Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Storie, Welfare

E’ una colpa arrendersi alla precarietà?

Gran brutta giornata oggi. Solita puntata in ospedale, chiacchiere con le altre pazienti, poi, all’improvviso, arriva la telefonata di una paziente oramai dimessa. La voce rotta dal pianto, poche parole di introduzione al discorso, le chiedo come sta e mi dice che una di quelle che abbiamo conosciuto durante le nostre giornate terapeutiche non c’è più. Mi sembrava stesse meglio, le dico, aveva anche finito la sua terapia. Invece si era sentita, forse, molto sola, parecchio precaria, senza prospettive né lavoro. Viveva con sua madre dopo una separazione con un tale che proprio quando lei aveva più bisogno di solidarietà l’ha mollata per una più giovane con la quale stava per generare un figlio. Capita, le abbiamo detto tutte. Capita, cara, non c’è nulla di strano, e tu sei forte, coraggiosa, stai combattendo per esistere, non solo per tornare ad uno stato di salute decente, ma anche per recuperare un po’ di autonomia.

Diceva che con l’età che avanzava diventava sempre più difficile. Nonostante non avesse ancora compiuto i 40 anni si sentiva al limite delle sue energie. Aveva tanto lottato e aveva cercato di vivere un po’ meglio e poi, dopo anni di perseguimento di una minima indipendenza, perde il lavoro, o meglio, non recupera più alcun contratto a progetto, la flessibilità non le ha dato alcuna sicurezza, poi la malattia, le terapie, che se hai un contratto decente sono comprese nel tuo stipendio ma se sei precaria non te le paga nessuno. Se sei malata sono cazzi tuoi. Non hai un contratto che ti copre. Nessuno ti assume, nessuno ti offre un’opportunità, e se fai uno dei tanti lavori precari in genere ti licenziano. Perciò lei era sfinita, totalmente dipendente dalla pensione della madre che per fortuna vive con una pensione di reversibilità dopo la morte del marito. Prende una cifra mensile molto modesta e le è appena sufficiente per campare, però non è un reddito zero e dunque lei, come tante altre persone, ha dovuto pagare spese di ticket, farmaci, la benzina per fare su e giù dall’ospedale e l’ultima volta che lo vista era smagrita, stanca, per quanto non avesse ancora perso il suo senso dell’ironia.

Ci sfotteva tutte quante, diceva che quel che stavamo vivendo sembrava “teatro”. Si augurava una guarigione serena per tutte noi e poi fissava un punto vuoto che non le restituiva una speranza, nulla di che. Lei non c’è più, è un’altra vittima della precarietà, stroncata dalla fragilità del suo fisico, dall’impossibilità di vedere un futuro davanti a se’ e allora si è suicidata. Sapere che la persona con la quale parlavi e ridevi fino a poco tempo fa non respira più da un lato ti impone di accettare quella scelta in senso laico. Era l’unica scelta autodeterminata che evidentemente non pensava di subire, pur se nella totale condizione di scoramento e depressione dovuta ad un insieme di fattori che con un po’ di soldi in più avrebbe potuto risolvere un po’ meglio. Dall’altro lato, a me, a noi, a tutte le persone che vivono in una condizione di precarietà, con qualche problema di salute e con la consapevolezza che la tua vita scorrerà sempre in maniera complessa, forse fino all’ultimo, questo suicido ha tolto energia. Qualcuna ha detto “è tutto inutile”, qualcun altra ha sentenziato che solo i forti ce la fanno, io ho rivolto uno sguardo alla mia nuova amica di terapie e lei, che di esperienze complicate ne ha dovute superare tante in vita sua, mi fa “ora non mi ti deprimere pure tu… forza… noi dobbiamo andare avanti”. “Dobbiamo?” – chiedo. “Si, dobbiamo”, risponde. “Okay” – e torno a condividere le cuffie del lettore mp3 dal quale viene fuori la nostra musica preferita.

Noi continuiamo a vivere, a dare un’occhiata alla nostra pagina facebook, a commentare scioccamente un fatto d’attualità e una posizione politica di governo, come se per davvero ci fosse qualcuno al di là dello schermo ad ascoltarci. Siamo qui a immaginare di avere almeno una minima influenza sull’andamento del mondo. Forse domani penserò, come penso spesso, che anche la libertà di esprimere un’idea e di condividerla con tante altre persone può essere una goccia che alla fine modifica la chimica di quel grande mare. Forse, domani. Per oggi penso semplicemente che mi sento impotente. Sono arrabbiata, triste, piena di lacrime che al solito non spenderò perché piangere per me è così difficile. Per oggi mi concedo di non essere forte. Per oggi provo a vedermi per quel che intimamente e umanamente condivido solo con pochissime persone. Sono fragile, lo siamo tutti, in balia delle decisioni altrui e di una determinazione che può modificare solo in piccola parte quel che ci viene imposto. Ho le spalle curve, lo sguardo un po’ più spento e ho voglia di chiudere gli occhi e di dormire. Chissà che nel sonno non ti veda ancora. Chissà che dormire non mi consegni un po’ di conforto e di nuova energia.

Ps: questa è una storia vera. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

6 pensieri su “E’ una colpa arrendersi alla precarietà?”

  1. E allora piango io per te. Che a me riesce sempre (troppo) bene. Piango e non mollo di un centimetro. Piango la mia rabbia. Piango un dolore che conosco bene. Piango l’impotenza di chi non sa che dire di fronte al buio degli altri. Ma la rabbia dovrebbe restare, non dovrebbero lavarla via le lacrime, ché hai ragione: certe storie potrebbero finire diversamente. Ecco perché la rabbia. Che deve essere la rabbia di tutt* noi. Piango la mia voglia di vita che vorrei fosse la tua, la vostra, quella che pure questa donna aveva e che ora è nell’aria e che forse ora ha un senso nuovo, forse volerà su chi le lacrime sa versarle ma anche asciugarle, condividerle, farne linfa per nuove speranze. Io credo che questo mondo infame non meriti la nostra resa. Mai. Forza! Ti abbraccio. Coraggio! Coraggio.

    1. Ciao Antonella, chiunque tu sia. Piango con te. Piango ininterrottamente dal 20 Dicembre, da quando ho perso il lavoro. La nostra resa non se la merita nessuno, ma neanche vivere sempre in tuta da combattimento. Io sono stanca. E anch’io non ho neanche 40 anni.

      1. anna, concediti tristezza, quando arriva. Concediti stanchezza. Concediamoci il pianto che spurga roba cattiva dall’anima. Concediti quello che vuoi. Ma non mollare, ok? Sono nessuno, sono una come tant*: schiacciat*, umiliat*, piegat*, spaventat*. Eppure viv*. Alive and kickin’! Una che il suo primo contratto a tempo indeterminato lo ha avuto lo scorso febbraio. A 48 anni. Lontana ore di volo da casa. Una che una pensione non la avrà mai. Una che rimanda l’appuntamento dal dentista da troppo (non penso al trapano ma a quanto costerà). Una che anche solo per venire fin quassù ha dovuto chiedere soldi in prestito, perché ero allo stremo e manco più un minimo di risparmi che mi permettessero di sopravvivere fino al primo stipendio… Abbatto i muri lo sa, lo deve sapere: questo posto MUOVE le cose. E’ così! Ritroviamo (TUTT*) umanità, solidarietà. Facciamo passa’ a nuttata… Sapendo che in qualche modo passa sempre. Ti abbraccio.

  2. Non piangi ma scrivi bene storie delicate, è dono di pochi. Non riesco a trovare le parole quindi ti auguro di rivedere in sogno questa ragazza, finalmente serena che ti manda un bacio e la forza che a lei è mancata. Un abbraccio forte. Ti voglio bene.

  3. Amarezza ma anche, nelle tue parole, rottura della falza coscienza, che sommerge ormai quasi tutto: come la falza coscienza di essere in qualche modo “cittadini” di qualche “cittadinanza” (italiana, europea, o vattelapesca) con una pacchetto base di diritti e un paniere di garanzie (sempre meno) che votano, cliccano, commetano via web, twettano, lavorano e pagano per sopravvivere, curarsi, il più possibile dignitosamente. Per me è di conforto nell’impotenza di cui parli pensare e comporatarsi senza più alcun rispetto delle regole e delle compatibilità comunemente dominanti, dalla vita quotidiana al lavoro alla condizione appunto di cittadino/utente/cliente. Importante non è la vittoria o la sconfitta ma la consapevolezza di essere, comunque, in guerra. Combattendo di conseguenza.

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