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Gone girl, quando il femminicidio diventa un format tv

(avviso spoiler-se non volete anticipazioni sul film andate oltre)

di Angela Azzaro

Gone girl o L’amore bugiardo è un film – regia di David Fincher (Seven, Fight club) – che tutti dovrebbero vedere. Tutti coloro che credono che la tv dica sempre la verità ma anche e soprattutto coloro che combattono questa convinzione ormai assodata nella testa della maggior parte dei cittadini-telespettatori. Niente di nuovo, direte voi. Se non fosse che Gone girl è molto bello e soprattutto assai complesso. Infatti il tema dei processi in tv si sposa con un’altra questione molto dibattuta, in Italia, e non solo, visto che il film è statunitense: la violenza maschile sulle donne e il modo in cui i media la stanno sfruttando. E, purtroppo, anche banalizzando.

La storia, che riprende alcuni elementi del cinema di Hitchcock, si basa su un libro di Gillian Flynn (L’amore bugiardo) e racconta di una coppia apparentemente innamorata, che arriva però al quinto anniversario di matrimonio a pezzi. Da New York, Amy (Rosamund Pike) e Nick (Ben Affleck) si sono trasferiti in una piccola città di provincia del Missouri, a causa della crisi ma anche per aiutare la madre di lui che ha scoperto di aver un tumore che le lascia pochi mesi di vita. La mattina dell’anniversario Nick si sveglia presto, fa un giro e quando torna a casa lei non c’è più.

In salotto si trovano segni di una colluttazione e un po’ ovunque tracce di sangue. Cosa è accaduto? Qual è la verità? Dopo pochi giorni, il marito viene accusato di averla uccisa. La poliziotta che segue le indagini è molto cauta, ma la televisione che segue la vicenda con grande attenzione non ha dubbi: lui è il colpevole, è il mostro.
Vi ricorda qualcosa? A me sì. Potrei fare un elenco lunghissimo, che parte da Cogne e arriva al caso del piccolo Loris per cui è stata accusata e arrestata la madre Veronica. La tv ha deciso, ha creato il mostro, ha spinto procura e inquirenti a trarre troppo presto le conclusioni: è lei l’assassina.

Ma torniamo a Gone girl, perché appena Nick viene accusato di aver ucciso sua moglie, iniziano a scoprirsi nuove verità. La moglie non è morta, è fuggita. E ha messo in scena il suo omicidio per mettere nei guai il marito e vendicarsi di un suo tradimento. Amy non è una vittima. È una spietata assassina che non ha paura di niente, pur di raggiungere il suo obiettivo. E alla fine ci riuscirà, incastrando il marito in un abbraccio mortale. «Siamo complici» dice lui davanti alle telecamere, in un finale davvero inverosimile, ma terribilmente vero.

È evidente che il primo piano di lettura è che l’amore (bugiardo) si nutre di una reciproca complicità. La coppia infelice riesce ad andare avanti basandosi sulla menzogna, il ricatto, la doppia se non tripla verità. La metafora – resa ancora più forte dall’omicidio (perché un vero omicidio ci sarà) – è molto chiara. Ma è resa ancora più intrigante dal tema che oggi sta sulle prime pagine di molti giornali: il cosiddetto femminicidio.

La messa in scena della donna, che da vittima si trasforma in carnefice, ci dice un po’ di cose. C’è il rischio che Gone girl possa essere inteso come una giustificazione della violenza sulle donne. Potrebbe cioè affermarsi l’idea che non è vero che gli uomini maltrattano le donne, sono loro che li tengono al guinzaglio. Ma questa lettura sarebbe davvero errata e non ci aiuterebbe a capire. Il film infatti ci racconta qualcosa d’altro. Ci dice che la violenza verso le donne nasce nel contesto di un amore bugiardo e malato, in cui anche le donne si adeguano a modelli e ruoli. E ci dice che la retorica della donna vittima a tutti i costi 1) non aiuta a ricostruire bene i fatti 2) è stata usata dai media per fare spettacolo, fregandosene sia delle donne che vengono uccise, sia soprattutto della soluzione del problema.

Quando Nick e Amy si ricongiungono, il loro amore malato viene suggellato dall’intervista tv che invece racconta la solita storiellina del vissero felice e contenti. L’elemento deteriore – un’idea di coppia e di famiglia che diventa una prigione per lui e per lei – viene cioè proposta come soluzione e come modello positivo contro la violenza.

La verità, se verità c’è, è nel film molto più complessa anche per la presenza delle telecamere: quelle della tv e quelle di sorveglianza. Per costruirsi un alibi credibile basta saper giocare con questi elementi. Conta poco cosa si è fatto davvero: se si è ucciso o meno. Ciò che contano sono le immagini, le apparenze. Per questo Gone girl andrebbe proiettato nei corsi di aggiornamento per giornalisti. Per far capire il ruolo assunto oggi dai media, del potere immenso che abbiamo e di come usiamo gli strumenti a disposizione senza riconoscerne la parzialità. Una ripresa televisiva non è la verità, così come non lo sono un’intercettazione o un’immagine estrapolate dal contesto.

Andate a vedere il film di Fincher per non cadere più nel tranello dei processi in tv. C’è pure una giornalista bionda che ti accusa e condanna senza appello, pronta a cambiare versione se da qualche parte spunta un nuovo indizio che smentisce la prima ricostruzione. Una giornalista che sembra stare dalla parte delle donne, ma in fondo le usa pure lei. Anche questa figura a me ricorda qualcuna, anzi più di una. Ma lascio a voi, questa volta, il gioco delle somiglianze. Sicuramente mi ricorda tanti casi di questi anni: di condanne avvenute sul piccolo schermo con la voce rotta dalla commozione ma solo per l’audience

6 pensieri su “Gone girl, quando il femminicidio diventa un format tv”

  1. in effetti la parte sui media è la più interessante, per il resto è un thriller anche ben fatto e con bravi attori..ma la riflessione sulla presunta ipocrisia del matrimonio borghese mi è parsa banale e troppo nichilista, almeno kubrick in Eyes Wide Shut una tenue speranza la lasciava nel geniale dialogo finale (“la cosa che dobbiamo fare prima possibile…”)

    faccio notare che il titolo originale è solo “Gone Girl”, l’amore bugiardo l’ha aggiunto la distribuzione italiana

  2. La tua lettura è piacevole e intelligente come tutto ciò che scrivi, ma a me questo film non è piaciuto per niente, ho trovato le scelte finali della protagonista veramente incongruenti e la narrazione faticosa e poco coinvolgente. I temi che tu dici sono sfiorati in modo superficiale e furbo, che non riesce a dare un vero spessore ai personaggi.

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