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La prostituta d’altri tempi (con gratitudine e amore)

La vedo quasi ogni mattina, una signora anziana, con i capelli colorati di biondo. Rossetto sulle labbra rinsecchite, smalto alle unghie e un abbigliamento che mette in luce la sua vanità. Pantaloni attillati, una maglia scollata e un giubbino di pelle con le strass. Tamarra, da tutti i punti di vista, anche quando si muove o fa le smorfie. Poi, un giorno, si ferma da me che sto a capo chino sul computer, in una stanza d’ospedale adibita ai pazienti giornalieri, e mi prende la mano. Le lacrime agli occhi, dice che ha una paura fottuta dell’intervento che deve fare. E’ da anni che combatte con la sua salute e ha tanta vita da raccontare. Mi dice che sono “graziosa” e non so perché abbia scelto questo termine per definire una donna adulta. Le piace il colore dei miei capelli e nel giro di un minuto me la ritrovo a sbaciucchiarmi la testa come se fosse mia madre. Mi conforta, non so di cosa, e nel frattempo chiede conforto.

Mi sussurra piano che una volta faceva il “mestiere”, ne parla come se ne fosse orgogliosa, come se si trattasse del suo periodo d’oro. Non come oggi che deve trascinarsi in reparto per farsi curare, sperando in uno sguardo di comprensione da parte di qualcuno. Dice che c’è stato un tempo in cui faceva seghe e pompini a giovani e vecchi, perfino a giovanissimi, portati dai padri affinché fossero svezzati e condotti nella strada che li avrebbe resi uomini. Mi dice che i 14/15enni le facevano un po’ pena, perché erano come poveri figli senza direzione e l’unico motivo per cui restavano nella sua stanza era per accontentare il padre. Un paio di volte fu la madre a fare le veci del padre, oramai defunto, forse in guerra, e queste donne si inerpicarono per le scale antiche di un palazzo semi distrutto e consegnarono i figlioli alle sapienti cure della prostituta.

Mi dice che erano tempi bui, di fame, miseria, povertà. La guerra era finita da un pezzo ma la gente continuava a crepare senza una apparente ragione. Lei iniziò a fare la puttana fin da piccola. Aveva sedici anni, la prima volta, e a dirigerla verso quel mestiere fu la madre che la vendette a conoscenti in cambio di qualche soldo utile a far campare la famiglia. “Ero bella” – mi dice. “Lo sei ancora” – le rispondo, e di colpo mi appare non più come una donna di pessimo gusto ma una persona incantevole, terribilmente sincera e priva di qualunque inibizione e vergogna rispetto a quel che aveva fatto nella vita. Le chiedo se mai ebbe a che fare con un pappone e mi dice che la pappona era sua madre, un donnone enorme che intimoriva chiunque nel quartiere. I quartieri spagnoli di Napoli erano effettivamente dominati da queste matrone che volendo potevano buttare fuori casa, con un dito, uomini di stazza anche superiore.

“La prima volta fu un po’ triste” – mi dice, e poi continua a raccontare come la sua vita fu determinata da quelle azioni e quelle scelte. Sua madre morì, all’improvviso, e lei continuò a esercitare la professione, con una clientela fedele e il suo nome che era conosciuto in tutta la città. Ci sapeva fare, mi spiega, e tutti andavano matti per le sue labbra morbide e il suo corpo sinuoso. Così scorgo nel suo sguardo un lampo di sensualità. E’ ancora viva, piena di passione, nonostante l’età, e l’unica cosa che la frena è il problema di salute per cui è costretta a venire in ospedale.

Giuro che in tanti giorni di ricovero e terapie pensavo di aver incontrato tutta la fauna possibile esistente al mondo ma mai avrei immaginato che proprio qui, ora, una simile bellezza mi consegnasse una storia sulla quale poter riflettere. Così chiedo, curiosa, perché voglio conoscere ogni dettaglio. Mi dice che ne ha talmente tante da raccontare che potrebbe scriverci un libro. “Ti aiuto io” – le dico, e lei sorride, sorpresa per il mio interesse. Le spiego che mi occupo anche dei diritti delle sex workers e lei non sa nulla di quel che dico ma mi dice “brava”. Sono gratificata di quel complimento e penso che certamente ne vale la pena.

Mi dice che non ha potuto farsi una famiglia, nessun figlio, un paio di aborti in mano a macellai che le hanno massacrato l’utero e il suo unico rimpianto è quello di non aver potuto tenere i figli. Oggi avrebbe qualcuno con cui parlare, come sta facendo con me. Spiega che lo stigma ai suoi tempi era ancora più feroce di adesso. Non poteva esistere uomo a sopportare il fatto che la propria donna vendesse servizi sessuali ad altri. Sarebbe stato pessimo, sotto ogni punto di vista, e poi come facevo a difendermi da un marito geloso?

Così lei aveva imparato a prevenire le violenze che prima ancora che nel suo lavoro venivano da sua madre e da quel tale che per una volta si era innamorato di lei. Niente amore, dice lei, e scuote la testa. L’amore costa tanto. Le spiego che l’amore non è violenza. Mi dice “il tuo compagno sopporterebbe il fatto che tu vai a letto con altri”? Ho il timore di risponderle che la storia è più complessa di così e che comunque, se fossi una prostituta che vende servizi sessuali, se fosse una libera scelta, un mio eventuale compagno dovrebbe accettarlo oppure ciao. L’appartenenza non giova a prescindere e la prevenzione per le violenze non può essere il distacco e la rinuncia ad un affetto. Conclude che lei sta bene così. Mi faccio dare il numero di telefono e l’indirizzo. Immagino che andrò a trovarla, finché avrà vita, sperando mi regali altre sue esperienze e mi reputi degna di altri racconti personali. Infine arriva il medico, la chiama in visita e lei mi saluta con un altro bacio. Resto io, sola, tramortita da tanta vitalità e bellezza. Chiudo gli occhi. Mi serve fare una fotografia, alla mia maniera, per ricordare quello di cui ho goduto. Non ci sarà il suo odore ma la scrittura mi serve, in fondo, e dunque eccoti, cara, ora sei qui, con me, per sempre.

Ps: questa è una storia vera. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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