che mi venivano proposti. Ma questo vuole essere tutto tranne che un film erotico. Il film ti permette di essere come una mosca sul muro, che può vedere tutto quello che le donne sperimentano nelle loro relazioni con gli uomini che arrivano. E’ all’opposto del classico modo in cui i bordelli sono visti nei film, con il punto di vista del maschio che esamina la scelta di ragazze e si dice “quale delle caramelline mi voglio gustare oggi?”. Il punto di vista è invertito. OK, è arrivato il cliente. E tu realizzi come sono le donne a rispondere agli uomini; a quelli che hanno rispetto e a quelli che non ne hanno neanche un pò.  E nessuna delle donne sfoggia un corpo perfetto, anche questo salta all’occhio.

Mi piacciono i film che de-mistificano cose che sono state fraintese. Il concetto di Classe mi interessa, e le donne ai margini. Non sono mai stata a scuola di regia, e penso che se ci fossi andata un film come Born in Flames non avrebbe mai visto la luce, semplicemente perché la gente, gli insegnanti mi avrebbero convinto che non era possibile. Perche senza uno copione non c’è nessun film. Perché non si comincia a girare un film partendo solo da un concetto. E invece è esattamente così che è cominciato. E’ partito da da una premessa. E nelle mie mani è diventato come il cocktail di una Molotov, perché veramente volevo far saltare in aria qualcosa.

https://vimeo.com/78324025

Jordan Flaherty è un regista ed un giornalista e vive a New Orleans. Puoi trovare maggiori informazioni in jordanflaherty.org.

 

[1] Ms. Magazine: rivista Femminista e liberale americana: http://en.wikipedia.org/wiki/Ms._(magazine)

[2] Adele: Personaggio chiave del film e persona fisica: Adele Bertei: http://en.wikipedia.org/wiki/Adele_Bertei

[3] YMCA: Young Men Christian Association: organizzazione cristiana ecumenica famosa per organizzare attività sportive, in particolare basket, inizialmente solo per uomini ma successivamente anche per donne: http://it.wikipedia.org/wiki/YMCA

[4] Honey: Personaggio chiave del film e persona fisica: Honey Campbell (http://www.millionwomenrise.com/honey.html)

[5] Florynce Rae “Flo” Kennedy (http://en.wikipedia.org/wiki/Florynce_Kennedy), nel film interpreta il personaggio di “Zella”

[6] Catena di Fotocopisterie molto nota in America, successivamente acquisita da FedEx (http://www.fedexkinkos.ae/)

 

Leggi anche:

Documenti, traduzioni, testimonianze sui/lle sex workers nell’apposita categoria.

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