Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Violenza

Qual è la differenza tra approccio e molestia?

Firenze, 1951, una ragazza americana attraversa un marciapiede. Foto di Ruth Orkin
Firenze, 1951, una ragazza americana attraversa un marciapiede. Foto di Ruth Orkin

L’altro giorno si discuteva di molestie in giro per il mondo e becco il commento che più spesso alcuni uomini fanno in questi casi. C’è chi dice che una donna accetterebbe un “approccio”, così come lo chiamavano, nel caso in cui lui è bello e piacente. Dico che la molestia non è un approccio. Mi chiede se ho mai risposto positivamente ad un invito, un complimento, un commento fatto in giro e dico di si, in effetti, un paio di persone che ho frequentato le ho conosciute così. I loro commenti mi avevano fatto ridere e in definitiva era un modo per attaccare bottone. Io stessa, un paio di volte, in luoghi più protetti, dove l’essere femmina non mi penalizzava nell’approccio (farlo in strada è ancora tabù), ho tirato fuori scuse idiote per tentare di attirare l’attenzione di qualcuno. Con uno ci sono finita a letto. Mi piaceva. L’ho inquietato e lui ha risposto positivamente. Nel caso in cui lui avesse avuto qualcosa da ridire, dove sta il limite tra l’approccio e la molestia?

Allora io ho specificato che quel limite resta dove c’è un no. Se lui o lei ti dicono di no, e tu continui, da quel momento in poi è una molestia. Se quell’attenzione non è gradita e lei o lui ti fanno capire che devi smettere da quel momento in poi è una molestia. Non lo è fino all’attimo prima, a meno che non arriva un tale per strada e non ti mette le mani sul seno o sul culo o non so, cosa che in effetti, però a me è successa. Nel meridione, dalle mie parti, se mai avete avuto riscontro di ciò, capita che a mettere le mani sul culo di una ragazza che passa siano dei ragazzini che fanno a gara a chi lo tocca prima. I servizi pubblici sono talmente pessimi che li prendi di rado e quando li prendi trovi la manomorta dello scemo del villaggio, o l’altro scemo del villaggio che ti si appiccica facendoti sentire il suo pene gonfio. In quel caso molli un calcio, una gomitata, dici ad alta voce che deve smettere e lui smette. Non ho mai pensato di chiamare la polizia per questo. Proprio per niente. I bambini che toccano il culo, poi, sono quelli che scappano veloci. Allora mi viene in mente che servirebbe più educazione, una azione culturale massiccia che ragioni di prevenzione antisessista, ma di certo non mi sogno di mandare in riformatorio questi ragazzini educati male.

Tornando all’approccio, però, il tizio mi ridice che nella nostra cultura è lui che ci prova, non tutte sono aperte come me, e tentare un complimento, in strada, in discoteca, al bar, ovunque, non può essere considerata di per se’ una brutta cosa. Io dico che non lo è nella misura in cui è un tentativo di approccio ma lo è se sei insistente, se quella maniera di fare deriva dal fatto che in quanto donna tu ti aspetti che io sia lì a tua disposizione, che sfili solo per te, che non devi fare altro che chiamarmi con un fischio per fermarmi. E’ brutto perché mi reputi un oggetto passivo quando in realtà sono io che voglio scegliere le persone con le quali voglio parlare. Perché sei proprio tu, con il tuo comportamento censorio e iperattivo, a fare in modo che io non possa mai tentare un approccio, perché quando ci provo mi dici che sono una facile, non vedi bene la limitazione al tuo esercizio virile e mi opprimi con l’esigenza di esibire il tuo machismo.

Dunque stabiliamo che molestia è quella cosa che comincia con un No perché mi riduce a oggetto passivo del tuo desiderio e non mi riconosce mai come soggetto attivo desiderante.

Torna la domanda: ma se ti ferma uno che ti piace tu che fai? E io rispondo che ho tutto il diritto di scegliere e di accettare un approccio (che non è una molestia) se lo desidero e se quello che più fa incazzare è il fatto che sono io ad avere l’ultima parola allora parliamone, perché qui siamo già ad un passo dalla cultura dello stupro. Si tratta di quella mentalità che ti lascia pensare che io ti debba qualcosa perché dirti di no sarebbe un dispetto, una specie di sottrazione di diritti, e così, invece, non è. Dunque se uno che mi piace, mi è simpatico, mi inquieta per strada e io ho voglia di fermarmi e accettare quell’approccio non vedo perché io non debba farlo. Il fatto che mi senta molestata quando si tratta di un commento indesiderato non significa che debba dire di no a chiunque.

Non è certo in discussione la mia attività di soggetto desiderante, che sceglie liberamente le persone con cui vuole stare.

Mi chiede: e allora come faccio a sapere, io, quando è molestia e quando invece a te può fare piacere il mio commento? Io provo a fermare una ragazza che mi piace e lei può sentirsi molestata perché io non le piaccio? Provo con un’altra e a lei fa piacere e mi concede di bere qualcosa al bar? Come faccio a capire cos’è molestia se il punto è che tutto dipende dal tuo livello di accettazione e di fastidio?

Rispondo che già ho spiegato. Immagino che un commento avrei potuto riceverlo anche da un vecchio bavoso quando uscivo dalle scuole medie, ma quella lì non è una cosa che poteva farmi sentire bene. Era una molestia, per di più pedofila. Capisci la differenza? Ancora una volta, perciò, soprattutto quando leggo di chi si organizza per favorire le ronde di tutori a tutela della nostra verginità e dei nostri corpi, mi rendo conto che c’è un problema di comunicazione e di educazione. Si tratta di una questione culturale e non legalitaria o carceraria. Non mi interessa riempire le galere di uomini che non hanno neppure capito qual è la differenza tra un approccio ben accetto e una molestia. C’è un lavorone da fare a monte e quanto scommettiamo che i primi a dover essere oggetto di nostre lezioni culturali non siano gli stessi tutori manganellatori ai quali alcune vogliono affidarsi?.

Qual è la differenza tra un approccio e una molestia? Guardami: io sono una persona, ho libertà di scelta e se ti dico no allora basta così. Nel caso rispondo con cordialità al tuo amico che mi piace di più, per favore, però non mi chiamare zoccola perché quell’appellativo tu lo scegli per dire che scopo con chiunque tranne che con te. Se a lui dico si e ad un altro dico no capisci che c’è un problema di consensualità? Non lo capisci ancora? Allora la prossima volta che ti vedo per strada ti urlo che sei bello, poi ti inseguo, poi ti ricatto, un po’ ti intimidisco e infine faccio in modo che tu non ti senta al sicuro e affretti il passo per liberarti di me. Capisci che la limitazione dello spazio vitale è un problema? Pensaci. E riparliamone. Okay?

Ps: Più discuto e più mi rendo conto che la discussione sulla “molestia” non può raggiungere un punto di accordo tra le parti perché chi sta facendo campagna anti/molestia ha improvvisamente spostato la discussione su un piano penale. Si capisce che chi dice “ehi bella” non potrà mai pensare che quello è un reato che lo porterà in galera. Dunque se per “molestia” intendiamo qualcosa che ti porta in galera e che merita una denuncia penale siamo fuori tema. Non è possibile che ci sia chi evoca la galera e “pene certe” per chi ti dice “a bona” per strada. E’ puro delirio securitario che nutre la logica giustizialista che ci sta ammorbando tutt*. Se le femministe che fanno campagna antimolestia vogliono ampliare il significato di molestia o addirittura di violenza sessuale per includervi quello che ti dicono in strada io prevedo una guerra senza eguali tra parti garantiste, uomini che non vogliono finire in galera e che si arroccheranno su posizioni negazioniste e donne sempre più giustizialiste. Se la discussione invece si ponesse su un piano culturale, senza ventilare il rischio di denunce e galere, volete vedere che l’uomo al quale dirò che un atteggiamento molesto mi dà fastidio poi mi darà ragione?

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mol

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9 pensieri su “Qual è la differenza tra approccio e molestia?”

  1. Molto interessante. Penso che la parola molestia abbia creato un sacco di confusione, perchè in sè racchiude un continuum di situazioni, dal fischio per strada all’aggressione fisica, e alcuni (e alcune) non riescono ad accettare che ci sia un nesso tra il livello zero della molestia e il massimo. Quel nesso, però, secondo me, c’è ed è proprio quella cultura di cui parli, che impedisce ad alcuni di comprendere cosa ci sia di sbagliato nell’approcciare una bella ragazza, e che spinge alcune ad affrettare il passo se l’approccio è deciso o insistente. Allora, ho avuto mille conversazioni, più o meno accese, su questo argomento, e la verità è che credo che la questione vera sia la nostra libertà di muoverci nello spazio pubblico (e privato) senza sentirci minacciate. Non penso che un fischio sia una minaccia, ma la cultura in cui quel fischio è codificato e significa una determinata cosa, quella sì, la vivo come minacciosa.
    Poi, forse mi sbaglio, ma credo che un tipo che si avvicina e ti chiede qualcosa per abbordarti e quello che fischia o che ti tocca il culo sull’autobus siano due cose diverse. Mi sembra che il primo caso sia una forma ancora accettabile di socialità, e sia possibile accettarla o rifiutarla, mentre la seconda è una manifestazione di una ben chiara struttura in cui si manifesta apprezzamento per corpi più simili a merci che a persone, e in questo caso non ci si può sottrarre.
    Ad ogni modo, grazie per questo pezzo.
    M.

  2. In un certo senso hai evaso la domanda: “ciao bella!” o “a bella” per la strada sono molestia o no? te lo chiedo più in relazione a sta cosa “virale” (che termine de merda) delle passeggiate per le città che altro. E se tizio si gira e guarda, è molestia? Nono conosco la tua opinione, ma mi sembra di capire che per alcune femministe lo sia. Allora forse bisognerebbe capirsi su questo, cioè sui termini del discorso. Chiarito questo si può passare al contenuto, perché che la toccata di culo sia molestia è palese, però se io sono spagnolo e quando tu dici burro capisco asino invece che mantequilla vien da sé che non ci capiamo. Poi non so se questa campagna che forza un po’ o esaspera i toni sia utile, da una parte mi pare che potrebbe esserlo: uno alza l’asticella, chiede mille e così magari ottiene cento. Dall’altra mi pare che una parte consistente della popolazione maschile abbia reagito con le solite stronzate di piagnistei “ah ma allora non se po di gnente” che è l’alibi per ogni porcata.
    non è che ho un’opinione precisa, diciamo che cerco di scavare e vorrei sapere che ne pensi.
    grazie

  3. Ah bella de casa, ora ho capito. La molestia inizia dopo il NO. Allora ti do ragione al 100%.

    Solo che mo sta paranoia della molestia e della sicurezza sta pure scavallando. Oggi hanno fatto vedere sul corsera il video della donna che si finge ubriaca e si scandalizzano degli uomini che la invitano a casa (ovviamente in maggioranza avevano un certo colore di pelle).
    Cioè, ora se non posso provarci nemmeno con una ubriaca che mi attacca bottone davvero, avrei perso tipo il 90% delle mi storie.

    1. sì infatti il problema “a monte” è della responsabilità. Non è che se io sono ubriaca gli altri possono permettersi di stuprarmi o picchiarmi. Ma se sono ubriaca e accetto una relazione sessuale e quando poi mi passa la sbornia mi pento della cosa perché me ne vergogno, perché penso “ma caspita quest’uomo manco mi piaceva pensa te” o cose del genere non posso dirmi stuprata. Non è che “me la sono cercata”, semplicemente devo assumermi la responsabilità del mio stato. Se sono ubriaca e attraverso la strada sbucando da dietro una curva in un punto pericoloso senza guardare e una macchina mi prende sotto avrà certamente delle responsabilità, ma meno di chi prende sotto una persona che attraversi regolarmente sulle strisce in una zona a limite di velocità 50. Non so se mi spiego. Anche se un incidente è cosa certamente diversa da un rapporto sessuale per il semplice fatto che l’incidente è una cosa brutta di per sé e non implica mai consensualità e non dipende dai casi mentre un rapporto sessuale no. Una cosa utile da fare potrebbe essere immaginarsi la stessa situazione a parti invertite. Se uno è ubriaco e fa sesso con una donna sobria che l’ha abbordato è comunque considerato responsabile di sé stesso, E’ persino responsabile nel caso la donna sobria resti incinta. E non ha modo né avrebbe modo di rifiutare quella paternità per un momento in cui non è stato attento al suo stato e non è stato presente a sé stesso. Al contrario? Al di là delle difficoltà di aborto per obiezione di coscienza (che è un altro problema), legalmente quella donna avrebbe la possibilità di riparare a quell’errore fatto perché si era persa un attimo esagerando. Potrebbe persino, anche in buona fede, affermare di non essere stata consenziente semplicemente perché il suo “sì” non era pronunciato in condizioni di capacità di intendere e di volere palese. Ma perché non dovrebbe valere per un uomo?

  4. Il fatto che si debba spiegare una cosa simile (ovvero che io ho il diritto di provarci, tu hai il diritto di dirmi di no, e magari pure viceversa) dice molto del livello di ottusità che pervade il mondo contemporaneo.

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