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Se fossi madre di uno stupratore

Se fossi la madre di un ragazzo che ha stuprato una tredicenne mi porrei seri problemi su quel che è stata la sua educazione. Mi guarderei indietro e analizzerei, con attenzione, ogni momento in cui, anche per errore, gli ho fatto credere che quel comportamento fosse corretto. Se fossi madre di uno stupratore non oserei dare la responsabilità alle ragazzine e non le chiamerei mai “puttanelle”. Non mi permetterei di giustificare mio figlio attribuendo le sue cattive azioni alla tecnologia, alle scene porno, alle cattive amicizie. Lo interrogherei e vorrei sapere quando, in che precisa circostanza, lui ha deciso che stuprare una coetanea fosse giusto.

Se fossi madre di uno stupratore, benché minore di quattordici anni, vorrei sapere come farà lui a crescere in modo diverso, a cambiare idea, a smettere di essere l’orrenda persona che sembra essere diventato. Vorrei sapere cosa posso fare io, cosa posso fare per risarcire quella ragazza di tutte le volte che lui l’ha fatta vergognare, sentire in colpa. Come potrà, lui, riparare il difetto di aver violato la libertà di scelta altrui? Come farà a capire che se lei dice no è no e che, in ogni caso, serve maturità per vivere le relazioni sessuali e non basta che lui abbia la capacità di sputare un po’ di sperma dal suo cazzetto in erba.

Se fossi la madre di uno stupratore urlerei contro tutte le altre madri che danno delle zoccole a ogni ragazza che si frapponga tra lui e le loro mammelle ancora piene di latte, o con la pretesa che siano ancora tali. Direi che l’amore per un figlio non può diventare talmente incestuoso da giurare fedeltà a un figlio stronzo, perché se quel figlio è diventato tale forse è anche perché quelle madri l’hanno giustificato in ogni modo possibile.

Fossi la madre di un ragazzo che ha abusato di una coetanea avrei seri problemi a relazionarmi con un marito e padre che, forse, gli ha insegnato ad essere quello che “ogni lasciata è persa”, a prendere ogni corpo che respira, a sentirsi uomo in modi che non sono giusti, né per lui né per le ragazze che incontrerà. Se fossi la madre di quel figlio ignobile potrei forse sperare che lui si ravveda, che capisca, ma qualunque cosa accada sarà avvenuta sulla pelle di una ragazzina che di sicuro non aveva scelto di fare da cavia.

Fossi la madre di quel coglione infame mi chiederei, seriamente, come potrà andare avanti, dormire la notte, guardarsi allo specchio e poi risponderei a me stessa che il punto, forse, è che questi fanciulli trovano tantissimi appigli per stare bene con se stessi. Non c’è quasi nessuno che li stigmatizzi per quel che fanno. Semmai vivono un contesto che li sollecita, li istiga, li giustifica. Se lei ti guarda vuol dire che ci sta. Vedrai che le piacerà anche se dice no. E via con questo mare di cazzate che fanno di un bambino una vera merda d’uomo.

Sono perennemente deresponsabilizzati. Sono chiamati a rispondere delle loro azioni solo in senso penale e comunque non serve a niente, a me pare, perché la galera non cambia le persone, semmai le intimidisce, un pochino. Se poi parliamo di minorenni figuriamoci. Che genere di cultura li riguarda, li nutre, li circonda? La stessa che parla di figli rovinati, se denunciati, e figlie integre, sebbene violentate. Culturalmente questa battaglia parrebbe essere quasi persa, non fosse che l’unica cosa che certune sanno fare è chiedere ad altri uomini di fare da tutela per le vergini, e giù così, di volta in volta, non si afferma mai la capacità di una ragazza e una donna di scegliere, difendersi, da sola, con altre sue simili, senza rinvigorire l’ego di un paternalista che si finge migliore senza esserlo.

Cos’è che fa diventare un tredicenne, un quattordicenne, uno stupratore? Cos’è che li rende insensibili al dolore altrui? Com’è possibile che trattino una persona come fosse un obiettivo da scalare in un videogioco? Le piccole e grandi rivoluzioni, così ci hanno insegnato, iniziano dal privato e si ripercuotono sul pubblico. Per vincere la mia battaglia di donna che potrà contare sulla libertà di scelta devo iniziare da mia madre, mio padre, mio fratello, mia sorella, i miei parenti, vicini, insegnanti, perché se non vinco la mia battaglia nel mio stesso contesto non la vincerò certo altrove. Per rendere questi ragazzi sensibili rispetto alla violenza di genere è dal loro privato che bisogna cominciare. Allora, prima di educare loro, bisogna educare i genitori.

Tu, madre, e tu, padre, siete responsabili di quello che i vostri figli fanno. E non avete scuse. Avete tutto il tempo di spiegare che certe cose non si fanno e non importa se a parole glielo avete detto se poi nei fatti li avete cresciuti a pane, sessismo e moralismo. Dovete fare di meglio. Dovete dare di più. Altrimenti. Beh, altrimenti evitate di fare figli. Sul serio.

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