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Vita di una donna, lesbica, narrata attraverso i ricordi

Mi ricordo. Le prime mani estranee e maschili, quelle di un prete, a toccarmi per consegnarmi in battesimo ad un Dio nel quale non credo. Il primo rimprovero subìto da un uomo estraneo, nei pressi della scuola, mi educava a camminare a cosce strette, perché dalla larghezza delle cosce si presumeva la mia mancanza di serietà. Il primo disagio sessuale dovuto a quella donna, anziana, che martellò sulla mia mano infantile quand’essa indugiava sulla clitoride. Il mio immaginario relazionale, dovuto agli insegnamenti di una maestra austera, con le bolle in faccia, residui di una antica malattia curata male, che ci parlava delle meraviglie di una famiglia che lei non avrebbe avuto mai. Le proibizioni sull’esposizione del mio corpo dovute a quel vecchio idiota che parcheggiava il suo automezzo davanti casa mia. Tutte le volte aveva qualche osservazione da fare. Il rossore delle mie guance, la mia timidezza, dovuti all’insegnante che mi guardava attraverso le fessure scoperte della mia camicetta.

Mi ricordo. La prima volta che dovetti subire un contatto con un ragazzino che quando vide le mie tette mi disse “pensavo fossero più grosse“, così trapelava dal suo viso una cocente delusione e io presi  l’umiliazione e i miei seni adolescenziali e me ne tornai a casa. Il primo giorno in cui entusiasmo ed eccitazione mi trasformarono in una eternamente sorridente scema: avevo incontrato una ragazza che mi toccò nel modo giusto. Il primo momento in cui compresi che il mio desiderio era incompatibile con tutto quello che mi avevano insegnato e imposto, giacché il mio corpo non voleva autoinfliggersi sermoni maschili e paternali di educatori alla tutela della mia verginità. Volevo regalare ogni cellula a quella bionda creatura con un sorriso dolcissimo.

Mi ricordo. La nostra prima uscita, mano nella mano, a confonderci tra le amiche “normali”, mentre io restavo in attesa della sua carezza sul mio pube. Il primo orgasmo, divertito, prolungato, meraviglioso, in cui regalavo liquidi che non sapevo di avere alla sua bocca. La prima giornata trascorsa sotto processo, quando i miei scoprirono che andavo a letto con lei. Mi dissero che ero malata, difettosa, la vergogna della famiglia. Mi schiaffeggiò mio fratello, mi insultò mio padre, mi considerò perversa anche mia madre. Dissero “o ti aggiusti o te ne vai” e io me ne andai.

Mi ricordo. Di tutta la fatica che è servita per mettere su casa e portarci chi volevo. Della difficoltà a trovare un lavoro senza incontrare la molestia. Della necessità di nascondermi quando dovevo incontrare colleghi, clienti, perché il mondo degli adulti non è diverso da quello degli adolescenti. Nell’adolescenza c’è il bullismo e nell’età adulta la perfidia adotta gli stessi metodi, solo con parole diverse, forse un po’ più elaborate, il cui succo, comunque, è sempre lo stesso.

Ricordo il giorno in cui un tale mi picchiò perché non gliel’avevo data. Disse che l’avevo insultato. Era stato lui a insultare me. Poi il momento in cui mi innamorai di una donna che rispondeva a tutti i requisiti della perfetta omofoba. Ero masochista, ma lei mi lasciava esausta solo a rivolgerle la parola. Quando si spogliò accanto a me, per cambiarsi, nel bagno delle signore, si rese conto della mia attenzione e giocò a fare la civetta. Fu un bacio, di nascosto, che lei avrebbe negato anche sotto tortura perché la sua vita era altrove.

Mi ricordo. Di tutti i ricordi che ora ti consegno, amore mio, perché mi serve dirti che prima di te ho avuto momenti, giorni, anni, in cui ho vissuto e non negherò quella vita solo perché sei arrivata tu. Io c’ero e ci sono ancora e se non ti va bene a me spiace, perché non intendo dimenticare, strappare le foto delle persone che ho amato, seppellire le emozioni che mi hanno suscitato e censurare le mani, la carne, il sangue, la pelle, di chi mi ha vista, goduta, attraversata, desiderata e amata.

Sono qui, adesso, e tutto quel che dico è che anch’io, come te, ne ho passate tante eppure sono qui a dirti, con entusiasmo e tanta voglia di vivere, che sono pronta a ricominciare, con te, a rischiare, con te, a essere ferita, voluta, amata, dimenticata, da te, perché sono cosciente del fatto che le relazioni possono essere finite, ma sono incredibilmente durature se le misuro con la crescita che inducono, con i ricordi che restano e con l’esperienza che mi fa sentire avvolta da un calore intenso.

Mi ricordo. E ora dimmi: da che parte vogliamo cominciare? Mi abbracci per favore?

Ps: è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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