Cara Alessandra,
vorrei articolare una risposta che possa giungerti in modo diretto, alla mia maniera, sperando che la mia franchezza non ti induca a rifiutare un confronto su questo. Ho letto il tuo pezzo pubblicato su la 27esimaora e non mi ha convinto come non mi convince l’urgenza che manifesta Marina Terragni quando parla del pericolo islamico che potrebbe costringerci a tornare sottomesse.
Innanzitutto chiedo: Eri alla manifestazione di Parigi? Perché io ho parlato con persone che c’erano e mi hanno detto che hanno visto tanta gente, incluse le donne con il velo. Ma anche se non ci fossero state o se fossero arrivate in minor numero, data la forte strumentalizzazione che la destra islamofoba ha fatto dell’evento, personalmente avrei capito. Tu dici che era il momento adatto per tentare una integrazione tra le gente povera e musulmana delle banlieues e l’intellighenzia borghese parigina? E ancora di più: non pensi che in quel momento una donna con il velo avrebbe potuto incontrare una fascista che “in nome della libertà di espressione” poteva volerla “salvare” (per forza) dal velo, sovradeterminandola?
A me pare ingenuo immaginare che l’assenza di donne velate abbia un significato altro rispetto a quel che più semplicemente si può ipotizzare. E mi spiace che tu, alla quale riconosco grande apertura e disponibilità alla comprensione di altri femminismi, ti rivolga alle donne di etnia e religione diversa in modalità da occidentale, bianca, neocolonialista, preoccupata della costrizione dei corpi altrove, come se i nostri corpi vivessero in una condizione di grande libertà.
Per esempio: qualcuna dice di non aver trovato qui nessun musulmano che in farmacia o negli studi medici abbiano negato la pillola del giorno dopo. E quante sono le donne occidentali costrette a casa perché non esistono servizi che le aiutino con i figli? Cosa abbiano noi da insegnare alle donne di altre etnie in quanto a mancato rispetto della nostra libertà di scelta?
E dunque io mi chiedo perché si parli di queste donne come fossero eterne assenti, quando loro partecipano alla vita pubblica, generano interventi che si possono leggere in altre lingue e sono testimoni di una sfida culturale che per loro forse ha altri obiettivi rispetto a quelli che potremmo voler attribuirgli noi.
Non serve l’assalto islamico, se mai potesse essercene di questo tipo, a rimettere le donne a casa. Hai letto i piani di questo governo? Senza andare lontano, conosci la maniera in cui il governo vuole far funzionare il welfare? Sai che non ci sono investimenti di alcun genere per fare in modo che le donne possano liberarsi da o condividere i ruoli di cura? Sai che non esistono interventi che parlino di reddito, di modo che le donne non debbano essere l’ammortizzatore sociale per eccellenza in questo tempo di crisi?
Non sono i musulmani che ci vogliono chiuse a casa ma è il capitale, con tutta la logica del biopotere che ci usa in ogni modo possibile, che ci vuole a casa a fare figli, con l’assillo della bassa natalità perché bisogna generare persone che paghino le pensioni adesso, mentre si tengono fuori dai nostri confini persone di altra etnia perché quella gente lì al capitale serve, povera, affamata, in modo da poterla sfruttare più e meglio di quanto non sfrutti noi.
Forse che qui in Italia, giusto per fare un altro esempio, le donne perdono i diritti perché i nostri politici sono influenzati dalla religione musulmana? Quasi ci vietano l’aborto, stanno mortificando le nostre scelte mettendoci le une contro le altre, con i cimiteri per feti, i nomi per gli embrioni abortiti, i cognomi perfino per il singolo spermatozoo. Siamo obbligate a manifestare affinché tengano in vita la legge 194 che neppure ci convince molto. Trovi obiettori di coscienza in ogni angolo. Anche il portantino ospedaliero è diventato obiettore e se hai bisogno della barella invece te la fai a piedi anche se stai per crepare. Le donne sono le prime a perdere il lavoro ed è chiara l’intenzione di lasciarci in casa per fare lavorare gli uomini, affinché noi, per l’appunto, possiamo dedicarci ai ruoli di cura.
In quanto all’oggettivazione degli individui io vedo l’opposto di quel che vedi tu. Il rischio è che si de-umanizzino gli arabi, i musulmani, oramai alla mercè di milioni di ingiurie e discriminazioni d’ogni genere, perché sono loro che, a causa di una propaganda assillante che li demonizza, tra un po’ rischiano di finire nei ghetti con sorveglianze esterne che ne controllino entrate e uscite. D’altronde è già così in Palestina ed è così anche a Parigi dove le banlieues sono un ghetto senza fine per gente povera che si rifugia nell’integralismo per trovare risposta alla propria rabbia.
Concordo con te che sia orribile il fatto che si usino corpi di bambine per far saltare in aria piazze e mercati ma quel che succede in Nigeria, della quale tra l’altro qualcuna ha detto che bisogna occuparsi con meno impegno rispetto a quel che succede qui “da noi” (in Europa), non si può generalizzare ovunque. Non possiamo, anche noi femministe, unirci al coro di persone che amano sfruttare l’isteria collettiva per promuovere la realizzazione di altri recinti repressivi, culturali e fisici, muri, altissimi, invalicabili, che in realtà non lasciano immuni neppure noi. Non possiamo essere il coro che accompagna la promozione di decreti d’urgenza contro il terrorismo che servono ad espellere arabi in modo indiscriminato urlando “al musulmano! Al musulmano!” come se si trattasse sempre di potenziali terroristi.
Capisci che non è del patriarcato altrove che è nostro compito parlare? Perché il nostro ci impegna a sufficienza e per quel che riguarda le donne con o senza velo bisogna semplicemente imparare ad ascoltarle ed affiancare le loro lotte senza sovradeterminarle o vittimizzarle e considerarle minori, inferiori a noi. E’ una presunzione tutta occidentale quella di voler occuparsi dei mali altrove perché si dice che presto o tardi ci contageranno. Fossi in loro io mi preoccuperei di quel che da parte nostra può arrivare a loro in termini di contagio.
Cosa regaliamo noi alle donne di altre culture? Cosa abbiamo regalato alla ex ministra Kyenge? Gente orribile che l’ha paragonata a una scimmia? Persone che l’hanno offesa in nome della nostra supremazia e dall’alto del nostro grado di civiltà? Cosa abbiamo regalato a Greta e Vanessa a parte le offese di chi le ha insultate in ogni modo possibile prima, durante e dopo la loro liberazione? Non sarebbe dunque meglio parlarsi, tra donne, uomini, chiunque, con la consapevolezza che nessuno di noi è superiore, più evoluto e laico? Non sarebbe meglio partire dalla consapevolezza che la contaminazione che dovrà avvenire tra noi non potrà mai essere caratterizzata da una divisione tra quelle la cui visione morale va applicata in termini universali e quelle altre che vanno colonizzate?
Esiste un femminismo, postcoloniale, che parla perfino di furto delle parole. Ecco: non pronunciamo le loro lotte con le nostre parole. Ascoltiamo quelle che loro avranno voglia di comunicarci. Da lì si parte. O no?
Con immutata stima
Eretica

solo una precisazione: l’espressione “pericolo islamico” proprio non mi appartiene. Semmai “pericolo islamista”, ma non ho detto neanche quello. Mi sento molto travisata, ma è mia respnsabilità: probabilmente non ho saputo spiegarmi come avrei dovuto