E’ un pezzo di Rebecca Reid, pubblicato sul Telegraph, che ho sintetizzato (tradotto non letteralmente) per aggiornare la riflessione su quel che succede in Grecia a partire da un altro punto di vista. Su questo blog, grazie alla traduzione di un video/documentario greco a cura del Ruins Production Team, tradotto da InfoAut, avevo descritto la situazione greca così come l’ha affrontata il ministro alla sanità e un governo un filino fascista. Le associazioni a supporto delle sex workers denunciavano proprio la caccia alle streghe contro le prostitute che venivano braccate, fotografate, messe alla gogna, con lo stigma dato alla puttana con l’HIV. Fu ripescata una vecchia legge che tendeva a marginalizzare e ricacciare verso lo sfruttamento le prostitute straniere e porre uno stigma sulla testa delle prostitute di strada. Non una norma preventiva, non un attimo di ascolto delle sex workers per rendere migliori le loro soluzioni di lavoro, perché il punto chiave di quel che accade e si dice in Grecia, e che pressappoco, con i dovuti distinguo, si dice anche in questo articolo, è che le donne si prostituiscono in gran parte perché hanno bisogno di soldi. Chi vuole ridurre il fenomeno solo alle donne che scelgono quel lavoro per libera e consapevole scelta, piuttosto che pensare a divieti e repressione, basta che provveda a proporre norme economiche diverse. Non è terrorizzando e reprimendo le prostitute, obbligandole in “case chiuse” alla maniera un po’ fascista d’altri tempi, invece che favorendo la loro libertà di impresa, che previeni il fenomeno. Che questo serva di lezione alle abolizioniste. Prima il reddito e la regolarizzazione di quel che esiste. Rendere legale quel lavoro significa far diminuire notevolmente i rischi ed evitare anche lo sfruttamento. Aggiungo che del pezzo che ho tradotto non mi è piaciuto il modo in cui si parla delle donne prostitute, ampiamente stigmatizzate, e della maniera in cui si promuove una revisione della legge, senza nominare le donne migranti e pensando al bene delle madri/mogli e delle professioniste istruite. Tale tono, a mio avviso, favorisce l’idea che a fare la prostituta sia normalmente chi ama o è costretta a stare in una situazione di degrado. Chi dice che è sempre così? Intanto, ecco. Buona lettura!
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Prostituzione: Il prezzo nascosto della crisi economica in Grecia
Il partito Syriza si prepara a prendere il potere in Grecia annunciando riforme anti-austerità. Rebecca Reid spiega perché anche le leggi che riguardano il sex working necessitino di un urgente aggiornamento.
La Grecia ha votato per il cambiamento. Il partito Syriza, il cui slogan era “la speranza sta arrivando”, ha trionfato nelle ultime elezioni.
Il salario medio greco è sceso a soli 600 Euro (£ 450) al mese e il 50% dei giovani vive in stato di disoccupazione. Perciò non deve sorprendere il fatto che i greci abbiano votato per un partito che sembra rappresentare il progresso.
Ma c’è un altro volto della disoccupazione di massa in Grecia, parlo di un aspetto che non è stato ben raccontato. Secondo il Centro Nazionale per la Ricerca Sociale (EKKE), nel corso della crisi economica, i numeri della prostituzione nel paese sono cresciuti del 150%, il che significa che le donne che avrebbero volentieri esercitato un’altra professione hanno finito per svolgere il sex work per mantenere se stesse e le proprie famiglie.
Attualmente, secondo EKKE, in Grecia si conterebbero circa 20.000 prostitute, 1000 delle quali sono state regolarmente registrate. Anche se in Grecia la prostituzione di strada è illegale il sex work tecnicamente non lo è (Non è considerata comunque una professione e i/le sex workers non possono contare sui diritti destinati a tutt* i/le lavoratori/trici).
Esistono i bordelli (o “studios”) in cui le donne possono registrarsi per lavorare legalmente. Ricerche che valutano i rischi del settore dicono che la prostituzione può essere svolta nella maniera più sicura se è regolata, se si svolge in luoghi sicuri e se i/le sex work realizzano controlli regolari a verifica del proprio stato di salute.
I bordelli sono tradizionalmente gestiti da donne più adulte, a volte dalle ex prostitute. Ciascun bordello deve essere dotato di licenza, rilasciata dallo Stato. Le autorità greche hanno deciso di applicare una legge del 1999 che stabilisce come tutti i bordelli debbano essere dotati di quel permesso. Le donne che lavorano come prostitute devono registrarsi e dotarsi di un tesserino sanitario che attesta il loro stato di salute e che viene rinnovato ogni due settimane.
C’è un elenco di altre disposizioni che devono essere soddisfatte prima che ad una donna sia permesso di lavorare in uno di questi bordelli. Devono avere più di 18 anni; devono godere del diritto a vivere e lavorare in Grecia (permesso di soggiorno o cittadinanza); devono essere sane e immuni da ogni malattia infettiva (malattie esentematiche, HIV e altro); non devono soffrire di malattie mentali nè devono essere tossicodipendenti; non devono essere state condannate per omicidio, sfruttamento della prostituzione, pornografia infantile, tratta, rapina o ricatto. Ah, e devono anche essere nubili.
La ragione di questa precisazione è difficile da capire. Ma a prescindere dal suo intento, la legge non impedisce di certo alle donne sposate di svolgere quella professione. Rende loro, semplicemente, la vita più difficile: impedisce a queste donne di lavorare in ambienti regolamentati costringendole a esercitare per le strade, cosa che è illegale e pericolosa.
E con il rapido aumento delle sex workers che lavorano per strada, la situazione in generale è in continuo peggioramento. Perché a molte delle donne greche che ora esercitano per le strade non può essere attribuito lo stereotipo della prostituta tossica, povera, marginalizzata e sfinita.
Tra le lavoratrici obbligate a esercitare per le strade ci sono madri, donne sposate, giovani professioniste (istruite, con una qualifica diversa). Donne di qualunque tipo, a causa della crisi economica, hanno la stessa probabilità delle tossicodipendenti di fare le prostitute.
Una proprietaria di un bordello legale, Soula Alevridou, ha spiegato qual è l’attuale situazione alla BBC, per un documentario intitolato “Love in a Time of Crisis about dating and sex work in Greece”.
Ha spiegato qual è la dura realtà delle donne sposate che usano la prostituzione come mezzo di sostentamento. Ha raccontato anche che non può accoglierle, deve allontanarle, perché altrimenti rischia di perdere la licenza.
“Le donne sposate vengono qui e chiedono lavoro. Non possono neppure permettersi di comprare e preparare la colazione prima che i bambini vanno a scuola.”
La BBC ha raccontato che una donna di nome Georgia, un medico, lavora anche come escort per sostenere la sua famiglia. Un medico qualificato, che lavora in una clinica privata che purtroppo, attualmente, tratta solo tre pazienti a settimana.
Nel tempo estivo, grazie alla alta stagione turistica, lei può lavorare ancora di più come sex worker e così è in grado di pagare l’affitto della sua casa e di sostenere i genitori anziani.
“Vivo una doppia vita e sono la sola a saperlo” dice Georgia. “Ho inviato curriculum per esercitare la professione all’estero e aspetto ogni giorno sperando in una risposta”.
Questa maniera di costringere così le sex workers però non è solo demoralizzante. E’ anche pericolosa. Nel corso degli ultimi 4 anni, la Grecia ha visto un aumento del 200% dei casi di HIV. Nel 2012, in risposta all’aumento di casi di infezione, le autorità greche hanno immaginato di poter risolvere pubblicando le fotografie delle donne con HIV che lavoravano come prostitute. La minaccia di violazione della privacy servì solo a compromettere la loro sicurezza, così diminuivano le probabilità per altre donne di fare il test per evitare la gogna pubblica.
La caccia alle streghe rappresentò anche un grave modo di porre un nuovo stigma sui malati di HIV e questo induceva la persona malata, casomai, a non fare niente per arginare la diffusione della malattia. Lo stesso governo, il ministero della sanità, carico di pregiudizi, pensò bene che essendo le prostitute (riconoscibili in quanto tali) le uniche da schedare e isolare come malate non servissero ulteriori provvedimenti per prevenire la diffusione dell’HIV.
Una delle ragioni altre, infatti, dell’aumento dei casi di HIV è sicuramente l’aumento del numero di sex workers che lavorano per strada.
L’aumento del 150% delle donne che lavorano come prostitute ha interrotto in maniera enorme la linea che intercorre tra domanda e offerta. Il numero alto di donne disponibili ha creato un clima di grande concorrenza. Le donne si spintonano tra loro per recuperare un cliente e sono anche costrette ad abbassare notevolmente i prezzi. Ovviamente anche i clienti hanno perso potere d’acquisto perché non hanno soldi a causa della crisi economica. Il risultato è che una prestazione costa circa 15 Euro (£ 11).
Alcune prostitute iniziano ad offrire prestazioni sessuali un po’ più a rischio e che i clienti pagherebbero un po’ di più: come il sesso non protetto, che include un supplemento di prezzo, ma contribuisce alla crescita dell’HIV.
Non posso fare a meno di pensare che sia tragico il fatto che vi sia un flusso di donne istruite che scelgono di fare le prostitute di strada, con tutti i rischi che questo comporta o accettando le regole che la legge greca impone.
E’ chiaramente indispensabile prevenire i casi di prostituzione non libera, scelta per necessità e non con consapevolezza, e dunque servono norme che tutelino persone come Georgia, che permettano a lei di esercitare nella legalità e con minor rischio e serve che, ancora di più, prevengano la diffusione dell’HIV. I numeri che ho qui condiviso non sono sufficienti per convincere il governo greco a riesaminare le loro arcaiche leggi sulla prostituzione?
Forse la necessità economica può essere la spinta utile a ottenere una migliore legge sulla prostituzione?
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Risorse:
—>>>il network delle organizzazioni europee composte da sex wokers: http://www.sexworkeurope.org
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Anche la Grecia è un paese con un deficit ecologico estremamente grave.
Se dovessimo dirla con un iperbole, poco più che un mucchio di sassi e sterpi su cui cresce poco o nulla. Da migliaia di anni, quando il mondo era vuoto, da sempre risolto con le migrazioni.
Come facciamo a garantire il tenore di vita di X milioni di persone, lavoratrici sessuali comprese?
Esiste un “mercato” della domanda offerta anche per le professioni sessuali.
E’ del tutto ovvio che in un periodo (questo è solo ‘inizio) di avvitamento dovuto alla mancanza di risorse di ogni tipo richiesto a quanto sarebbe necessario (crisi quindi anche finanziaria, anche economica, etc.) anche le professioni sessuali subiscono un aumento della manodopera e un calo della richiesta.
Se in un certo contesto dall’estero catapulti milioni di polli o di panettoni è del tutto ovvio che il valore dei polli o dei panettoni scenderà sempre più fino a zero per poi diventare addirittura negativo: se a casa della zio Pietro porto sei quintali di panettoni e quattro e mezzo di polli, essi diventano un rifiuto e creano una quantità pazzesca di problemi.
Non c’è mica bisogno di grandi economisti per capirlo.
Non si capisce quindi come mai per le lavoratrici sessuali non debba essere così.
Infatti esse poi si spintonano, come è scritto, e il prezzo di mercato delle loro prestazioni diventa sempre più basso.
Ah però le migrazioni di massa sono belle giuste buone opportunità ricchezza.
Sì sì.
Prego.
Scusate per errori e refusi, accidenti al tempo tiranno.
> di avvitamento dovuto alla mancanza di risorse di ogni tipo richiesto a quanto sarebbe necessario
-> di avvitamento dovuto alla mancanza di risorse di ogni tipo rispetto a quanto sarebbe necessario