di Antonella (traduzione e sintesi)
In Irlanda l’aborto è illegale. Questo ovviamente non significa che le donne irlandesi non abortiscano: più tristemente e semplicemente, esse sono costrette a prendere un treno per il nord dell’isola (verso la parte di Ulster che fa parte del Regno Unito) o un aereo verso la Gran Bretagna. L’associazione dei medici irlandesi pro-choice ha stimato che in media cinque donne irlandesi al giorno si rivolgono a cliniche UK per l’interruzione di gravidanza.
L’Irish Family Planning Association ha recentemente diffuso dati secondo i quali, solo negli ultimi 12 mesi, si sono rivolte alle loro strutture 26 richiedenti asilo o donne con restrizioni di viaggio che volevano praticare un aborto ma non avevano la possibilità di viaggiare all’estero. Non meno di 5 di queste donne sono state poi costrette a portare avanti la gravidanza contro la loro volontà.
Lo stato continua di fatto a negare a molte donne l’autonomia sul proprio corpo, perché il viaggio verso la Gran Bretagna è difficoltoso o costoso, sebbene ancora possibile per molte. Quello che occorre sottolineare è che proprio le donne più marginalizzate pagano il prezzo più alto di questa situazione, quelle la cui voce rimane inascoltata e cui ogni strada verso l’interruzione volontaria di gravidanza è sostanzialmente negata. Sempre secondo dati IFPA sono le “donne in povertà o con basso reddito, le giovanissime, donne con disabilità, donne sotto la tutela dello Stato, donne che subiscono violenza domestica e donne con restrizioni di viaggio”.
Senza calcolare le spese di viaggio e di alloggio, il costo di un aborto può variare dai 600 fino ai 2.000 Euro e la documentazione di viaggio per le donne migranti può costare altri 200 Euro, senza contare le otto settimane di attesa che può comportare l’ottenimento del permesso. Un carico insostenibile per molte ma in particolare per quelle intrappolate in condizioni crudeli, quelle che percepiscono la cosiddetta Direct Provision, ovvero la cifra di 19.10 Euro a settimana che la UE riconosce ai rifugiati.
Anche a fronte di questi dati la battaglia per l’eliminazione dell’8^ Emendamento si sta facendo serrata, dentro e fuori il Parlamento irlandese.
Negli scorsi mesi molte lotte hanno avuto luogo in tutto il paese e anche lo scorso 20 dicembre diverse centinaia di persone hanno dato vita ad una protesta (2) fuori la Leinster House (edificio sede del Parlamento) per supportare la deputata indipendente Clare Daly nella sua richiesta di eliminazione dell’8^ Emendamento. Questa controversa parte inserita nella Costituzione solo nel 1983. Prima di allora l’aborto era parimenti illegale, ma rientrava nei casi previsti dall’Offences Against the Person Act del 1861. Le forze politiche conservatrici, temendo ingerenze da parte della Corte Suprema, riuscirono a far passare la tutela giuridica del “non nato” quale norma costituzionale. Di fatto il diritto alla vita dell’unborn, del feto, passa in primo piano rispetto ai diritti della donna, nega autonomia al suo corpo e crea circostanze di fatto per cui le donne sono degradate al ruolo di contenitori.
L’obiettivo principale delle lotte è quello di ottenere un referendum che nella prossima primavera potrebbe portare a decidere l’abolizione dell’8^ Emendamento.
Leggi anche (sui neofondamentalismo in Irlanda):
#Irlanda: la Corte decide di non far eseguire un parto post-mortem
#Irlanda: No Clausula 6. Sex workers protestano nell’Irlanda del Nord
Scusate, cos’è il “neofondamentalismo irlandese”?
Serena, credo si faccia riferimento alla Clause 6, ovvero al tentativo di criminalizzare sex workers e clienti per legge. Puoi leggere il post (c’è il link qui sopra).