Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Precarietà, R-Esistenze, Storie, Violenza

Liberarsi della prigione fatta di sensi di colpa è cosa buona

Daniela ha una madre schizofrenica. Totalmente dipendente dalla figlia. Con atteggiamenti da bambina seppur in età avanzata. Daniela ha vissuto lontano da lei fintanto che c’era il padre vivo. Poi il babbo morì e lei ha dovuto trasferirsi in coincidenza di un momento di crisi con il suo convivente. Così pose fine al suo rapporto decennale e iniziò una vita fatta di inspiegabili sfoghi d’ira, alti e bassi e una morbosa co-dipendenza tra lei e sua madre.

Da allora Daniela ha cominciato a manifestare disturbi dell’alimentazione. Bulimica, poi anoressica, poi ancora bulimica. Vomita a comando, basta che si preme l’addome e oramai vomita senza sforzi. A volte vomita e beve tanto, apposta, perché ritiene così di facilitare la cosa. In realtà si è distrutta lo stomaco, l’intestino, e con il riflusso gastro/faringeo si è massacrata tutto quel che c’è tra l’esofago in giù. Come se non bastasse ha cominciato a soffrire d’ansia e allora, per calmarsi, così almeno lei dice, si tagliuzza con una lametta in vari punti del corpo. La ferita e la fuoriuscita del sangue placherebbero il suo umore nero e così sostituisce con una emorragia il pianto.

Ha le braccia piene di cicatrici e in qualche punto è scarnificata perché i tagli fanno fatica a rimarginarsi. Dato che con le braccia non può più sopperire alla sua esigenza ha cominciato a tagliuzzarsi le gambe, dall’alto in basso, giù giù, fino alle caviglie. E’ come se da quelle gambe arrivasse un urlo, una richiesta infinita di aiuto. Daniela mi racconta che, nonostante questi problemi, è riuscita a vivere una storia d’amore con un tale che sembrava capirlo. Per quanto lei avesse chiarito di non poter abbandonare la madre, perché si compensano l’un l’altra e anche dopo violenti litigi non hanno voglia di separarsi, il tizio continuò a starle accanto per qualche tempo, fintanto che, un bel giorno, Daniela non dovette essere ricoverata d’urgenza e lui seppe quale fosse in realtà la condizione della sua compagna. Lei aveva passato il tempo a banalizzare e sminuire e lui non era così consapevole del fatto che lei vomitasse tanto spesso, che diminuisse costantemente di peso e che continuasse a tagliuzzarsi in punti un po’ meno visibili per dare sfogo al suo dolore.

Per esempio: si tagliò sotto il piede. Piccole cicatrici erano lì a dimostrare che lei godeva della sofferenza provata a camminare con la carne massacrata. Si tagliava anche in prossimità delle ascelle, dove poi copriva le cicatrici con il reggiseno e si tagliò, qualche volta, anche l’interno delle labbra e sulla nuca, restando lì con la fissazione di togliersi le croste dalla testa per il piacere di sentire scorrere il sangue tra i capelli. Quando lui seppe di tutti questi problemi disse a Daniela che non era in grado di aiutarla e che aveva una paura estrema di restare incastrato in una situazione dalla quale non sarebbe mai potuto uscire. Ebbe anche la possibilità di conoscere meglio la madre di Daniela e comprese che mai, lei, si sarebbe separata dall’altra. Così la lasciò al suo destino e quanto segue derivò dunque da una serie di circostanze, l’una conseguente all’altra, che tutte assieme formano la vita di una compagna, una femminista, una donna intelligente che ha provato fino all’ultimo a tirarsi fuori dalla precarietà e dal dolore. Risucchiata dalla famiglia d’origine, ancor di più perché, da sola, non poteva permettersi altrimenti, Daniela tentò il suicidio almeno tre volte, e ogni volta sua madre le diceva che era egoista e che non avrebbe dovuto rifarlo più per non lasciarla sola.

La quarta volta, Daniela, si lanciò da un balcone, fratturandosi, data anche l’estrema magrezza, un bel po’ di ossa. Però non morì. Ora resta in ospedale a farsi assistere fintanto che non sarà in grado di rimettersi a camminare. Il suo midollo spinale è rimasto magicamente intatto, ne ha patito però il fegato, vicino alle costole fratturate, la milza, vari punti dell’intestino e dunque ha subito varie operazioni per poter vivere ancora.

Un giorno arriva la madre e le dice: vedi di fare presto a camminare perché io da sola ho paura. Se non ci sei tu faccio una sciocchezza. Daniela allora cominciò a piangere forte, come non aveva pianto mai, le dice che è lei che vuole morire perché non ce la fa più e che ad essere egoista è questa madre che le ha risucchiato ogni energia. Dice che non è obbligatorio che lei debba prendersi cura di sua madre e improvvisamente, piuttosto che vomitare cibo o liquidi, vomita la verità, i sensi di colpa, i ricatti emotivi subiti, e dice che non gliene frega un cazzo se la madre si suicida. Fallo pure, le disse, anche se so che non lo farai perché tu sei troppo attaccata alla vita e ci seppellirai tutti. Fallo e non rompermi più le scatole. Io non mi sento più in colpa e dato che ho visto varie volte la morte con gli occhi direi che ho capito di avere altre priorità. Dunque, mamma, vedi di andartene ‘affanculo, fatti curare, lasciami in pace e io vado a vivere con la mia amica.

La mamma capì di non avere più presa in quella magrissima e ingessatissima figura e Daniela fece un sospiro di sollievo. Forse ora, dopo tanto tempo, era riuscita ad abbattere le sbarre che la tenevano in una rigida prigione familiare. Forse oggi, dopo tanto tempo, Daniela è libera.

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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