Oramai mi sembra una condizione naturale, la nausea, la testa che gira, il sudore freddo, il volto del mio compagno che si preoccupa per me ed è lì per rendermi la vita un po’ più semplice. Non riesco ad abbassarmi per prendere qualcosa lì per terra e il mondo comincia a girarmi attorno. L’unica cosa che resta intatta, non influenzata dal mio stato di salute è la mia testa, i miei pensieri, ché mai sono stati tanto lucidi quanto adesso. Il senso di finitezza, l’aver quasi toccato la conclusione di una vita piena di sorprese e di scelte non condivise dalla maggior parte della gente, la consapevolezza che prima o poi tutti avremo nostalgia di quel che mai siamo riusciti a realizzare, perché la vita è corta, non ci consente di fare tutto quello che vogliamo, e di questo ci rendiamo conto quando la scala dei valori sostituisce l’una all’altra priorità.
Quanto tempo avrei risparmiato se avessi fatto quello o quell’altro. Eppure è consolante, ti coglie una calma improvvisa, smetti di aver paura, finisce l’ansia, scompare quel che è superfluo e decidi per te, di fare solo quello che ti fa star bene. Sono momenti strani quelli in cui sei a contatto con te stessa. Vedi gli amici, quelli veri, starti vicino e non abbandonarti mai, nonostante tu sia scostante, riservata, silenziosa rispetto a quel che capita al tuo corpo. Ci sono quelle che invece di colpo spariscono, perché la vita per loro è già troppo complicata, non sanno cosa dire o non gli interessa. Ci sono quelli che continuano a consegnarti un peso dopo l’altro. Prenditi cura di me, e di me, e di me, dicono tante voci messe assieme. Lo faccio, si. Allora chi si prenderà cura di me?
Il mio compagno mi vede sparire ogni giorno di più. Divento pallida, non sono in grado neppure di abbracciarlo forte come vorrei. Se sto in silenzio, concentrata su me stessa, sento scorrere il mio sangue, riesco a percepire l’urlo di parti del mio corpo che vanno in malora, riesco a comunicare con quel che dentro di me si consuma. Ti sento e non importa. Non ti trascinerò ancora a lungo se non vuoi. Bisogna pensare a collaborare, io con voi, voi con me. Allora ditemi cosa posso fare, e sento fastidi, malesseri, la loro voce. Io sento tutto. Che sciocca che sono stata. Come ho potuto ignorarvi fino ad ora. Come ho potuto infliggervi un peso troppo grande da portare.
Il mio compagno mi accarezza il viso, poi mi bacia sulla fronte. Mi dice “riposati, non ti preoccupare, faccio tutto io…” anche se è appena tornato da una lunga giornata di lavoro, anche se è stanco. Quante volte gli ho detto di smettere, mollarmi, perché la sua vita non sia rovinata, perché non sia piegata alle mie necessità. Quante volte gli ho detto che dovrebbe fare altro, e lui risponde che non potrebbe perdersi la mia ironia, dice che io lo faccio stare bene anche se sto male o forse, in fondo, realizza la sua indole da crocerossino. Dicono che gli uomini non siano bravi a svolgere ruoli di cura, eppure in questi mesi di lunghe terapie ho visto tantissimi uomini ad assistere mogli, madri, fidanzate. Tutti estremamente pazienti, precisi, pignoli. C’è quello che ogni giorno lava e ripulisce la sua mamma, quell’altro che spalma unguenti e creme alla moglie, l’altro che le dà da mangiare, la nutre, la riscalda, pettina la fidanzata e poi le consegna lo specchio e l’aiuta a mettere il rossetto.
Ho guardato i loro occhi, il loro sguardo è identico a quello del mio compagno, hanno una fottuta paura di perderci, non vogliono mollarci, si arrabbiano se noi ci lasciamo andare e se smettiamo di lottare, sono lì a farci da trainer affinché le nostre giornate scorrano con un minimo di senso. Sono capolavori di esseri umani che trasgrediscono gli stereotipi di genere o forse svelano semplicemente quanto quegli stereotipi siano in realtà sciocchi. C’è una madre di due splendidi bambini e il marito arriva la mattina presto e la consola, un bacio e poi via e i bimbi sono già a scuola. Poi scappa al lavoro, a pranzo nonna va a riprendere i bambini e il padre li riprende il pomeriggio, gli fa fare i compiti, li lava, pettina, veste e poi li porta ogni sera ad abbracciare la loro mamma. Lei si preoccupa e gli chiede se è stanco e lui giura che va tutto perfettamente bene, lui e i bambini se la cavano a meraviglia. Tesoro, devi guarire per te stessa, con i tuoi tempi, e non perché ti preoccupi per noi.
Vite che mi passano accanto, volti, voci, che presto dimenticherò perché sono lontani dalla mia quotidianità, e io torno a godere delle carezze del mio compagno e penso che se lui stesse male io farei lo stesso. Non mi sorprende, non penso che lui sia un eroe, è solo un uomo teneramente innamorato che aiuta la sua compagna ora in difficoltà. A lui, mio amore, mio solido e affidabile compagno, mio adorato tesoro, i miei pensieri, i miei respiri, la mia infinita riconoscenza.
Ps: è una storia vera. grazie a chi me l’ha raccontata. ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale.
L’ha ribloggato su I Colori del Buioe ha commentato:
Lacrime copiose rigano le guance.
Si piange il dolore di quello che non potrà essere
Si piange il dolore per ciò che non sarà più
Si piange e nel frattempo si vive il presente