Culture, Questa Donna No, R-Esistenze, Storie, Violenza

Le bulle e la banalità del male

Sono in un luogo pubblico. In viaggio. Vedo un uomo, seduto in un angolo, chiaramente complessato, con un paio di scarpe buffe, come se si fosse appena alzato dal letto. Le donne presenti passano con una facilità impressionante dalla chiacchiera sui vari problemi che le affliggono allo sfottò di questo ignaro uomo.

Si raccontano di mille difficoltà. C’è quella che dice come in famiglia, lei-marito-duefigli, vivano con poche centinaia di euro. Un po’ di assistenza, un po’ di coda per fare la spesa in saldo, un marito disoccupato, i figli senza sogni. Pare si sia rivolta al Comune, agli assistenti sociali, e lì qualcuno le ha detto che lei avrebbe dovuto consegnarsi ai servizi sanitari perché correva il pericolo di aggravare la sua depressione. Lei tira su le spalle, scocciata, e dice che quelli là non capiscono un cazzo. A lei serve un lavoro migliore e non quello che fa per campare la famiglia con pochi euro.

C’è l’altra che racconta come abbia vissuto gli ultimi anni a tentare di recuperare la memoria perduta. Dice di aver perso i pensieri. Non sa più che strada fare, come camminare, come muoversi, eppure ride, sguaiatamente, e per ogni aspetto descritto aggiunge una parola sporca, modi di dire, oscenità. E’ volgare, nel modi, nella maniera di gesticolare, e così si ripara da un mondo che non le piace, credo.

C’è un’altra ancora che è poi quella che sembra venire fuori da una situazione tremenda. Probabilmente con gravi disturbi dell’alimentazione, altalenante nell’umore. Scomposta, ridanciana per dei motivi che solo lei individua, si atteggia a bulla e forse, un tempo, lo è stata. Ha una giovinezza portata addosso con fatica e guarda tutti e tutte con un fastidioso fare giudicante.

C’è la silenziosa. Ride alle battute delle due primedonne e non dice una parola. Carina, sobria, quasi elegante nella sua semplicità. Capelli lunghi, raccolti da un arnese a forma di pugno. Legge e aspetta la sua stazione di arrivo fissando, fermata dopo fermata, i nomi delle varie soste. Deve soffrire di ansia, temo, oppure non ricorda dove deve scendere. Chi lo sa.

Queste donne, sulla spinta delle due ridanciane, volgarmente se la prendono con un uomo che si lascia sfottere senza capire quel che gli stanno dicendo. Abbozza un sorriso, come se gradisse comunque un minimo di confidenza da parte di quelle estranee e poi, dopo aver capito che era solo una presa per il culo, volta la testa e guarda altrove, un punto fisso in lontananza, assente e muto, a rintracciare una zona interiore di protezione.

Mi sono chiesta perché mai donne che hanno tanti problemi non riescano a capire un uomo visibilmente in difficoltà. Perché mai il loro divertimento deve essere vissuto sulla pelle di qualcun altro. Perché questa gente ha bisogno di sfogare odio, in una gara di battute sempre più perfide, riguardanti l’aspetto del tizio, la sua postura, i suoi abiti, la sua espressione. Perché il dolore non riesce ad empatizzare con altro dolore? Perché una persona in difficoltà non vede la difficoltà che vive l’altr@? Provate a spiegarmelo, per favore, perché questo è un momento in cui dubito fortemente che le persone abbiano voglia di restare umane. Mi sembra, piuttosto, che queste siano le origini della banalità del male. Brava gente, con tanti guai, che trova giusto massacrare psicologicamente un tizio indifeso. Fossero stati uomini forse avrebbero picchiato il tizio e invece sono donne e si servono dell’arma più potente che hanno: la derisione, il dileggio. Di questo siamo fatt* noi? Ditemi. E’ così?

22 pensieri su “Le bulle e la banalità del male”

  1. In realtà rispondo solo per potermi iscrivere alle notifiche ai commenti, perchè mi interessa molto! Il male è uno degli argomenti più complessi, pure le religioni ci sbattono da millenni la testa. Per me, una delle radici del male è l’inconsapevolezza delle proprie azioni. Le donne della tua situazione sono realmente consapevoli del massacro che stanno compiendo?

  2. Perche’ quelle donne sono il frutto di una societa’ malata e incentrata sul dio PISELLO. Loro deridono per risentimento personale, perche’ sono loro stesse sempre e comunque oggetto da ammirare, da giudicare, da svilire. Sfogano la loro rabbia, il loro essere oggetto, sul soggetto sociale che le ha rese tali. Ma in quanto schiave di quel sistema sociale patriarcale, preferiscono riversare la propria frustrazione su un soggetto debole, che non segue i canoni preselezionati dagli stessi uomini. Mi sembra assolutamente inutile scrivere di un fesso come quello che descrivi tu che pur di avere l’attenzione di una donna, si auto svilisce. Ma lui non e’ diverso da quello che fischia quando vede un sedere di donna o che commenta in maniera grottesca e volgare il seno di qualcuna che sta correndo per prendere l’autobus. La finta sottomissione di certi soggetti causa frustrazione personale e quel soggetto potrebbe diventare poi aggressivo e violento. Ma non e’ certo colpa delle signore superficiali e ignoranti citate sopra. E’ colpa forse di una societa’ Patriarcale che rende tutti e tutte marionette ipersessualizzate, che compreranno cose per rendersi sempre piu’ superficiali, omologati, sempre piu’ vicini ai canoni sociali. Non capisco questo articolo e questa causa contro il bullismo femminile, lo trovo inutile, perdonami.

    1. mah. questo tuo commento mi lascia basita. sono senza parole. che dirti? hai espresso una serie di giudizi gratuiti contro un uomo che non conosci e non hai visto. non sono affatto d’accordo. ma proprio per niente.

      1. Concordo con il tuo disaccordo. Leggendo ho provato quasi fastidio. Un commento che poteva benissimo venire da una di quelle donne, altrettanto colmo di odio e frustrazione. E poi ma che bisogno c’è di riportare e ridurre sempre tutto ad una questione sessuale? Come ha detto eretica fossero stati maschi magari avrebbero fatto peggio ma il succo della questione non è la sessualità quanto il fatto che si è perso il valore della solidarietà. Non c’è più voglia di accettare i deboli e i diversi neppure se si è deboli e diversi. Questo è il vero guaio. Quando facevo le medie in classe un anno venne una ragazza nomade e un altro anno un ragazzo sfortunato colpito da una malattia degenerativa che di lì a poco lo avrebbe ucciso. Nessuno, ne ragazzi ne genitori fece azioni indegne. Tutti li accettano. Perfino i bulli di allora(che ci son sempre stati!) si comportavano in modo umano.Ecco, è questo che manca oggi a tanta gente. Manca l’umanità e dove sia finita proprio non lo so ma di certo non c’entra nulla col fatto che abbiamo o non abbiamo un determinato sesso.

      2. Non mi sembra che l’uomo in questione abbia chiesto attenzione… per qualche motivo all’inizio ha equivocato ma quando ha capito la situazione si è estraniato! Non credo nemmeno che il tema sia il bullismo “femminile”, quanto la mancanza di un minimo di empatia e comprensione nei confronti di un soggetto chiaramente in difficoltà. E se fosse “colpa della società” siamo sempre per fortuna esseri senzienti dotati di libero arbitrio.

      3. Perdonami ma sono fermamente convinta che questo non sia un bullismo “di genere” ne’ tantomeno un bullismo comune legato alle donne. Temo sia piuttosto una semplice e triste “guerra fra poveri”. Ho voluto aggiungerci dei toni psicologici e di riscossa sociale errata, per tentare di dare senso al tuo discorso. Puntare il dito contro le donne ed educarle a rispettare i piu’ deboli mi sembra proprio fuori luogo, dovendo gia’ tutte noi subire tanti pregiudizi e accuse da quando nasciamo fino alla nostra morte (e spesso anche oltre!). Non trovo alcun senso in tutto cio’, ci vedo solo un tentativo di ammiccamento verso i lettori maschi, forse per sembrare tu meno “rigida” e piu’ flessibile, forse perche’ per te conta ancora il fascino verso il padre padrone. A me non importa risultare simpatica ai maschietti, mi importa difendere i piu’ deboli senza dover gridare allo SCANDALO! additando categorie di persone quando non e’ assolutamente richiesto.

        1. continuo a restare basita. oltretutto dato che non mi pare tu abbia alcun argomento a sostegno di una serie di illazioni senza fine passi all’attacco personale restituendo un’immagine di me che proprio non mi corrisponde. non ti dirò che sono tutte sciocchezze ma lo sono. di più non val la pena ribattere. chi legge sa giudicare, per fortuna, quel che io intendevo raccontare senza minimamente avere in mente quel che dicevi tu. io ho raccontato quello che ho visto. una scena alla quale ho assistito e mi pongo domande che riguardano l’umanità tutta, a prescindere dal fatto che sei uomo o donna. se a te va bene fare una guerra tra generi dove questa guerra non ha alcun senso fai pure ma ti prego di non fare ricostruzioni fantasiose sui miei intenti. per inciso: il padre padrone io l’ho sconfitto mille volte nella vita. Non sono asservita a nessuno, incluse le donne che immaginano che per via del fatto che abbiamo lo stesso organo sessuale dovremmo tutte avere le stesse idee e lo stesso punto di vista, sennò sei fuori dal branco. niente branco per me e nessuna schiavitù. saluti

      4. Giudizi gratuiti solo su un uomo? Mi pare che faccia un “ragionamento” di più ampio respiro (-:

        La miseria materiale abbruttisce non è un segreto o una novità. Di persone abbruttite e regredite ad adolescenti problematici e aggressivi ne vedremo sempre di più. Respiriamo quotidianamente paura della miseria e vergogna di dover vivere così. Che gente tiri su a paura e vegogna?
        Non so se sia opera del dio PISELLO ma a fare il gombloddista pare ci sia del metodo in questa cosa già vista e di vecchia scuola: ti faccio vivere nella miseria e ti faccio vergognare della miseria che ti impongo. Poi è facile innescare qualsiasi tipo di guerra tra miserabili.
        Penso si cerchi tutti di restare decenti, nonostante tutto, ma è difficile avere più comprensione e rispetto per gli altri di quanto se ne ha per sè stessi. Se mi considero una merda, butto via pezzi di me per non vederli, che diventano ricordi parassiti, ho una percezione distorta del tempo, il mio corpo mi è ridicolo, mi nascondo dietro maschere di ogni tipo e perdo la capacità di avere una relazione che non sia giudicante, oggettivante, manipolatrice. Mi giudico, mi sburattino continuamente per nascondermi a me stess* e agli altri, come posso immaginare altri modi di relazione?
        Una persona che volesse avere una relazione di qualsiasi tipo con me, mi apparirà come una “che vale meno di me”. Tenterò di manipolarla facendola scappare o nel peggiore dei casi ne corromperò lo slancio assimilandola alla mia miseria. ….Vabbè ho riletto di recente “memorie dal sottosuolo”, porta pazienza 🙂

  3. Spesso mi sono posta il tuo stesso problema, fin da bambina, alle scuole medie di un paese di campagna, quando in tanti (maschi e femmine) sfottevano il debole di turno, che si presentava con le unghie nere perché lavorava nei campi, il padre era morto e c’era da mandare avanti la baracca. Quando ho sentito per la prima volta la canzone di De Andrè che recita “…e per tutti il dolere degli altri è dolore a metà” ho capito che solo i poeti e gli animi particolarmente sensibili se ne fanno carico per intero. Che farci? Mi sono risposta che possiamo “solo” gettare semi, lavorare sui bambini, quelli che abbiamo attorno, per sensibilizzarli. E sperare che diano bei fiori! Un bacio!

  4. Bellissimo questo articolo. Voglio credere che l’essere umano sia anche altro. Il fatto che ci siamo persone che hanno uno sguardo critico come il tuo sulla realtà e che si pongono domande come quelle che ti poni tu, me lo conferma.

  5. Penso anch’io sia una guerra tra poveri. Poveri di sentimento. Hai semplicemente assistitito a una scena in cui persone deboli se la prendono con un altro debole (il capro espiatorio su cui riversare le proprie frustrazioni). Per fortuna non siamo tutti così. 🙂

  6. Cito: “C’è la silenziosa. Ride alle battute delle due primedonne e non dice una parola. Carina, sobria, quasi elegante nella sua semplicità. Capelli lunghi, raccolti da un arnese a forma di pugno. Legge e aspetta la sua stazione di arrivo fissando, fermata dopo fermata, i nomi delle varie soste. Deve soffrire di ansia, temo, oppure non ricorda dove deve scendere. Chi lo sa”. E ancora “Mi sono chiesta perché mai donne che hanno tanti problemi non riescano a capire un uomo visibilmente in difficoltà.”. Mi dispiace essere odiosa, ma trovo questo articolo una sorta di autoerotismo letterario con descrizione quasi neorealista e romantica di persone comuni dai problemi comuni. Il ricamare la pateticita’ del banale (in questo caso non e’ banale) non mi piace per niente. Alla fine di tutta una serie di ritagli di romanzo privato scatta un quesito banalmente semplice, domande alle quali gia’ rispondiamo tutti da anni e che conosciamo benissimo, soprattutto chi lotta contro le ingiustizie. Le guerre fra poveri esistono da un’eternita’, cosi’ come il sapore amaro di vivere costantemente sotto pressione, con la rabbia nel cuore. Credo che dovresti mollare i romanzi e parlare con queste persone, ascoltarle e magari vivere anche tu nei loro panni. Non mi piace quando si filosofeggia sulle miserie altrui e ci si pone grandi quesiti Universali, puntando un po’ il dito a quello, quella, al mal di vivere. Io potrei cominciare a srotolare una serie di banalissime ovvieta’ come: io ho vissuto nella miseria in quartieri miseri, io ho visto cose che tu ecc. ecc. ma le troverei proprio sciocche. Comincia magari a fare volontariato in qualche centro antiviolenza e vedrai come la voglia di abbellire un tuo pensiero ti passera’, ti si chiudera’ lo stomaco e sarai didascalica, veloce e porrai domande come: quando finiremo tutti di mirarci al nostro specchio interiore e a smetterla di osservare persone infelici e sfortunate come fossero oggetti artistici da rimirare ma ignorare allo stesso tempo? quando faremo un po’ di azione?

    1. perdonami ma non sapevo che tu conoscessi così bene la mia vita da poter formulare un giudizio così pesante. che cazzo ne sai di me? e poi, perché mai per commentare un testo si attacca chi lo scrive? che diritto hai di parlarmi con questo tono. direi basta così. non voglio sottrarmi alle critiche ma davvero stai esagerando e non permetto a nessuno di insultare la mia intelligenza e di sfogare la propria frustrazione vomitando giudizi e sentenze su una persona che non si conosce. ecco: posso dire che il tono è gravemente ostile e insultante e che per quanto tu dica di essere sensibile non ti importa nulla di ferire me pur di dimostrare la tua tesi? io non ho tesi preconfezionate. io osservo il mondo, ci parlo, lo vivo ogni giorno. e sui patentini di sensibilità rilasciati solo da alcuni luoghi stendo un velo pietoso. saluti

      1. Credo di non essere il solo qui a pensare che ci sia un nesso abbastanza evidente tra la dogmatica che Val ha esposto nel suo primo intervento e la sicurezza con cui giudica i singoli nella sua modalità a una dimensione di vedere la violenza.
        Il fatto che tu hai raccontato è stato visto come una negazione a quella dogmatica e un “depotenziare/delegittimare l’azione” di chi si occupa di violenza (solo maschile) sulle donne di qui l’invito sprezzante a “fare volontariato” nei centri antiviolenza.
        Sinceramente non credo che chi si sta occupando di questo tipo di violenza abbia bisogno di dogmatiche o tema che guardare come fai tu la violenza “a più dimensioni” tolga legittimità o forza alle sue azioni in questo senso, anzi, direi il contrario.
        Se veramente ci sono componenti culturali nella violenza (come ci sono, come in tutti i comportamenti sociali) pensarli come fossero elementi che le donne semplicemente veicolano inconsapevolmente dalla notte dei tempi come soggetti minori e minorati (e quindi non responsabili) per conto dei “maschi” o del “dio PISELLO”, è quanto di più fuorviante ci sia per individuare veramente questi “elementi culturali” e farci i conti.
        Credo che Val, per parlare così, nei centri anti-violenza ci faccia almeno volontariato altrimenti non so spiegarmi come possa dirti una cosa simile. Ma in questo caso spero sinceramente che non rappresenti la volontaria standard.

  7. C’è un libro molto bello di Frans de Waal, La scimmia che siamo, chissà se lo conosci. Cmq, a un certo punto cita un po’ di esperimenti. Mettono due topi dentro una gabbia. Mandano delle scosse elettriche a uno dei due, che dopo un po’ a forza di essere stressato comincia a mordere quell’altro.

    Però ci sono anche topi messi in due gabbie, e uno dei due ha del cibo da mangiare. Però quando lo mangia arriva una scossa all’altro topo. Ci sono topi che smettono di mangiare. Ci sono esperimenti del genere anche con scimmie, alcune pare siano morte di fame pur di non provocare dolore alle altre.

    Per dire che siamo fatti di tutto. L’empatia ha i suoi pro e contro, dal momento che è proprio il fatto di capire che certe corde fanno male che si vanno a stuzzicare proprio quelle (c’è una componente sadica con cui dobbiamo fare i conti). La cosa interessante del libro è che prende in esame le dinamiche sociali degli scimpanzè e dei bonobo. Per sintetizzare dice che gli scimpanzè usano il potere come mezzo per gestire la sfera sessuale e riproduttiva, mentre i bonobo usano il sesso per mediare i rapporti di potere. Del tipo: appena c’è possibilità di litigio, si strusciano un po’ e via. gli scimpanzè hanno una struttura patriarcale, i bonobo matriarcale. gli scimpanzè sono molto più violenti. gli esseri umani hanno una struttura sociale simile agli scimpanzè, sono capaci di essere molto più distruttivi, ma pure molto più buoni, molto più dei bonobo.

    Per tornare al discorso del post non credo dipenda dalle condizioni materiali, quanto dal fatto che i nostri momenti sociali sono poco improntati alla cooperazione e più alla competizione.

  8. giusto per dirigere la discussione in senso costruttivo comunque inserisco qualche link di post in cui mi occupo, non da ora, di bullismo messo in atto da ragazze e donne.

    https://abbattoimuri.wordpress.com/2012/12/03/bulle-e-cattive/
    https://abbattoimuri.wordpress.com/2012/12/04/bulle-e-cattive-ii-parte/

    Poi ci sarebbero post in cui parlavo di aggressività diretta e indiretta delle donne nella loro modalità si aggressione della tizia che gli sta sulle scatole. comportamento da branco, come sempre, e dinamiche conosciute. le donne, avendo dovuto, per educazione ricevuta, reprimere l’aggressività diretta, hanno sviluppato una capacità maggiore nell’uso di aggressività indiretta. tra le forme di aggressività indiretta in uso c’è il bullismo virtuale ammantato di nobili cause. prendi di mira una persona e insultala. si potrebbe parlare di questo, ad esempio.

    https://abbattoimuri.wordpress.com/?s=bulle

  9. Ho già commentato altrove, ma ribadisco: questo racconto (che a me è piaciuto) vale per cose che c’entrano poco (a me parrebbe, anzi, nulla) con “la società Patriarcale che rende tutti e tutte marionette ipersessualizzate” (??? wtf???). Dal primo commento in poi: un delirio. Il post è bello e pone interrogativi ‘alti’. E pone presupposti di pace mentre il mondo è impegnato in aspre forme di competizione, di sopravvivenza. Non stupisce quindi che chi percepisce la realtà sempre e solo come attacco/difesa non ne abbia colto il senso ultimo. Avanti così. Hanno da crolla’ ‘sti muri… il primo quello della diffidenza, dell’indifferenza… e dei commenti velenosi

  10. Non so nulla in proposito, ma mi è capitato di leggere dei neuroni a specchio, neuroni che sarebbero responsabili, dal punto di vista fisiologico, dell’empatia verso gli altri. Mi domando se esistano anche dei neuroni che giocano il ruolo esattamente opposto.

  11. Credo che la crudeltà peggiore, più viscerale, venga proprio da chi sta nella merda o ad un passo dalla merda – e allora queste persone, vedendo uno che sta appena peggio di loro (o che sembra stare peggio), lo usano come cuscinetto fra se stessi e il proprio incubo: il fallimento totale, pieno, irrimediabile (almeno, per come la vedono). I più accaniti verso gli immigrati non sono forse quelli che condividono quasi le stesse condizioni con loro? Penso che non “possano” proprio empatizzare; per usare l’empatia servono mezzi, analisi, altrimenti l’empatia ti porta d’impulso a soffrire insieme, a soffrire tu di quello che sta soffrendo quella persona. Che è, in fondo, ciò che già stai soffrendo tu – ma quindi tu sei un disperato, un “fallito” proprio come quella persona? No, lui è peggio: è un negro, un ritardato, un pezzente. Non so se mi sono spiegata :-), non è una teoria, è solo vivendo le dinamiche nei confronti dei migranti che ho avuto quest’impressione. Ma qualcuno avrà studiato ‘sta cosa!

  12. questa storia mi fa venire in mente certi operai che sono nella merda nera e che invece di prendersela coi padroni se la prendono con gli operai immigrati.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.