Antiautoritarismo, R-Esistenze, Storie

L’anoressia è una malattia e non un capriccio

A 48 chili mi sentivo già bene. Vedevo le ossa, potevo toccarle, quindi avevo raggiunto il mio obiettivo. Arrivare a 45 chili, però, fu ancora meglio, perché così avrei potuto permettermi qualche capriccio. Se un giorno avessi deciso di mangiare un po’ di più non avrei dovuto preoccuparmi di perdere il mio peso forma. Quei 45 chili presto diventarono 42, e sembrava così facile perdere peso, eppure io vedevo ancora il mio corpo difettoso. Qualche sporgenza. Troppa carne, quelle rotondità che mi rovinavano il profilo. A 40 chili cominciai ad aver bisogno di mettere delle imbottiture sui seni e i glutei per non fare notare la mia eccessiva perdita di peso a mia madre. Evitavo che mi vedesse nuda.

Per quanto io mi vedessi bene allo specchio però avevo dei compagni e delle compagne che mi restituivano un’immagine di me malata. Pelle e ossa, stecchino, bastone in culo, scheletro, zombie ambulante, questi e altri gli appellativi che mi dedicavano. Il bullismo non risparmia nessuno e non esiste sensibilizzazione al problema. Nessuno che venga in classe a spiegare qualcosa sui disturbi dell’alimentazione. Cambiai classe e cominciai a isolarmi sempre di più. Scuola, casa, studio, casa, scuola, erano questi i miei itinerari. Nessuna amica, nessuna frequentazione extrascolastica. Sempre più sola. Praticamente non avevo una vita, e quel poco che mi restava era ridotto alla conta di calorie, alle tante volte in cui scendevo e salivo le scale, fino a farmi scoppiare il cuore, alla conta dei battiti che nel mio corpo producevano un’eco insopportabile.

Uno, due, tre, quattro, cinque, e già cominciava a venirmi l’ansia, così sentivo il battito del cuore accelerare ancora di più e arrivava il sudore freddo. Quando svenni in casa mia madre continuò a recitare la sua litania: sei pelle e ossa, tu non stai bene, ora chiamo il dottore. Quella volta non ebbi la forza di dire di no. Mi ricoverarono in psichiatria, il cibo iniettato a forza dentro il corpo in forma liquida, dal naso, il divieto di camminare, una dieta che mi faceva vomitare, un pappa liquida che dovevo bere come integrazione ai pasti e non appena recuperai un minimo di energia, per quanto il mio peso fosse rimasto uguale, io cominciai a pensare di essere sotto sequestro. Volevo uscire. Mi sentivo guarita.

Ho trascorso gli ultimi anni in questo modo. A sfuggire a cure prolungate, in totale isolamento dal mondo e a svolgere ruoli superficiali che mi portavano troppe volte a stare sola con me stessa. Ho pensato di voler morire, almeno un paio di volte. Ho tentato il suicidio, una volta, una sola volta. Lo psichiatra dice che è normale che l’anoressia si accompagni alla depressione. Trovare le cause psicologiche di quello che mi è successo e che ancora mi succede è difficile. Lo è per chi, come me, ha vissuto una malattia complessa in giovane età.

Cosa potevo saperne a 15, 16 anni, di quello che mi succedeva. Non capivo niente. Ancora oggi, che sono un po’ più grande, mi sfuggono motivazioni, significati, senso, delle azioni che ho compiuto e che compio. So che vorrei urlare al mondo il mio disagio ma allo stesso tempo faccio di tutto affinché nessuno mi veda. Voglio sparire e voglio che mi vedano. Voglio poter dire e poi tutto viene fuori sottovoce. Mi abituo, poco alla volta, ad aprire la porta al mondo. Dire la verità, alle persone che conosco, per leggere nei loro sguardi, scetticismo, sfottò. C’è chi dice che è un capriccio, chi racconta che non è una cosa così importante, perché i veri problemi sarebbero altri. Ma allora, com’è che io avevo tanta voglia di morire? Com’è che ancora oggi, a volte, ho così tanta voglia di sparire?

Ci sono delle persone che immaginano, forse, che le ragazze magrissime abbiano una vita ricca, soddisfacente. Qualcuna ci invidia e altre ci bistrattano. Pochi sanno quello che proviamo veramente. Oggi ho 23 anni, provo a fare l’università. Studio a casa, esco poco, vado spesso in ospedale per essere rieducata all’alimentazione e per ricordare che mi ci vuole pochissimo a tornare ad essere pelle e ossa. Ho raggiunto il peso di 50 chili, e non potete capire come sia stato difficile, boccone dopo boccone, riuscire a prendere peso. Mangio lentamente, tengo a bada l’ansia, prendo un paio di farmaci in dosi massicce, conto ancora i battiti del mio cuore, e la mia vita scorre così, con la paura di rinascere e il terrore di morire. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto…

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Spero di essere riuscita a sintetizzarla bene. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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2 pensieri riguardo “L’anoressia è una malattia e non un capriccio”

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