La posta di Eretica, Precarietà, R-Esistenze, Storie, Violenza

Buio e Luce

Sono in ufficio. Sto scrivendo qualcosa al computer. Credo si tratti di dati e cifre da sistemare in un database. Mi si avvicina il capo, e spero mi perdonerete il fatto che le immagini nella mia mente sono un po’ sfocate, come si trattasse di un brutto sogno. Lui poggia le mani sulle mie braccia, sento il calore del suo viso accanto al mio, mi sussurra piano qualcosa, poi, ad alta voce, passa in rassegna una serie di complimenti. Noto la collega, vicina di scrivania, che mi guarda visibilmente irritata. Forse quelle parole erano state dedicate a lei prima che a me. Buio.

Sono ancora in quell’ufficio. Sto ringraziando il mio capo per l’opportunità di lavoro che mi ha dato. Ne ho bisogno, dico, e ho un figlio da mantenere. Lui mi attira a se’ e mi bacia sulla fronte. E’ uno strano comportamento da tenere con una impiegata, ma io mi sento al sicuro, come se quella fosse una promessa di stabilità. Lui è calmo, sereno, sicuro di se’. Io sono insicura, ho lo sguardo perso tra le mille incertezze della mia vita. E’ la prima volta che mi ritrovo a sentirmi vacillare, senza certezze né prospettive, con l’angoscia che mi prende la notte, l’ansia che mi toglie il respiro. Quell’abbraccio, per quanto sia fuori luogo, mi rassicura. Buio.

Sono ancora in ufficio, trovo la mia collega seduta al posto mio che sta compilando i fogli di database che dovrei compilare io. Mi sento derubata di una possibilità e così forse anche lei. Come se riempire quei fogli fosse l’unico modo per tenersi quell’impiego, ché serve a me e serve a lei. Lei dico che faccio io, no no, faccio proprio io, tu stai tranquilla, è il mio lavoro. Il capo mi sorride e si vede che è soddisfatto della mia reazione. Come se io volessi compiacerlo, fare vedere che sono ligia ai miei doveri, perché è questo che mi rende desiderabile ai suoi occhi. Lui è il capo e io la dipendente. Lui ha il potere di licenziarmi e io ho l’obiettivo di non farmi licenziare. Buio.

Sono seduta al tavolo, nella stanza delle riunioni. C’è anche il mio capo e una serie di clienti. La mia collega usa con me toni gentili, ma è falsa, so che lo è. Nella stanza è tutto un gran parlare di un viaggio e non capisco se il significato è letterale o metaforico. Il capo ammicca ai clienti. Credo siano almeno un paio, ma non ne sono sicura. Potrei aver dimenticato dei dettagli. Parlano di un viaggio precedente in cui era presente la mia collega. Il capo le dice che sarà lei a illustrarmi i miei compiti e in quel momento capisco il perché della sua gentilezza. Se vuole tenersi il posto deve fare da istruttrice, a me e a chissà quante altre. Buio.

Apro gli occhi e sento ancora il calore della pelle del mio capo sul mio viso. Gli sto ancora raccontando la mia riconoscenza. Poi sposto lo sguardo e vedo che non siamo soli. C’è la mia collega, nuda, e i due clienti. Indicano i miei abiti ed è il mio capo a spogliarmi. Sono carina, dice, e non distoglie lo sguardo neppure per un attimo. Mi rassicura. Lui l’avrà capito, certamente lo sa, immagina che io lo considero come un padre buono e, dopo tutto quello che ho passato, perfino quel che mi succede ora appare una sciocchezza. Il mio capo sa, della mia separazione, le botte prese durante il matrimonio, quel figlio arrivato senza aspettative, il mio tentato suicidio quando ero immersa nella più totale solitudine. Quello che a me interessa è che il mio capo non smetta di guardarmi. Buio.

Sono su una superficie morbida. Non credo sia un letto. Vedo più una specie di moquette, cuscini, un posto caldo. La mia collega intrattiene i clienti e inizia con alcuni preliminari, ma è me che vogliono, primo tra tutti è lì il mio capo, mi abbraccia forte, io poggio il mio viso sul suo petto. Avrei tanto bisogno di tenerezza. Lui cerca la mia bocca, sento una lingua umida che striscia sul mio palato. Non è mio padre, non è neppure un mio amico, ma quel che posso fare è tentare di invogliarlo a non cedermi ai due clienti. Tienimi stretta, tienimi con te. E lui risponde alle mie carezze e mi stringe come se non volesse mai più lasciarmi andare. Leggo i suoi dubbi, si concede, smette di fingere e quasi si innamora. Sono così giovane e carina, e non voglio altro che essere lì tutta per lui. Buio.

Sono in un’altra stanza. A terra c’è il mio capo. Ho del sangue in bocca. Non sono capace di dire di no. Davvero non riesco. Sono una stupida, ingenua, mi aspetto il meglio dagli altri e non riesco a vedere la malafede e la perfidia altrui. Quando mi rendo conto che non tutti sono bravi e buoni la mia reazione, forse, è spropositata come potrebbe esserlo quella di una persona delusa, tradita, disillusa. Mi è stata rubata la fiducia nel prossimo e ora vedo tutto con chiarezza. Il mio capo si lamenta. Non è morto. Avrà solo bisogno di qualcuno che gli rimetta a posto un orecchio. La mia collega entra e un suono stridulo esce dalla sua bocca. Corre a soccorrere l’uomo sanguinante. Io sono nuda, la mia faccia è una maschera rossa. Esco fuori da quell’edificio. Luce.

Ps: questa è una storia (quasi) vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale.

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