La posta di Eretica, Precarietà, R-Esistenze, Storie, Welfare

La precarietà e l’apriscatole

Un’altra storia di precarietà. La manda Annalisa. Un abbraccio a lei e buona lettura a voi.

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Oggi ho avuto bisogno di un apri scatola.
Era lì, aggeggio retrò dimenticato in un cassetto sbilenco, con la sua rotellina ancora ben oliata e funzionante.
L’ho usato per aprire il salvadanaio di latta di mio figlio, sei anni, che ci chiede una monetina al giorno e ci ha infilato dentro le banconote, “i soldi di carta”, vinti giocando al mercante in fiera il giorno di Natale.

Li ho contati con il cuore in gola, e la gola raschiata e amara come se vi avessero sfregato il carbone. Li ho contati con la pungente, quasi urticante, speranza che potessero bastare per acquistare due paia di scarpe nuove. Per lui e per sua sorella.
Forse ai saldi ce la posso fare.
A lui regalerò un trattore nuovo, dal negozio cinese, e gli dirò che l’ho pagato un sacco di soldini e che ho dovuto usare i suoi. Per consolare mio figlio di un abuso, dovrò ricorrere ad un oggetto fabbricato da altre mani abusate. E mi sembra di vivere in una versione cannibale delle bambole a matrioska: ci si fagocita a vicenda, si fagocitano corpo e tempo altrui, per scippare un altro millimetro di ossigeno e un po’ di chiarore.

Figlio mio, figlia mia, ci sono madri che mettono in guardia i bambini dalla malvagità dell’orco, dalle strade poco sicure, dai cortili non sorvegliati, vi mettono telecamere negli asili, un rosario di canali televisivi dedicati con pubblicità pensate apposta per voi, corpi in miniatura affidati alla macelleria del marketing. Io, da madre, vi consegno solo un avvertimento: stanate il potere, siate in grado di riconoscere la violenza, tenete alta la guardia. Non cadete nella trappola di ritenervi colpevoli di torti che non avete commesso. La storia non deve essere necessariamente una coazione a ripetere.

Io, per conto mio, ci ho provato oggi. Ci ho provato a non vergognarmi ma non ce l’ho fatta. Mi vergogno di aver perso il lavoro. Mi vergogno, in un modo cocente e sordo, di dover dipendere economicamente da vostro padre. Mi vergogno delle mie lacrime da vittima sotto strati di coperte nelle mie mattinate senza occupazione. Mi vergogno di offrirvi con allegria un petto di pollo per cena, acquistato per un soldo di cacio al supermercato, pur sapendo che vi sto imbottendo di ormoni e antibiotici. Mi vergogno a dirvi che il succo di frutta lo avrete a giorni alterni e mi vergogno a mentirvi quando dico che è solo per proteggere i denti dagli zuccheri cattivi.

Mi vergogno, e mi viene un tuffo al cuore, quando vedo che nel lettino con le sbarre tu piccolina non ci entri più e avresti bisogno di un letto normale. Mi vergogno quando chiedo ai nonni la quota per il corso di nuoto. Mi vergogno quando rimando la visita pre-scuola dall’oculista. Mi vergogno quando vostro padre deve accettare doppi e tripli turni e la notte la sua nudità affaticata mi spaventa anziché eccitarmi. Mi vergogno perché mi state chiedendo da tempo di andare a visitare l’acquario di Genova e ora non si può. Aspettiamo l’estate. Forse qualcosa succederà.

Ed è questa sospensione – questa resa paradossale ad un capitalismo da sempre rinnegato ma sempre nei fatti rincorso, a mò di tettoia, per difenderci dalla brutalità della marginalizzazione – a corrodere i tessuti interiori, i tessuti delle relazioni, i tessuti degli affetti. E se mi azzardo ad un bilancio, la cosa che mi rattrista di più, è che la somma delle precarietà non sta producendo visioni radicali (cui appigliarsi, cui dedicarsi) ma il moltiplicarsi di solitudini e di periferie. Geografiche ed esistenziali.

Resto qui sospesa, immobile. In certi momenti ad auspicare un vero precariato: mi va bene qualsiasi contratto, qualsiasi mansione, qualsiasi violenza. Non importa se io abbia studiato o meno, se sia qualificata o no. Non ha alcun valore né rilevanza. Tutti abbiamo diritto ad esercitare e veder riconosciuti i nostri diritti senza che questi vengano messi a tacere da uno stato di bisogno sempre più allarmante e sfiancante.
Tutti avremmo bisogno di non abitare case gelide e ammuffite, e poi di un paio di scarpe nuove.

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