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Uomini uccisi nel sonno: quelle esecuzioni tollerate dall’opinione pubblica!

E’ notizia di oggi che una donna ha ucciso il marito “nel sonno”. Dichiara di averlo fatto perché avrebbe subito maltrattamenti. Non ho alcun motivo di non crederle e dunque parto da questo per analizzare la maniera in cui viene trattato un delitto quando la persona uccisa è un uomo per mano della moglie, convivente.

E’ molto semplice, innanzitutto, fornire questa impostazione all’interesse della pubblica opinione perché giammai si penserebbe la cosa opposta. Se un uomo ammazza una donna e afferma di aver subito angherie e maltrattamenti nessuno gli crederà mai. Giustamente si ricorda il fatto che a prescindere da quel che nella relazione è accaduto nessuno può e deve uccidere un altro essere umano. Non c’è giustificazione che tenga e all’uomo che uccide una donna si ricorda che avrebbe potuto lasciarla, rifarsi una vita, smettere di inseguirla e di farle stalking, smetterla di considerarla cosa propria la cui vita è sacrificabile al suo senso di possesso.

Nel caso in cui una donna uccide il marito, compagno, convivente invece non viene sollevata nessuna obiezione. Lei era vittima prima che dichiarasse di esserlo ed è moralmente vittima anche dopo aver commesso un omicidio. E’ vero che in Italia una donna che uccide un uomo subisce la stessa condanna che subisce un uomo. Negli Stati Uniti e in altri paesi, per esempio, invece, è in voga la Sindrome della Donna Maltrattata. Giusto le “femministe radicali” che lottano per evitare che gli uomini possano servirsi di “sindromi varie” nelle aule dei tribunali avallano l’esistenza di una sindrome che serve, in qualche caso, a evitare una condanna per le donne che in seguito alle violenze subite decidono di compiere un omicidio premeditato che solitamente viene eseguito quando l’uomo dorme.

A questa donna non si dice che avrebbe dovuto sciogliere il vincolo di co-dipendenza dalla violenza e avere la lucidità mentale di realizzare scelte diverse. Nessun@ dice o scrive che questa donna avrebbe potuto semplicemente lasciare il marito, divorziare, andarsene, denunciarlo per maltrattamenti e poi mollare quel rapporto. Il delitto, in casi di co-dipendenza da violenza nella relazione, diventa l’elemento di rottura, il modo attraverso il quale la donna rompe l’incantesimo e compie così un’azione che le impedirà di tornare indietro. Quel delitto diventa perciò un modo per liberarsi di una persona della quale la donna non è riuscita a liberarsi, soprattutto emotivamente, in modo diverso.

E’ chiaro che ci sono casi e casi e l’analisi varia in relazione al contesto in cui il delitto si realizza. Donne povere, senza reddito e casa, che non hanno un posto dove andare, giacché non possono contare su leggi che aiutino le persone indigenti ad acquisire autonomia economica, hanno difficoltà a mollare un rapporto violento. Lo stesso si potrebbe dire di un uomo che se separato potrebbe serenamente finire sotto i ponti. La situazione economica di una coppia è quella che bisognerebbe sempre prendere in esame per prevenire delitti annunciati. In ogni caso a me interessa, in questo momento, analizzare il metodo usato da alcune donne quando si tratta di commettere un delitto che sembrerebbe essere tollerato dall’opinione pubblica. Nessuno scandalo. Nessuna emergenza. Nessuna critica.

Io credo che le donne che uccidono gli uomini e lo fanno, il più delle volte, quando quegli uomini stanno dormendo, non solo hanno premeditato quel delitto, giacché raramente poi si suicidano, ma hanno praticamente analizzato il rapporto costi-benefici che deriva dalla differenza strutturale e fisica che coinvolge donne e uomini. Se quegli uomini sono fisicamente più difficili da sconfiggere il gesto di una martellata nel sonno equivale ad un delitto rispetto al quale le donne adottano una modalità preventiva che impedisce loro di ricavarne danni fisici.

Vi faccio alcuni esempi che trovate in alcune rassegne stampa dei casi di violenza [1] [2] [3] [4] [5] [6]. Potete leggere come in alcune situazioni la donna uccida o tenti di uccidere il marito perché lui voleva lasciarla, così come in altri casi succede che lei uccida il marito perché non lo sopporta più o per altre ragioni non chiare. Si può vedere anche come la maggior parte delle volte in cui si parla di donne che fanno violenza ad un uomo si parla di raptus e nessuna militante antiviolenza se ne lamenta. In quel caso non ci sono voci che si levano indignate per insegnare ai giornalisti a raccontare un delitto senza usare i soliti stereotipi di sempre. Faccio presente che, quando ho vissuto una situazione di violenza, non ho mai, e dico mai, pensato di uccidere nessuno e che solo l’idea di farlo, a mio avviso, per qualunque donna, costi uno sforzo di programmazione preciso. Da un lato si può pensare che una donna prigioniera si avvale dell’unico momento che può servirle a liberarsi del carnefice ma dall’altro si può immaginare una programmazione accurata del modo attraverso cui colpire un uomo senza lasciargli la possibilità di difendersi. Bisogna sferrare un colpo netto, o compiere un gesto che contempli una certa precisione, perché se lui si sveglia ti fermerà e si difenderà. Dunque non ci vedo affatto un raptus ma una premeditazione lucida che porta all’annientamento di un altro essere umano.

Posso capire il fatto che c’è gente che considerando gli uomini tutti dei gran pezzi di merda non sprecherà neppure una lacrima per piangere la loro morte violenta, ma il mondo delle persone prive di fanatismo considerano le persone uccise aventi diritto, tutte quante, alla stessa attenzione. Non ci sono esseri umani sacrificabili e non c’è nessuno che può giustificare la pena di morte ai danni di qualcuno, a meno che non si tratti di una mentalità giustizialista, forcaiola e un po’ fascista. Dunque questi uomini, vittime di una esecuzione vendicativa, a prescindere dal fatto che ci sia qualche fanatica che possa giudicarla legittima difesa, vengono archiviati come corpi sacrificabili rispetto alla esigenza di assoluzione e difesa delle donne. Permettetemi di dire un’ultima cosa: ho conosciuto. molto tempo fa, una donna che si è fatta 15 anni di galera per essersi davvero difesa nel corso di un tentativo di aggressione ai suoi danni. Viveva con un uomo che una volta, giusto per fare, l’ha perfino lanciata dal balcone. Un bel giorno lui la raggiunse in casa del padre e lei prese il fucile e gli sparò. Quella era legittima difesa e sono convinta che non avrebbe mai organizzato un delitto nel sonno. Allora come vogliamo chiamare le esecuzioni per le quali nessuno spende una sola parola?

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2 pensieri riguardo “Uomini uccisi nel sonno: quelle esecuzioni tollerate dall’opinione pubblica!”

  1. Sono d’accordo con Lei su molte delle cose che scrive in questo post. Non ultimo sul fatto che i massmedia coprono queste notizie sempre in modo stereotipico, “accontentandosi” di avallare il senso comune e senza mai neppure provare a metterlo in dubbio. Pero’ un conto sono i resoconti giornalistici (spesso copia/incolla) e un conto i processi penali. La donna in questione, affermando di aver ucciso il marito perche’ vittima di maltrattamenti, ha praticamente ammesso di aver commesso l’omicidio. Il fatto che la vittima dell’omicidio dormisse esclude la legittima difesa e corrobora l’ipotesi di una premeditazione. Non sono un esperto ma questa mi sembra solo logica applicata. Un reo confesso che affronta un processo per omicidio premeditato difendendosi dicendosi di essere stato oggetto di maltrattamenti (mai denunciati e apparentemente non refertabili sul corpo dell’assassino) mi sembra un caso molto difficile da difendere. Questo a prescindere dal fatto che ci possa essere o no un certo giustificazionismo nell’opinione pubblica (non lo possiamo sapere) o nella copertura massmediatica. Se passa il principio che si possono uccidere persone nel sonno e che denunciandone i maltrattamenti (ie di che tipo poi?) si possono avere sconti di pena o pene sospese e’ facile prevedere un aumento degli omicidi.

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