Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

#Femminicidio: perché lei non lascia il suo carnefice?

L’ultimo femminicidio di cui parla la cronaca ha per protagonisti un uomo e una donna i cui trascorsi erano già noti. Tiziana aveva già denunciato per maltrattamenti il marito e Antonino, armato di pistola, dopo l’ennesimo litigio, secondo quel che riportano i media, l’avrebbe uccisa e poi si è suicidato. Molte testate riportano il comunicato del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria che lamenta la grossa quantità di suicidi tra gli agenti impegnati in quella professione. Cosa c’entri il comunicato, la statistica sui suicidi con questo femminicidio non si capisce. Non so se il sindacato abbia avuto l’accortezza di comunicare qualche parola anche sulla donna vittima dell’assassinio ma, di sicuro, una analisi sui suicidi delle guardie nelle carceri può essere adeguata a misurare il loro stress, prima che lo stress di chi in quelle carceri è rinchiuso, è adeguata anche a verificare quali potrebbero essere le strategie preventive affinché queste guardie non tornino a casa a sfogare il proprio malumore, ma dubito che questo c’entri con i maltrattamenti e con il delitto di per se’.

Tante sono le persone stressate per lavoro o per qualunque altra ragione ma questo non giustifica la cultura del possesso che anima le loro gesta. Uccidere la moglie, prima di suicidarsi, denota l’atteggiamento di chi sente quella donna come proprietà. Sei mia e di nessun altro. Ti uccido piuttosto che accettare una separazione. E tutto ciò succede includendo tutte le contraddizioni del caso.

La domanda che viene spontanea è: perché dopo la denuncia per maltrattamenti quell’uomo stava ancora con la moglie? Perché lei non se ne è andata? Perché lui non è stato allontanato? Cosa ha tenuto assieme quella coppia dopo i maltrattamenti e le denunce? La denuncia era stata ritirata oppure no?

Secondo la nuova legge le denunce per violenze gravi sarebbero irrevocabili. Non so se è questo il caso ma, come ho già spiegato in più occasioni, l’irrevocabilità della denuncia è un errore enorme. La denuncia produce una frattura grave in quella relazione, è una specie di punto di non ritorno, quello che fa dire all’uomo che non ha più niente da perdere. In quella situazione è più facile che un uomo uccida. Parlare di irrevocabilità della querela senza dare alla donna un supporto, un altro luogo in cui stare, una garanzia di salvezza, reddito e casa per ricominciare, è come condannarla a morte. L’irrevocabilità della querela, infatti, non fa che sollecitare ad una diminuzione delle denunce. Cresce l’omertà. La donna se ne resta zitta e non confida nulla per il timore di far precipitare le cose e di non riuscire ad aggiustare una vicenda senza ulteriori traumi.

Perché lei non se ne andata o lui non è stato allontanato? Non so come potesse essere la loro situazione ma solitamente accade che lei non sa dove andare, perché non ha casa né lavoro, cose che lo Stato si guarda bene dal garantire a chi ne ha bisogno, e che lui forse ha lavoro ma non ha casa e comunque o non sa dove andare, giacché ha investito tutto nella realizzazione di quell’abitazione, o non se ne vuole andare perché comunque la sua idea è quella di tenere tutti sotto il suo tetto e il suo potere.

Perché lei non se ne è andata? Ripeto che non so della situazione di cui parlo ma spesso ci si chiede perché lei, nonostante le botte, rimanga vicina all’uomo che le fa del male.  Questa è una delle ragioni per cui le istituzioni paternaliste immaginano di doversi sostituire alla sua volontà. Ad ispirarne i provvedimenti sono donne e uomini che pensano che, appunto, sia necessaria l’irrevocabilità della querela, quelli che pensano che bisogna obbligarla in qualunque modo, incluso il ricatto di toglierle i figli da tutelare per via della violenza alla quale assistono. C’è chi ignora i percorsi dei centri antiviolenza, dei quali le istituzioni patriarcali in questi casi non tengono conto, ovvero quei percorsi che partono dal rispetto per l’autodeterminazione della donna, affinché lei si senta soggetto e protagonista della propria liberazione in grado di riacquistare l’autostima necessaria che le servirà a ricominciare.

Dunque perché esistono casi in cui lei non se ne va o addirittura torna con il marito violento? Perché esiste un rapporto di co-dipendenza psicologica dalle violenze. Perché lei pensa di poterlo cambiare e lui ritiene che solo salvando quel rapporto potrà riscattarsi agli occhi di tutti quelli che lo considerano cattivo. Lei resta perché pensa che la violenza, il possesso, siano gli unici metodi che la fanno sentire amata. Lei non se ne va perché ha due figli e prima di interrompere un rapporto con il padre dei figli ci pensa più di una volta. Non se ne va perché con due figli, senza lo stipendio del marito, tutto diventa più difficile. Non se ne va perché se il marito ha un lavoro che lo porta a trasferimenti e quindi sradicamento di tutto il nucleo familiare, è difficile stare bene se non hai un paracadute sociale, se vivi in solitudine, lontano dalla famiglia, lontana da chi ti può sostenere con i figli, soprattutto se tra i due c’è già un rapporto violento.

Perché lei non se ne va? Perché non può, a volte perché non vuole, perché, al di là di quello che pensano i paternalisti, le matrone e i patriarchi dell’ultima ora, il legame violento finisce per essere una droga e tu sei tossica e prima di accettare l’idea che il tuo bene passi attraverso la fine di quella relazione ti serve un tempo che ti permetta di autogestire quella decisione, perché se non sei tu a deciderlo nessuno potrà salvarti mai.

Oppure. Lei non se ne va perché ha paura. Perché quello che avrebbe dovuto essere il suo tutore, una guardia, uno con la pistola, finisce per essere il suo carnefice. Perché è stata educata a ritenere che quello che succede in famiglia resta in famiglia. Ma se ha già fatto una denuncia per maltrattamenti il punto è un altro. E’ possibile che lui ti faccia perfino sentire in colpa, perché ti dice che ti ama e tu gli hai fatto questo. Ti dice che siete una famiglia e tu hai voluto metterlo nei guai con la legge. Hai permesso che altri giudicassero il suo comportamento. E tu urli che lui si è permesso di farti del male, che non bada al fatto di farti male davanti ai bambini, dici quello che pensi ma tutto quello che vi dite resta dentro quattro mura che vengono abbattute solo quando lui ti uccide e poi punta l’arma contro se stesso.

Quello che mi è chiaro è che la legge cosiddetta contro il femminicidio non è servita a nulla. Non c’è un piano di prevenzione della violenza. Non esiste supporto reale per le donne che subiscono violenza. Non esiste supporto per persone che fanno violenza. Non esiste supporto in termini di diritti, reddito, casa, aiuto concreto. Tutto quello che so è che della questione della violenza sulle donne in troppi si fanno scudo per guadagnare visibilità, soldi, legittimazione istituzionale. E nel frattempo le donne continuano a morire. E se qualcuno vi chiede come mai ditegli che voi sapete perchè. Lo sapete. Non fate che ripeterlo tutti i giorni. Peccato che nessuno vi ascolti.

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4 pensieri riguardo “#Femminicidio: perché lei non lascia il suo carnefice?”

  1. L’ha ribloggato su Unite in Rete – Firenzee ha commentato:
    Perché lei non se ne è andata? Ripeto che non so della situazione di cui parlo ma spesso ci si chiede perché lei, nonostante le botte, rimanga vicina all’uomo che le fa del male. Questa è una delle ragioni per cui le istituzioni paternaliste immaginano di doversi sostituire alla sua volontà. Ad ispirarne i provvedimenti sono donne e uomini che pensano che, appunto, sia necessaria l’irrevocabilità della querela, quelli che pensano che bisogna obbligarla in qualunque modo, incluso il ricatto di toglierle i figli da tutelare per via della violenza alla quale assistono. C’è chi ignora i percorsi dei centri antiviolenza, dei quali le istituzioni patriarcali in questi casi non tengono conto, ovvero quei percorsi che partono dal rispetto per l’autodeterminazione della donna, affinché lei si senta soggetto e protagonista della propria liberazione in grado di riacquistare l’autostima necessaria che le servirà a ricominciare.

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