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Ti sembra abbastanza precaria la mia storia?

Avevo chiesto il racconto della propria precarietà. QUI un post che ne parla e QUI la discussione su facebook. Quella che segue è invece una storia che una ragazza mi ha raccontato e che condivido con voi. Buona lettura!

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Ho 23 anni, sono nata in una famiglia modesta, ma libera. Mio padre ha una piccola officina in proprio dove lavora conto terzi, non ha padroni e non ne ha mai voluti, solo una collega: mia madre. Si sono conosciuti lì, quando l’officina era ancora di mio nonno paterno, mia madre aveva 11 anni e mio padre 14. Hanno lavorato sotto le macchine tutta la vita, insieme.

Poi sono nata io, e ho avuto un’infanzia meravigliosa. Mia madre non ha neanche fatto le scuole medie, quindi voleva darmi tutto. Andavamo in montagna, mi faceva ascoltare la musica, dipingere, mio padre mi portava tutti i sabati in biblioteca. Quando avevo 7 anni è nata mia sorella, e malgrado la mia gelosia e il mio caratteraccio, la famiglia era al completo. Mio padre giocava sempre con me e mia madre mi scarrozzava a lezione di piano o al corso di nuoto, oltre ad occuparsi di tutto il resto e del lavoro.

Poi quando avevo 13 anni, mia madre cade in depressione. Sono ancora troppo piccola per gestire questo e i miei genitori sono per la prima volta in una situazione delicata da afrontare, decidono di non dirmi niente, fino al giorno in cui scopro per caso le parcelle dello psichiatra, un anno dopo. Finalmente mi spiego il comportamento assente di mamma e la stanchezza di papà, ma ormai la complicità si è persa e quel mutismo familiare che si accentua durante l’adolescenza è già entrato in atto.

Quando ho 15 anni, nel 2007, arriva la prima grossa crisi. Non c’è più lavoro, le grosse ditte delocalizzano in Polonia, per mio padre non ci sono più commissioni. Cercando di mettere una seconda ipoteca sulla casa (appena finito di pagarla) per saldare il prestito che ha chiesto alla banca, quest’ultima rifiuta e mio padre si ritrova con 120mila euro di debiti. Non aveva ancora detto niente a nessuno, ma a quel punto è costretto a comunicarlo a mia madre.

Quella sera io stavo lavorando al bar, come sempre, per pagarmi l’università, quando vengo a sapere che mamma ha fatto una crisi ed è in ospedale. Io non ho visto niente e non ne abbiamo mai parlato, ma a quanto pare voleva suicidarsi. Non sapevo del debito, ma dopo qualche mese la notizia viene comunicata anche a me, e comincio a soffrire d’insonnia.

Per i miei genitori è impossibile cercare di cambiare vita, ma per me sì: parto in Erasmus, mi allontano da tutto questo, dal lavoro in nero, dalla frustrazione di non poter seguire i corsi perchè sono al bar fino alle 2 di notte. Per la prima volta nella vita ho una borsa di studio, posso seguire le lezioni, anche se devo lavoricchiare comunque per pagarmi le spese. Alla fine dell’Erasmus, decido di non tornare in Italia…sinceramente, per fare cosa? Tornare a vivere dai miei, laurearmi senza nessuna prospettiva, non potermi iscrivere alla specialistica, essere sottopagata.

Resto in Francia, dove la mia vita non è comunque facile, ma almeno è più libera e autonoma. Imparo a conoscere nuove persone, ad essere sola nelle difficoltà (e me ne rendo conto quando finisco al prontosoccorso e nessuno è lì con me, a chiedermi come sto, o ad aspettarmi quando rientro a casa), a gestire il budget.
Riesco a laurearmi, ma non a ottenere la borsa di studio per la magistrale: problemi burocratici. Rimando gli studi di un anno e decido di lavorare nel frattempo per mettere via qualche soldo e realizzare i miei sogni. Solo che un lavoro ben pagato, non lo trovo proprio. Con una triennale, non posso neanche sognarmi di lavorare nel mio campo, che è già precario di suo: lingue e letterature straniere.

Dopo aver fatto un po’ di tutto: babysitter, cameriera, schiava da H&M, ripetizioni di italiano, o tutte queste cose contemporaneamente…trovo un posto da responsabile di sala in un ristorante. Non reggo 3 settimane: devo lavorare 60 ore a settimana e me ne pagano solo 39. Non ce la faccio per principio. In quel periodo di stress, mi vengono delle strane bolle alle mani. Continuo a lavorare nonostante le mani, come commessa, perchè l’affitto non lo pago con i sorrisi, ma le bolle vanno di male in peggio.

Si scrostano, sanguinano, bruciano. Cosa cavolo è? Boh, chi ce li ha tempo e soldi per il dermatologo? Al pronto soccorso neanche ci sono le urgenze dermatologiche. Dopo 3 mesi, finalmente non ce la faccio più, prendo appuntamento. Ma ce ne vogliono altri 2 per avere tutti gli esami e visite, per un totale di almeno 350 euro: è una dermatite atopica. Cronica. Incurabile. Me la devo gestire al meglio, cercare di “non stressarmi”. Cause sconosciute, dovrei fare un test dermo-allergologico. Altri 2 mesi di attesa, Altri soldi che non ho. Come non stressarmi? Certa gente non se lo può permettere.

La fine del mese comincia il 15. Soldi non ne sto mettendo via, neanche un centesimo. Non ho tempo per trovare seriamente un lavoro che mi piaccia, o che non mi faccia ancor di più infettare le mani: ora lavoro in un tabacchi, tocco soldi tutto il giorno. Odio i soldi, puzzano, sono sporchi. A fine servizio ho le mani nere, tutta quella merda mi entra nelle piaghe.

Ho l’impressione di dover rinunciare a tutti i miei sogni: iscrivermi alla specialistica, viaggiare un po’ (non vedo il mare dal 2011)…le uniche due cose che mi restano sono la musica e il libro che sto scrivendo. La mia vita sentimentale è una noia senza pari. Il mio ragazzo ed io ora viviamo insieme, ma siamo morti dentro. Nessuna scintilla di passione, un sacco di noia.

Neanche nella salute posso confortarmi. Ho le mani piene di piaghe e regolarmente pensieri suicidi. Ho strappato le tende e lanciato sedie a destra e a manca in casa svariate volte. Il mio ragazzo spesso ha paura di me, anche se non gli farei mai del male, a volte quando dò di matto mi stringe forte per impedirmi di muovermi e rompere cose. Una volta pur di fare qualcosa mi sono divincolata dalla sua presa e ho dato una testata al muro, per calmarmi. Vorrei essere una persona migliore, ma la vita comincia davvero a rompermi il cazzo.

A volte quando mi sveglio non so perchè dovrei continuare a lottare per tutto questo. Sorridere al mio capo per cosa. Dire che la vita è bella, perché? Mi sembra di non avere nessun motivo di essere felice. Vorrei davvero mandare tutto quanto affanculo e spararmi un colpo in bocca, però lo farei al lavoro, giusto per schizzarmi il cervello sui muri e rompere il cazzo a quel coglione del mio capo e soprattutto di quella timorata di dio di sua moglie.
Però quando i miei mi chiamano dico che va tutto bene, come potrei farli preoccupare, o anche solo deluderli?

Spero sia abbastanza precario.

2 pensieri su “Ti sembra abbastanza precaria la mia storia?”

    1. Non lo so. Anch’io guadagno troppo poco . Un ex marito che non versa l’assegno di mantenimento perché preferisce usare i soldi per divertirsi,due genitori più che ben messi con i soldi che sperano io soccomba sotto il peso dei non soldi per tornare a vivere con il mio ex marito che giura loro amarmi tanto. E che quindi non mi aiutano. In tutto questo una caldaia da cambiare , e non so esattamente cosa dovrei provare quando puntualmente qualcuno mi ricorda che la caldaia nuova la devo pur comprare, che in inverno il riscaldamento serve.O quando mi invento che non ho voglia di andare in ferie. O di uscire . O che ho un brutto ipertiroidismo, che mangio davvero tanto,ma niente, brucio tutto subito. La storia della tiroide in parte è vera ; avevo tutti i segni/sintomi di un ipotiroidismo autoimmune,peccato che alla diagnosi certa mancavano minimo due ticket sanitari e avevo già speso 200 euro in un mese e mezzo per sentirmi dire che dovevo pagare per curarmi . Grazie tante. Ho smesso di curarmi e ringrazio anche la mia tiroide bella che ipotrofica che a mangiare poco non dimagrisco così velocemente. Dimagrisco sì,ma appunto,dico che la tiroide mi aumenta troppo il metabolismo. Mica dico che cerco di mangiare il meno possibile perché non ho i soldi per far la spesa. Me lo chiedo a che serve dire che vada bene , che tanto mica ci pago le bollette con i “va tutto bene”. Si vive o si muore uguale , cambia niente. Una cosa l’ho fatta però: il testamento. Che non mi va che le mie quattro cose vadano a questi parenti. Poi per loro è così poco, alla fine non gli cambierebbe neppure la giornata.

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