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La “prostituta di altri tempi” e l’invidia delle altre donne

“Si vede che temono la concorrenza” mi dice la “prostituta d’altri tempi” che ho conosciuto in ospedale. Siamo ancora nella stanza delle diurne, anche in questa giornata prefestiva, e le mostro il commento di una abolizionista della prostituzione che più o meno insulta una compagna che ha decostruito la “narrazione tossica” sulla “prostituta nigeriana” che viene tirata fuori ogni qual volta si tenta di ragionare di regolarizzazione del mestiere, non già per le vittime di tratta, per le quali la legge già prevedere pene precise, ma per quelle che si prostituiscono per libera scelta.

A primo acchitto non capisco il suo commento poi afferro la sua sottile ironia. Mi spiega: “ai miei tempi, quando arrivava la prostituta straniera, noi temevamo la concorrenza. Rubavano i nostri clienti. Affascinavano gli uomini con i loro accenti esotici. A noi non restava che esporre le nostre grazie e contare sulla familiarità che suscitavamo”.

Rido, senza sottovalutare le vicende che ha vissuto, e mi piace il suo piglio ironico che è caratteristica propria di ogni persona che ne ha viste un po’ di tutti i colori. Perché a vivere quel che ha vissuto lei sicuramente avrà avuto bisogno di impiegare una buona dose di ironia. Le chiedo come passerà il capodanno e dice che lo trascorrerà da una sorella, l’unica che non l’ha ripudiata e che non ha nulla da ridire se lei fa le coccole ai nipoti. Allora mi spiega che la sorella in qualche modo le è stata nemica perché quando la madre ha deciso di vendere la mia interlocutrice al miglior offerente ha deciso di risparmiare l’altra figlia per tenerla a fare le faccende. Capitava che questa figlia affaccendata invidiava l’altra che, nonostante tutto, sembrava un po’ più libera. Fino a che fu sposata, prima del divorzio, era convinta di aver fatto un pessimo affare. Si era data via ad un solo uomo in cambio di molto poco e doveva curarlo, curare i figli, essere pronta a soddisfarlo, e le era passata la spensieratezza che invece trovava nell’espressione del volto della sorella prostituta.

Mi parla ancora della sua vita passata e dice che le peggiori nemiche delle sue giornate erano sempre le donne. Le mogli dei clienti erano le peggiori, ma anche quelle non sposate, formavano gruppi che aizzavano altre donne e uomini per liberarsi di “noi” (le prostitute) perché temevano che le puttane avrebbero deviato il comportamento dei figli della gente perbene. Giudicanti e perfide, alcune donne, come quella che ogni volta che vedeva una prostituta sotto il suo balcone le tirava un secchio di acqua sporca, o come quell’altra che ad ogni cliente che si fermava per raccattare la puttana prendeva il numero di targa perché aveva il marito militare al quale avrebbe detto quello che accadeva, come l’infermiera che le diceva che non era bene, per lei, fare dei figli.

Cattive quelle che stavano ben attente a fare una distinzione tra loro, protette in casa, accudite o accuditrici di famiglie numerose, che pensavano di salvare la propria anima perché la davano ad uno solo e a basso costo. Si sentivano migliori e il loro pensiero pieno d’amore per il prossimo era rivolto alle figlie che venivano mutilate della possibilità di vestire come volevano. Perfette interpreti della cultura patriarcale, queste madri diventavano sorveglianti della verginità delle figlie, le inibivano se mostravano di voler provare esperienze sessuali e avevano in bocca una frase emblematica: non vorrai mica fare la fine di quelle battone, vero?

Donne che immaginavano che il percorso delle “battone” fosse il più brutto possibile, e preferivano dare le figlie in matrimonio a uomini vecchi, brutti, a volte violenti, piuttosto che saperle libere di stare con chiunque e senza vincoli di alcun genere. Brutta storia il rapporto tra le prostitute di quei tempi e le altre donne, da sempre incafonite nei confronti delle altre e così la mia nuova amica non è per nulla sorpresa che lo siano anche ora pur se riconoscibili alla voce “abolizioniste della prostituzione”. E’ sempre stato il loro principale problema, quello di moralizzare la vita di noialtre, mi dice, e continua ad elencarmi una serie di altri deliziosi aneddoti che vedevano in scena sempre e comunque donne contro donne, in una continua incapacità di realizzare effettive sorellanze tra persone che vivevano esperienze diverse. O sei come me o sei contro di me. Nessun rispetto, nessuna comprensione. Solo quell’insopportabile sguardo pietoso, quando c’era, che ipocritamente nascondeva gli stessi sentimenti perfidi che mostravano più esplicitamente le altre.

“Eh si, forse temono la concorrenza”, ripete a proposito delle abolizioniste. Ride. Così trascorre il tempo in cui goccia dopo goccia vediamo le nostre vene a bere la flebo/terapia. “Tu hai mai fatto la puttana”? Mi chiede. Le rispondo con sincerità, perché a prostituirmi per uno stipendio, come hanno fatto tante altre, mi ripenso anch’io. Si, l’ho fatto. Erano posti più caldi e apparentemente più perbene ma la sostanza è la stessa. “Brava”, dice, e mi accarezza la mano. La felicità comincia quando si smette di vivere da dissociate. “Quando io ho smesso di dire bugie sul mestiere che facevo e sono stata onesta con tutti ho cominciato ad essere più felice”. E ha ragione, eccome se ha ragione. Bisogna dire chiaramente quel che si pensa e si è, nessuno lo sa meglio di lei. Nessuno lo sa meglio di me. “L’unica cosa che non ho mai prostituito è il cervello”, le dico. “Non ce la faccio proprio a dire quello che non penso”. “Neppure io”, risponde. E così guardiamo il mattino che scorre sulle vite di tante persone e anche sulle nostre. Tra un po’ abbiamo finito e possiamo andare. Buon anno a tutt* voi.

Ps: questa è una storia vera. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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2 pensieri su “La “prostituta di altri tempi” e l’invidia delle altre donne”

  1. sono uno di quelli che non crede che matrimonio e prostituzione siano la stessa cosa ma le “comari del paesino” di cui cantava De Andrè sono insopportabili.

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