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#25N, precarietà e violenza rimossa

Sono Beatrice e vorrei parlare di violenza economica. Ho letto la tua storia sulle 10 ore di passeggiata in città all’insegna della lotta di classe e ho ricordato com’è la mia giornata. Vivo con un operaio, a metà stipendio, perché se non lavora a poco prezzo la ditta chiude. Ho un figlio che frequenta la scuola media. Tento di insegnargli a crescere bene, a rispettare le persone, a trattare bene le donne e a essere autonomo. Quando però mi chiede come sarà il suo futuro io non so cosa dirgli. Non lo so. Qualche anno fa io e mio marito ci lasciammo prendere dall’entusiasmo e accendemmo un mutuo per dare un anticipo per una casa da restaurare. Eravamo in affitto. Lo siamo ancora. Paghiamo il mutuo per un rudere e temo che presto, se va avanti così, dovremo andare ad abitarci. Le volte che io e mio marito litighiamo è per lo stress accumulato, per la precarietà, perché siamo frustrati, entrambi, io, ultimamente, anche disoccupata, e lui non dorme bene la notte perché non sa più dove sbattere la testa. Mio figlio scrive bene. Mi piacerebbe farti leggere quello che scrive perché ha un dono. Vorrei potergli dire che gli servirà, in futuro, e che troverà un buon lavoro e invece sono costretta a dirgli di mettere da parte il suo talento perché dovrà prepararsi a fare un lavoro manuale, di fatica, per poter campare. Sono sicura che tu mi capisci: è così dura dover dire al proprio figlio di rinunciare ai sogni. Dura tanto quanto lo è dirlo a se stessi.

Io volevo lavorare nel mondo dell’associazionismo, del volontariato. Volevo fare del bene. Ho incontrato sciacalli che lucrano sulla vita della povera gente. Molto meglio fare la cameriera, almeno non torno a casa con i nervi e il cuore in frantumi. Mio marito voleva fare un  mestiere diverso. Ci siamo conosciuti a scienze umanistiche e avevamo tante belle aspirazioni. Si spacca la schiena tutto il giorno per pochi soldi e deve ringraziare il suo datore di lavoro per quell’opportunità. Qualche tempo fa sono rimasta incinta, di nuovo. Mi sarebbe piaciuto avere un altro figlio, o una figlia, invece ho dovuto abortire. Io e mio marito abbiamo dichiarato la nostra resa davanti una signora che ci guardava storto e che ha fissato il giorno dell’aborto quasi al limite della scadenza del termine. Mi piacerebbe sapere se questo fatto per le persone che in questi giorni parlano di violenza sulle donne viene considerato importante, perché per me lo è.

Io e mio marito guardiamo, stupiti, il telegiornale e ci chiediamo come è possibile che ci sia gente così matta da uccidere moglie e figli. Poi ci guardiamo in faccia e ci viene da chiederci perché entrambi abbiamo la sensazione che ci sia qualcosa di rimosso. La violenza di cui non parlano è quella economica, che ci riduce al limite delle nostre possibilità, che ci obbliga a sopravvivere come possiamo. Ho provato a parlarne con alcune persone e scandalizzate mi hanno rimproverato di essere “benaltrista”, perché oramai se non reciti il dogma, così come te lo impongono i media, non sei neppure degna di essere ascoltata. Le donne vengono descritte come tutte uguali, come se tutte avessimo gli stessi problemi, e mentre contano i cadaveri di donne uccise per svariati motivi ignorano quelle come me che non soffrono di quel particolare tipo di violenza ma rischiano comunque di perire, o per depressione, per suicidio, o chissà, a causa della violenza economica e sociale.

Potrei quasi scommetterci tutto quello che ho: noi siamo la maggioranza. Le donne che devono pietire elemosine e che si ritrovano a quaranta anni senza una prospettiva, quelle che ogni tanto pensano a ingurgitare tutto il veleno che si ritrovano a casa, quelle che vanno dal medico a chiedere un tranquillante perché altrimenti non ce la fanno neppure a tirarsi su dal letto la mattina. Noi siamo la maggioranza, eppure di questa emergenza nessuno ha voglia di occuparsi, nessuno ne parla, terrorizzate come siamo da altre ansie sociali, catartiche, in un certo senso, come se quei cadaveri fossero utili a farci sentire un po’ più protette. in qualche modo più fortunate, e invece sono quelle stesse istituzioni che dicono di tutelarci che ci massacrano, l’agenzia delle entrate che misura pure i tuoi respiri, le banche che per un banale e minimo scoperto ti pignorano tutto, i proprietari di immobili che ti spennano con l’affitto, i ricchi che diventano sempre più ricchi e noi poveri che siamo e restiamo poveri.

Io e mio marito non facciamo sesso come si deve da molto tempo. Non riusciamo a rilassarci. Ci tocca drogarci, forse, per poter resistere meglio, e invece siamo qui, lucidi, a sentire la chiara sensazione di essere presi per il culo, con la precarietà che ci avvelena la vita e la resistenza che in un attimo diventa cedimento, spossatezza, rassegnazione. Però io lo voglio chiedere, perché per me è importante: quand’è che si parlerà di noi? Quando?

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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2 pensieri su “#25N, precarietà e violenza rimossa”

  1. La maggioranza invisibile è un recente libro di Emanuele Ferragina, studioso di economia. Poi insomma per i lavori di fatica c’è sempre tempo. C’è ultimamente questa vulgata per cui studiare non serve, che oltre ad essere statisticamente falsa è pure dannosa.

  2. Sento Che un pezzo di me è in questo racconto…che in qualche modo sono stata raccontata anche io e così molte altre…Grazie a Beatrice e come sempre a te @abbattoimuri che dai spazio a questi frammenti di verità pura e cruda.

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