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Mio figlio? E’ da mia suocera. Io non voglio fargli da madre!

Da
Da Riotclitshave

Ho una cicatrice enorme sulla pancia. La pelle strappata, la carne deformata. Mi chiedo chi mai vorrà accarezzarmi, mordermi, succhiarmi, baciarmi, senza mostrare un po’ di ribrezzo per le cuciture scomposte e non sanate. Sarà per sempre, sono cambiata, non si torna indietro, mai più, e ancora devo fare i conti con l’altro corpo che io stessa ho generato. Occhi pesti, pelle raggrinzita, piccolo, piccolissimo, non mi piace. Com’è una madre che dice del proprio figlio che è oggettivamente brutto? Tanta fatica e poi la delusione. Pensavo che avrei sentito, da subito, una spinta emotiva, un desiderio, la passione, l’amore incondizionato, e invece niente. E’ un estraneo ed è venuto fuori dal mio corpo. E’ uno sconosciuto che si è nutrito della mia energia e ora richiede sforzi enormi per crescere con o senza di me.

Altre, dopo il parto, dicono: è come se lo conoscessi da sempre, sei la carne della mia carne e ti sento come fossi parte di me. Io, invece, niente. Freddo, distacco, voglia di riprendere la mia vecchia vita, vestirmi e andare via senza considerare quella creatura. Mi sono vergognata di aver pensato di lasciarlo. Mi sono vergognata dell’indifferenza che provavo, ma non potevo mentire a me stessa. Non posso.

Lui piange, si lamenta, io non so che cosa fare. Com’è la stronzata che quando il bimbo nasce tu sai già tutto quanto? Come se qualcuno ti avesse nutrito di messaggi subliminali o di educazione durante il sonno. Come se fossi una mamma dormiente. Pigi un bottone e tac, diventi mamma, balia, allattatrice, cambi carattere, identità, diventi un’altra. Io, invece, mi sento lontana da tutto. Guardo lo spazio fuori dalla finestra e penso alla vita che da questo momento in poi dovrò fare. Non potrò lasciarlo mai, non potrò allontanarmi, non potrò sottrarmi a quel dovere e a quella responsabilità. Sono terrorizzata.

Lui non ha chiesto di nascere. Sono io che l’ho messo al mondo perché sono stata incosciente. Hai fatto un errore e ora ne paghi le conseguenze. E io le pago, con il disprezzo per me stessa, io pago tutto, poi staccatemi lo scontrino e lasciate che io vada ‘affanculo. La mia storia è una vicenda di non riparazione. L’amore non è cresciuto, il distacco non è diminuito. Sono io che ho trovato mille stratagemmi per sfuggire alle mie responsabilità. Quel figlio l’ha cresciuto mia suocera e ora che ha sette anni, quando lo chiamo, non si gira nemmeno. E’ lei sua madre e io dovrei rammaricarmi di questo fatto, invece mi rendo contro che nelle famiglie sono tanti i casi di abbandono che non vengono ufficializzati. Madri o suocere che si prendono cura dei nipoti. Persone altre, zie, parenti prossimi che colmano le lacune per quella assenza che neppure si pente di essere tale.

Il mondo grida che io dovrei sentirmi un mostro, una stronza, una merda di persona, invece io ho accettato di convivere con questa quasi scelta fatta sette anni fa. Credo che sia stato meglio ammettere i miei limiti invece che fare vivere a mio figlio un’esistenza accanto a una donna piena di frustrazioni. Perché io devo confessare l’inconfessabile: se mia suocera non l’avesse preso con se’, se non lo avesse, praticamente, cresciuto lei, io sarei impazzita, sarei stata un’infelice, avrei avuto parecchie probabilità di cadere in depressione, farmi ancora del male, penso, perché non era per nulla scontato che io sopravvivessi a me stessa.

Non credo che avrei mai potuto fare del male al bimbo ma io, sicuramente, rischiavo altrimenti di morire. Mi chiedo, ogni tanto, se gli antiabortisti sanno che per una nascita difesa ci sono tante madri che vivono malissimo. Che gliene fotte, d’altro canto, se dopo il parto quella madre si suicida. Insomma io convivo con me stessa. Non mi sento anormale né sbagliata. Non ho nessun rimpianto e penso di aver fatto la scelta più giusta. Ai figli non serve, credo, un genitore di sangue. Non è contronatura. Io non sono una fottuta lupa e non sto a capo di nessun branco. I figli, da quel che so, hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro, e così come in altri tempi si diceva che il padre era lontano perché doveva lavorare anche di una madre si può dire lo stesso. Lavoro, ho orari complicati, penso di averli scelti apposta, ho una vita anch’io e per fortuna ho un compagno che ha capito. Se non avessi avuto lui, se mi fossi ritrovata con un uomo accanto a dirmi tutti i santi giorni che rifuggivo le mie cazzo di responsabilità sono più che certa che mi sarei lanciata dal balcone.

Sono una donna, che ha partorito un figlio e non lo vuole crescere, non voglio assumermene la responsabilità. Sono piena di limiti, imperfetta, sono umana, non vado in cerca di aureole per la santità e non penso di meritare il marchio del demonio sulla pelle. Ci sono volte che succede anche quello che è successo a me. Nulla incoraggia una madre a parlarne fino in fondo. Così te ne resti nascosta, in totale solitudine, a raccontare balle a te stessa e al mondo, prima di mostrare con umiltà il tuo fallimento.

C’è stato chi avrebbe voluto redimermi. Mia madre, soprattutto, da un lato mi diceva che non voleva prendersi cura di mio figlio e dall’altro ha fatto un casino perché l’ho affidato a mia suocera. Mia madre mi ha quasi ripudiata come figlia. Diceva che non sapeva a chi somigliavo e non capiva come una “madre” poteva rinunciare al figlio in questo modo. Ti perdi i migliori anni della sua vita. L’amore di una madre è insostituibile. Tu gli creerai un grandissimo trauma. E dopo un mese del suo perenne casino e della sua opera di colpevolizzazione, presi un flacone di pillole che per lo meno mi fecero dormire per due giorni. Quando mi risvegliai mia madre era sparita, il mio compagno aveva preso le redini della mia vita, mia suocera disse che non dovevo preoccuparmi di niente, e io ripresi a respirare.

Racconto questo non perché consiglio ad altre di fare lo stesso. E’ difficile per me raccontarvi, statene certe, ma quello che voglio dirvi è che se avete titubanze, dubbi, disagi, non dovete lasciarvi intimidire. Parlatene e non fatevi colpevolizzare da nessuno. Ditelo chiaramente e non restate chiuse, in solitudine, a rimuginare pensieri cattivi. Devono ascoltarvi. Lo devono fare. Altrimenti sarete voi a sparire.

Auguri a tutte e scusate i miei limiti.

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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15 pensieri su “Mio figlio? E’ da mia suocera. Io non voglio fargli da madre!”

  1. Leggendo questo racconto di vita, mi sembra di ascoltare mia madre ai tempi in cui mi ha cresciuta mia nonna.
    Per incoscienza, per inesperienza, a mio parere senza averci pensato un minuto di troppo, ha fatto prima me, che ha lasciato subito a mia nonna. Dopo tre anni, con un altro compano, non ci vuole molto che lasci pure lei da mia nonna.
    Da mia nonna stavo anche bene, il peggio è successo quando ho compiuto 12 anni (mia sorella 9) e mia mamma ha improvvisamente deciso di prendersi le sue responsabilità e ho vissuto in una casa sporca, in viaggio tra un appartamento e l’altro e poche o nulle attenzioni. C’è da dire che poi sua madre e il su attuale compagno avevano preso il vizio di bere e ogni sera rientravano sempre più tardi. A 17 anni sono tornata da mia nonna.
    Ora, a 21 anni, vivo da sola e mia madre per una serie di ragioni mi ha ripudiata come figlia, e non ci sto nemmeno male perché, alla fin fine, non l’ho mai vista come una madre.
    Scrivo questo per dirti che capisco le tue ragioni, e visto che lo spirito materno (sempre che esista) non scende dal cielo ti prego di non prendere mai tuo figlio con te e non dubito che così, il tempo per lui di crescere, nascerà tra voi un bellissimo rapporto, non dico madre e figlio, ma magari di amicizia.

  2. Ho scoperto da poco questo blog e lo trovo illuminante. Racconti come questo sono strazianti, dolorosi da leggere, ma necessari. E’ un lato della maternità che la nostra società ci ha imposto di nascondere e che invece deve, merita di essere raccontata. Perché diventare madri può essere anche questo, non solo rose e fiori, come ce la vogliono mostrare nelle pubblicità dei pannolini.
    Io ringrazio chi questo blog lo cura e le donne che raccontano qui le loro storie, col cuore. Perché non riesco a immaginare il coraggio che ci voglia ad ammettere, in questa società, di essersi pentite di aver avuto un figlio.
    Io figli non ne ho, e a quasi 27 anni non ho mai sentito “la chiamata”. Non ne sento la necessità. Non odio i bambini. Ma nemmeno mi piacciono. Non desidero averne e so con quasi totale certezza che se diventassi madre la vivrei malissimo. Non ho istinto materno. Mi hanno fatto sentire un mostro quando con alcune persone ho esternato questa cosa. Mi hanno detto che chi non ama i bambini è una persona orribile, che la mia vita non è e non sarà mai completa. Qui ho trovato uno spazio dove leggo di ragazze e donne come me, non mi sento più sola. E per questo mi sento di ringraziare.

    1. Nessuno può farti pesare di non volere figli, l’istinto materno non è una componente naturale presente in ogni donna e sinceramente vorrei vedere quanti amano di amore vero i loro figli senza essere poi in realtà un semplice pagliacciata di fronte a chi guarda… e giudica. Questo blog è una finestra su una realtà che viene spesso nascosta, per convenienza, perchè oramai sotterrata da miriadi di stereotipi, convenzioni e ‘morali’ sociali che schiacciano chi sente qualcosa di diverso, in contrasto con le favolette stile ‘biancaneve’ e ‘cenerentola’ della ‘donna felice e contenta solo se madre’ che da secoli ci propinano e costringono ad ascoltare.
      Ne subiamo aimè ogni giorno le conseguenze e non sarà facile liberarcene ed accettarci per quello che siamo e proviamo finchè rimarremo incastrati tra la realtà umana fatta anche di sentimenti negativi e profonde oscurità e questi miti irrealizzabili che ci vorrebbero portatrici di amore incondizionato.

  3. Scusate non ho capito. Si è trattato di una gravidanza indesiderata? Voglio dire, la signora della storia all’inizio lo voleva sto bambino e poi si è confrontata con le sue paure oppure è stata messa di fronte ad una scelta obbligata? Dal racconto non si capisce.
    Per quello che posso dire io (uomo) sulla base di ciò che ho visto e vedo intorno a me, solitamente se i figli sono voluti queste problematiche non emergono così violentemente, anche le ansie, le paure, il senso di inadeguatezza c’è. Perchè siamo umani.
    Invece in caso di gravidanze diciamo “forzate” (psicologicamente intendo), con figure maritali/paterne tanto autoritarie quanto assenti nella gestione del/della piccino/a allora si, allora ci sono madri (amiche) che provano quello che dice la signora nel suo racconto. Ed è molto triste questa cosa.

      1. “il mio compagno aveva preso le redini della mia vita”… è una frase complessa; forse più del rifiuto del figlio. Entrambe le condizioni psicologiche mi sembrano del resto più comuni di quanto si pensi. Anche comode, per certi versi. Ma va bene così: il senso del dovere non potrebbe mai sostituire del tutto l’amore e al posto di due vite potenzialmente serene si avrebbero due sofferenze. Resta di questa storia la saggezza del saper riconoscere i propri limiti, che poi vuol dire semplicemente la propria condizione, senza farsene una colpa schiacciante. è importante. Mi permetto di aggiungere, però, che se vengono avvertiti come ‘limiti’, si potrebbe provare a lavorarci un po’ sù, col tempo. Rifiutarsi e non accettarsi radicalmente sono atti ostili e stupidi verso se stessi; ma anche il loro opposto non sembra una norma sensata.
        Grazie per questi dolorosi stralci di vita che ci regali, ad ogni modo.

  4. Perchè chi uccide ubriaco a bordo della sua auto ha diritto a una seconda chance? Perchè chi uccide la moglie, la compagna, la figlia ha diritto a una seconda chance? Perchè chi uccide, chi toglie una vita, per gelosia, pazzia, interesse o perfino per ‘incoscienza’ ha il diritto di scontare la sua pena, spesso perfino troppo breve, e poi tornare tranquillamente alla sua vita precedente?

    Chi commette l’omicidio, paga e ricomincia.
    Chi sbaglia rimanendo incinta dovrebbe subire quell’errore tutta la vita?
    Tutti gli esseri umani commettono errori e per tutti è giusta una seconda chance, un’occasione di redimersi e ricominciare, perchè per chi ‘non ha preso precauzioni nel 2015’ dovrebbe essere diverso?

    Perchè a volte un figlio è un errore e non ci sono altri modi di definirlo quindi cortesemente non giudichiamo le scelte di chi quell’errore non lo vuole, non cerchiamo in ogni modo di imporre la nostra visione e colpevolizzare chi sceglie di non volerlo mettere al mondo.

    La donna, la madre che madre non è perchè non vuole esserlo ma voi per forza così volete che sia, che sceglie consapevolmente di ‘terminare’ quelle poche cellule che ancora di vita non hanno quasi nulla è ormai un mostro quasi peggiore di chi uccide a volte perfino senza motivo una vita vera, un anima che al mondo c’era già da tempo i cui occhi e la cui voce di certo mancheranno a chi la amava, una vita che esisteva, che respirava e abitava il mondo.

    Il fatto che spesso alla società sconvolga quasi più la fine di alcune cellule decretata della donna/madre, che altro non può essere per chi bigottamente vuole vederci limitate a questo, piuttosto che l’omicidio crudele di chi vita lo era davvero dovrebbe farci riflettere sulle condizioni del nostro tempo….

    1. Ma quando mai le persone che hai citato hanno una seconda chances? Vengono marchiate per sempre dalla loro colpa e ghettizzate dalla società. Certi errori non si espiano mai completamente… Semplicemente restano per farci i conti tutta la vita.

      1. Non è sempre così. Molti uomini che hanno ucciso o mutilato irrimediabilmente le compagne se la sono cavata con una pena ridicola e una volta usciti hanno pure trovato un’altra donna disposta a prenderseli. E se gli si ricorda quel che hanno fatto fanno pure gli scocciati come se la loro unica colpa fosse aver rubato della marmellata, o hanno il coraggio di dire che non si sono pentiti. C’è chi fa cose orrende e poi non si rammarica di nulla.

  5. Sono madre di una bambina la cui nascita non era stata programmata, nata per incoscienza mia e del padre, che conoscevo da pochissimo tempo. Ci si trova male ancor di più quando ti rendi conto poco dopo che il padre non è una persona affidabile e che odi e faresti di tutto per non aver nessun genere di legame con lui…meno che mai una figlia. Il giorno in cui è nata, anch’io con un cesareo, mi sono accorta subito di non provare quel trasporto per lei di cui raccontano tante mamme, me ne sono prima vergognata e poi anche preoccupata ad essere sincera. Mi dicevo che ormai la bambina c’era e qualcosa andava fatto per avere una vita decente, soprattutto per lei. Vivere 6 mesi con il padre come una famiglia classica è stato devastante, piangevo tutte le notti e mi chiedevo cosa avrei potuto fare per migliorare la situazione. Ho deciso di tornare a casa di mia madre, che mi ha dato una mano e mene dà tutt’ora, ho troncato tutto il troncabile con il padre della bambina e faccio buon viso a cattivo gioco per il resto.
    Ho deciso di mettere in primo piano mia figlia e di pensare al suo bene. Lo faccio in un certo senso solo razionalmente, pensando sempre a cosa farebbe la classica “buona madre” in tutte le occasioni in cui ho dubbi, anche se so in cuor mio di non amarla di quell’amore materno incondizionato di cui si favoleggia.
    Spero solo che mia figlia non se ne accorga mai, che gli abbracci e i baci siano dopotutto comunque abbracci e baci e che tanti bambini non hanno nemmeno quelli.

  6. È straziante, perché vivo la stessa cosa. Amo mia figlia, ma non la voglio. O meglio, non la voglio crescere, ma la voglio nella mia vita.
    Sono stata imoscente a farla a 20’anni e ora sono pentita. Penso a quando facevo quel che cavolo volevo a casa mia, io e il mio compagno, era tutto perfetto. Non dovevo addormentarmi presto perché non avevo una bimba che alle 8 reclamava la mia presenza, non dovevo fingere di essere felice, perché lo ero. E ora sono sola al mondo e non so che fare, non so a chi dirlo. Vivo con mia suocera, ma non ho il coraggio di parlargliene. Mi prenderebbe per pazza? Non lo so. Mi vergogno così tanto… piango a dirotto, sempre.
    Come fai a dire a qualcuno che hai sbagliato? Che hai una figlia che non vuoi crescere.
    Che preferiresti svegliarti e pensare a come passare del tempo col tuo compagno piuttosto che pensare a nutrire, vestire e lavare tua figlia. Voglio essere libera, lo desidero così tanto… Ho 20’anni… ho tante cose da fare. Voglio viaggiare, uscire di notte, potermi permettere di addormentarmi all’alba, voglio fare l’amore col mio compagno senza il timore che la bimba si svegli e ci interrompa, preferirei lavorare, di gran lunga. Ma fare la mamma? Non sono pronta, forse lo sarò e lo vorrò. Infondo mia figlia è il mio sangue ed io le voglio bene, ma per ora, egoisticamente, non voglio essere madre…
    Avrei bisogno di parlarne con chi ci è già passata o ci sta passando. Sento che sto sprofondando sempre più e ho paura di quel che potrebbe accadere. Voglio uscirne, rivoglio la mia vita.

  7. Sei (e con te anche alcune che hanno commentato) semplicemente una grande immatura. Una bambina mai cresciuta. Ti capisco eh, io ho una storia complicatissima, il mio primo figlio l’ho avuto “senza il padre”, il quale si è dileguato per 2 anni, per poi tornare solo per vedere ogni tanto il figlio. Dio solo sa quanto ho sofferto e quanto a 26 anni avrei solo avuto voglia di sprofondare nella mia depressione e di quanto sia stato lacerante lo strappo (che avviene per tutte) tra la vita Prima e la vita Dopo: prima sei una bambina egoista, pensi e fai solo quello che ti pare. Dopo non sei più libera nemmeno di uscire di casa senza divertì occupare delle esigenze di un bambino o pensare a chi affidarlo.
    Io mi sono dovuta rimboccare le maniche, purtroppo non avevo una suocera, né tantomeno una madre che mi aiutasse…
    Un po’ vi invidio, ma bisogna crescere ragazze… Avete perso la più grande occasione.

    1. A quanto pare la sua ‘storia complicatissima’ non le ha fatto guadagnare un briciolo di empatia. Ha perso anche lei una grande occasione di diventare una persona migliore, peccato.

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