Antiautoritarismo, Antisessismo, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

Donne che usano l’acido per aggredire gli uomini

Tempo fa un amico mi raccontò una vicenda che gli era capitata. Aveva avuto un alterco con una donna che gli stava dietro e quando se la ritrovò davanti, in un ristorante, era accompagnata da un uomo che in men che non si dica, sicuramente aizzato da lei, per proteggere il di lei onore, sollecitato nella sua funzione di cavaliere, va dal mio amico e lo strattona non senza dirgli un mucchio di gratuite cattiverie. Il mio amico si rifiuta di reagire, giacché non è proprio il tipo che ingaggia una lotta, in rissa con un altro uomo, e l’altro, non contento, ad alta voce gli dà del vigliacco. A qualche metro di distanza restava lei che si godeva lo spettacolo e sorrideva soddisfatta.

Ho già avuto modo di analizzare gli atteggiamenti di certe bulle che si uniscono in obbedienza ad una capo branco per fare violenza, anche fisica, di una ragazza colpevole di essere più carina o di aver “rubato” il ragazzo a una di loro. A volte le bulle chiedono aiuto ai bulli che sono ben contenti di assumere il ruolo di tutori, sentendosi così legittimati, per richiesta ricevuta da altre donzelle, a fare violenza su chiunque. A quel punto che si tratti di un uomo o una donna poco conta, i cavalieri sono addestrati, in senso medioevale, a mostrare di essere meritevoli dell’assegnazione di fiducia da parte di una donna e dunque della società intera.

Cosa sarebbe, d’altronde, in un contesto sociale così sessista, un uomo, senza una principessa da tutelare e salvare? Storicamente ci sono stati uomini che sono andati in guerra, hanno combattuto duelli, sono morti ammazzati, per seguire il volere di una donna. Frasi come “per te io morirei” o “non permetterò a nessuno di farti del male” ci sembrano fantastiche. Già ci sentiamo strette tra le braccia di un essere muscoloso e armato che sfiderà il mondo intero per garantirci una pacifica esistenza. In realtà tante donne conoscono questo aspetto degli uomini e per farli sentire più virili li manipolano lasciandogli pensare che hanno bisogno di essere difese e nel frattempo mietono altre vittime con modalità un po’ più ambigue e meno dirette.

Non è un caso se in passato alle donne venivano attribuiti i delitti commessi tramite l’uso di veleni o quelli commessi in conto terzi, assoldando uomini che così saldavano un vecchio debito in favore delle donne che le donne non hanno mai smesso di riscuotere. Non è un caso che le donne, per esempio, sono maestre in fatto di bullismo in rete, perché il cyberbullismo si sposa con la loro arma più evidente: la diffamazione, il passaparola che rovina la reputazione di qualcun@, le maldicenze, l’infamia, in modo da istigare, per l’appunto, altri, incluso alcuni uomini, al linciaggio nei confronti della loro vittima.

Ma in qualche caso le donne si spingono più in là e sono loro stesse, da sole o con l’aiuto di qualcuno, a compiere un’aggressione. Capita che oggi leggo la notizia di una aggressione compiuta da una donna e un uomo ai danni di un altro uomo. Lei gli ha buttato l’acido e lui lo ha minacciato in qualche modo. Non è la prima volta che una donna si arma di acido, così semplice da usare, anche per effetto dell’emulazione, per ferire e mutilare gravemente il volto di uomo. Lo fanno gli uomini e lo fanno le donne, e in tutti i casi a me è sembrato che le motivazioni fossero le stesse. Cultura del possesso, sei mi@ e di nessun altr@.

Come spiegare delitti di questo tipo? Come fare se esiste una particolare forma di battaglia contro la violenza che esclude la possibilità che gli uomini ne siano vittime? Perché ogni qual volta si tenta di analizzare la analogia tra fenomeni affini il tema viene immediatamente rimosso, addebitato a fonti negazioniste, scippato anche da chi usa queste analisi per dimostrare che la violenza sulle donne non esiste o altrimenti banalizzato da femministe anacronistiche che ti dicono che comunque sia le donne subiscono più violenza e dunque non si tratta della stessa cosa.

Sono d’accordo circa il fatto che le vittime di un certo tipo di violenze siano per la maggioranza donne, ma la violenza di genere non è riferita al “genere” che compie la violenza, quanto alla tipicità, alla ragione che muove i gesti di violenza attribuibili a fatti che hanno a che fare con l’imposizione di ruoli di genere. Esigere che un uomo resti nella sua posizione di tutore non è sbagliato? Esigere che un uomo faccia “l’uomo” non è sessista? Esigere che un uomo resti con la ex compagna anche se non lo vuole, è sessista oppure no?

Il mio dubbio, concreto, è che una certa narrazione antiviolenza sia perfettamente funzionale alla cultura patriarcale, giacché definire le donne come vittime assolute, assegnando agli uomini il ruolo di tutori, vuol dire riprodurre, né più e né meno, che lo stesso schema che esisteva in altre epoche. Quando alla donna era inibita la possibilità di mostrare la propria forza perché doveva restare fedele al ruolo assegnato.

Se la violenza è fatta dello stesso registro non posso neppure consolarmi con la balla che riconoscerebbe una sorta di gestualità maschile introiettata da parte delle donne. Non credo al fatto che le donne che praticano violenza abbiano copiato dagli uomini. Questa è la bugia raccontata da chi dice che gli uomini sono violenti per natura, e parlo di maschilisti e femministe della differenza, molto d’accordo su questo punto di vista. Le donne lo affermano per immaginare una colpa a priori da addebitare a tutto il genere maschile e i maschilisti lo dicono perché così impongono l’idea che, data l’innata diversità maschile, dovrebbe essere la donna a prevenire le violenze giacché diversamente se l’è cercata. Dunque le donne violente, essendo “naturalmente” angeliche e deboli, non possono che essere possedute dal maschio che le ha contagiate. Un po’ come dire che se ti incazzi e urli sei posseduta dal diavolo e allora serve un esorcismo per riportarti alla “normalità”.

Di contro, se vogliamo porre fine alla violenza serve indagare ogni aspetto che la riguardi, includendo in questa analisi anche la violenza subita dagli uomini. Sarebbe il momento di farlo, perché altrimenti la nostra analisi sarà sempre funzionale a fanatismi e sessismi senza eguali e non capiremo come mai, dopo aver applicato la nostra brava tesina sull’umanità, la violenza continuerà ad esistere. Voi che ne dite?

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10 pensieri su “Donne che usano l’acido per aggredire gli uomini”

  1. “quanto al veleno, era prevalentemente l’arma delle donne perchè non richiedeva l’uso della forza fisica”

    ed è sempre per lo stesso motivo che se una donna vuole aggredire un uomo fisicamente di solito cerca un complice o un esecutore materiale maschio.e non direi che lo “aizza”: è l’uomo che decide di rispondere affermativamente alla richiesta di lei quindi è responsabile quanto lei.

    “il che non significa necessariamente andare in giro a fare a botte con chiunque la guarda”
    e non vuol dire neanche gettare acido in faccia alla gente, questi sono reati e vanno puniti

  2. Se il senso dell’articolo è : non fate le vittime perché anche le donne sono capaci di compiere violenzia va bene, ma i tipi di violenza descritti sono diversi: non sono necessaraimanete legatii alla cultutra del possesso, solo nel caso dell’aggressione al ristorante o dell’uso dell’acido è chiaramente violenza di genere ma a un certo punto c’è un po’ di confusione quando dici: “le donne conoscono questo aspetto degli uomini e per farli sentire più virili li manipolano lasciandogli pensare che hanno bisogno di essere difese e nel frattempo mietono altre vittime” e di seguito “Non è un caso se in passato alle donne venivano attribuiti i delitti commessi tramite l’uso di veleni o quelli commessi in conto terzi, assoldando uomini che così saldavano un vecchio debito..” In realtà spesso avvelenavano direttamente o ricorrevano a terzi per scopi pratici non necessariamente facendo leva sull’ “ego” maschile, magari pagavano un sicario e basta. Dipendeva dal movente e dalla possibilità economiche.
    In passato le donne ricorrevano al veleno perché era un’arma facilmente reperibile, che rientrava nella loro sfera di influenza: l’ambito domestico e di cura, una donna difficilmente aveva a portata di mano altre armi.. L’arte di “manipolare” un uomo o di pagare un sicario nasce dal fatto di non poter agirre direttamente. Da poco ho avuto modo di leggere il codice di leggi varato da Eleonora d’Arborea alla fine del 1300, c’è proprio un articolo sull’omicidio premeditato con specifico riferimento a quelli commesi dagli uomini e quelli commessi dalle donne in relazione all’arma usata, recita più o meno cos’:” l’uomo che uccide con il coltello eccecc. verrà condannato a tale pena e la donna che uccide con il veleno verrà condannata a talatra pena (la pena era di morte in entramabe i casi) ..La distinzione ora sembra strana ma non lo è se consideriamo il fatto che fino a quel momento le donne non erano considerate soggetti di diritto, non erano neanche prese in considerazione dalla legge come persone, figuriamoci come omicide, riconoscendo che potevano macchiarsi di un deltto automaticamente si riconosce la loro umanità e il loro status di cittadine. Le donne delinquono e lo hanno sempre fatto, in misura minore e con modalità diverse, ma per perseguire gli stessi scopi degli uomini: denaro, potere, vendetta e anche per cultura del possesso. Paradossalmente riconoscere che le donne al pari degli uomini possono essere capaci di compiere atti di violenza significa riconoscerci lo stauts di essere umano, perché siamo animali senzienti non angeli, finché le femministe della differenza non capiranno quello che aveva capito una regina del 14° secolo non usciremo dallo stato di soggezione.

    1. Più che altro è che quella compilazione, raccogliendo diritto consuetudinario, tendeva ad elencare più che a sintetizzare e astrarre: era un diritto “popolare”, al contrario del diritto comune, di matrice romanistica, che era un diritto colto (nel senso che era il diritto insegnato nelle università e da cui discende in gran parte il nostro diritto moderno).
      Scusa l’appunto irrilevante: deformazione professionale del leguleio 😉

  3. Sono d’accordo con le Sue conclusioni. Per capire la violenza bisogna disfarsi di luoghi comuni e pregiudizi e munirsi, uso una metafora, degli strumenti asettici dell’entemologo (ie osservazione, classificazione etc). Io credo che tutti gli esseri umani nascano fondamentalmente capaci di compassione e generosita’. Pero’ questa capacita’ puo’ essere compromessa o menomata abbastanza presto. Il linguaggio e la comunicazione in cui siamo immersi (ie cultura), che acuisiamo e in cui partecipiamo al tempo stesso riflette e testimonia di come i semi della violenza siano gia’ nelle nostre parole, espressioni, etichette, giudizi, diagnosi di causa-effetto, etc etc.. Scrive Marshall Rosenberg, uno psicologo che promuove la Comunicazione Compassionevole (o Non-Violenta): “Tutta la violenza e’ il risultato di persone che si ingannano nel credere che il loro dolore derivi da altre persone e che conseguentemente quelle persone meritano di essere punite”. (“All violence is the result of people tricking themselves into believing that their pain derives from other people and that consequently those people deserve to be punished.”). Quello che intendo e’ che la violenza, prima ancora che nell’atto fisico che danneggia o addirittura uccide qualcuno, e’ gia’ nel nostro atteggiamento e nella nostra comunicazione, con noi stessi e con gli altri.

  4. Io credo che un grande passo avanti potremmo compierlo quando la finiremo di voler inquadrare sotto un unica definizione certi fatti di cronaca che solo all’apparenza possono sembrare uguali ma che invece possono differire gli uni dagli altri. La cultura del possesso è indubbiamente uno dei moventi che spinge uomini e donne a compiere dei delitti quando quel possesso rischia di venire a mancare.In altri casi vi sono altre motivazioni ed altri moventi tra cui quello di una rabbia unita ad una follia omicida del momento,magari seguita ad un litigio.Insomma non credo che una persona quando commette un delitto mentre lo commette pensa che lo sta facendo per ristabilire una qualche superiorità di tipo sessuale sull’altra persona.Certo, ci potranno anche essere casi in cui,per cause di non cultura qualcuno abituato a sottomettere l’altro usa la violenza senza preoccuparsi delle conseguenze ma, nella maggior parte dei fatti di cronaca non credo sia così mentre per l’appunto credo che in ogni caso andrebbero ricercate le cause in un processo senza che la stampa o categorie (che siano di politici o di femministe o di qualunque genere)se ne approprino per il loro uso e consumo e per i loro scopi.Per questo a me da un pò fastidio la parola femminicidio mentre credo che un delitto, a prescindere da chi sia la vittima resta sempre e comunque un delitto.Anche questa è parità.

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