Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, R-Esistenze, Storie, Violenza

Sono stata stuprata. Non l’ho mai detto a nessuno!

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Sono stata stuprata a 14 anni e non l’ho mai detto a nessuno. Non lo sa mia madre, mio padre, le mie amiche non lo sanno e non lo sa neppure il mio compagno. Chissà perché l’avevo rimosso, così, semplicemente, e sono andata avanti. Altre mani hanno accarezzato punti del mio corpo un tempo costretti all’abuso. Altri corpi, pelle, lingue, hanno segnato in senso positivo quel che allora patii. E’ una sciocchezza che una persona che ha subito lo stupro non possa fare più sesso. Per me è stato quasi un riflesso condizionato. Volevo provare piacere perché avevo capito, mio malgrado, cosa mi provocava dolore. Lo stupro fu per me una palestra di vita, che non auguro a nessuno, ma dato che non sapevo niente di sesso quel che imparai fu per me prezioso. Capii cosa per me rappresentava una mortificazione. Imparai a diffidare di atteggiamenti ambigui e compresi che la scelta doveva essere la mia, mio il tempo, il luogo, le richieste, per chiedere collaborazione a chi mi aiutò poi nella scoperta di quel che mi dava piacere.

Accadde come succedono i brutti sogni. Ero andata a bottega per comprare qualcosa per mia madre. Ero graziosa, già formata esteriormente e con la testa  di una bambina. Non avevo malizia, non capivo la cattiveria della gente, non mi rendevo conto neppure del significato di uno sguardo lascivo per strada. Il figlio del bottegaio era un “ritardato”, come si diceva allora, e suo padre, un tronfio maschilista, lo incoraggiava a guardare e commentare le scollature delle donne. Diceva a tutti che quel ragazzo non era ritardato nell’unica cosa che contava veramente per gli uomini. Era un uomo vero, l’orgoglio di papà.

Dietro uno scaffale, dove cercavo qualcosa da comprare, credo fossero dei biscotti, non ricordo, c’era una porta che portava al magazzino. Il ragazzo mi seguì e dopo aver chiesto il mio nome e aver balbettato che ero molto bella mi trascinò nel magazzino. Feci resistenza ma pensavo che scherzasse. Ridevo e rideva anche lui. Dicevo “ma no, dai, cosa fai?” e pensavo ad uno scherzo, un gioco, forse, come il nascondino, mai avrei immaginato quel che stava per accadere. Tra l’altro ero convinta che i “ritardati” fossero innocui e sentivo il dovere di essere gentile con lui per spirito di solidarietà. Fino a quel momento ero la timida scolara che aveva una cotta per un vicino di casa. Non ero consapevole di quel che il mio corpo era diventato e dell’effetto che facevo agli uomini.

Quel ragazzo mi tirò la maglietta e io la trattenni e lo guardai spaventata. Mi resi conto di essere senza via d’uscita. Lui mi teneva per un braccio e io non potevo scappare. Mi diceva di stare zitta perché è vergogna, così mi intimidiva, è vergogna, le ragazze non fanno queste cose. Bisogna fare silenzio e non farlo sapere a nessuno. E chissà da chi aveva imparato, chi lo aveva educato. Mise le mani maldestre sotto la maglietta e toccò un seno. Non so neppure se si rendeva conto di quel che stava facendo. Era maldestro, rozzo, in qualche modo buffo e però molto aggressivo, violento. Così poi mi spinse a terra e io urlai ma nessuno sentiva. C’era troppo casino in quella bottega che a quell’ora era pienissima. Tirò su la gonna, mise le mani dentro le mutandine, poi sentii il suo pene che mi penetrava e lui teneva gli occhi chiusi e non so per quale motivo tappò anche i miei. Finì quasi subito e questo è il mio primo ricordo del sesso.

Fino a quel momento non avevo avuto neppure una pomiciata, un bacio, niente. Avevo imparato a toccarmi leggendo un giornalino per adolescenti ma poi avevo paura di qualunque cosa e i miei mi avevano intimidito a sufficienza rendendomi impreparata anche per quello che quel giorno avvenne. Quando finì mi disse di alzarmi, e ridi, mi diceva, ridi, è un gioco, poi vide che per terra c’era un po’ di sangue e mi disse che avevo sporcato tutto. Lo lasciai lì che ripuliva mentre io scappai via senza comprare nulla. Fu una fortuna che non rimasi incinta, perché poteva accadere anche quello. Mi sentii mortificata, umiliata, provai una strana sensazione, un po’ ero stranita e un po’ arrabbiata. La sensazione che provai non fu così netta e perciò me ne vergognavo, mi sentivo in colpa. Inutile dire che non tornai mai più in quella bottega e facevo giri lunghissimi per non passare da quella strada. Era diventato un meccanismo involontario. Non mi rendevo neanche conto del perché.

Nel frattempo crescevo, senza restare ingabbiata a causa di quel che mi era successo e senza ancora capire chi fosse il colpevole di tutta quella faccenda. Ora lo so. Colpevoli erano tutti quanti, i miei che mi avevano lasciato impreparata, i suoi che lo avevano educato ad essere un macho senza controllo, lui che non aveva idea di quel che faceva e seguiva solo l’istinto, la gente del paese che mi faceva vergognare e mi rese difficile poter dire a tutti quel che era successo. La responsabilità era di tutti e per tanto tempo ho provato risentimento anche verso me stessa fino al giorno in cui feci pace con la mia pelle e spiegai a mia figlia molte cose del sesso, delle relazioni, della mentalità che la circondava, dei suoi diritti e della fiducia. Le raccontai il piacere, per quel che sono stata in grado di fare e lei, da quel che so, non ha mai subito nulla di spiacevole, perché lei sapeva distinguere tra un approccio giusto e uno sbagliato. Io invece no.

Sono stata stuprata a 14 anni e non l’ho detto a nessuno. Ora l’ho detto a te e mi sento meglio. Grazie.

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. 

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