Come ho fatto ad arrivare a questo punto. Cinquantenne, economicamente dipendente da un marito che mi tratta come se fossi sua madre, stanca, avvilita, depressa, non più in grado, almeno per ora, di beccare un lavoro che possa darmi di che vivere e pagare un affitto nel caso in cui volessi andare via.
Ho lavorato per anni e ad un tratto mi sono ritrovata senza niente in mano. Si pensa che l’indipendenza economica sia una necessità per gli uomini, per via della cultura che li vuole padri, mariti, mantenitori della famiglia. Di quel che succede alle donne che non hanno scelta, così come non ce l’ho io, parlano in pochi. Ho l’obbligo di restituire il mantenimento economico rendendo più semplice la vita di mio marito.
Lavo e stiro. Pulisco e rassetto. Cucino e lucido. Gli faccio risparmiare tempo e finisco per fottermi tutto il mio tempo, così lui può uscire a farsi una passeggiata, io, invece, quando smetto di fare le faccende sprofondo in quel cazzo di divano a guardare qualunque cosa di guardabile in tv.
Mi alieno, non voglio fermarmi a pensare. Non ho l’energia fisica e mentale di leggere e sognare. Non ho un talento particolare. Non so più impegnarmi costantemente per ottenere un altro risultato. Mi si è impigrita anche la fica che ha orgasmi a singhiozzo. Da quanto tempo non mi tocco più? Deve essere dal tempo in cui ho cominciato a dimenticare di accarezzare la mia pelle, considerando la mia carne un po’ avariata al punto che ho iniziato perfino a odiare il mio odore.
Non mi piaccio, mi sento brutta, trascurata, sovrappeso, e quando vedo mio marito che mi consulta solo in relazione agli alimenti, la spesa o la camicia da indossare capisco che il mio sex appeal è sceso ai minimi termini. Da quanto tempo non ci scambiamo baci e carezze? Perché continuiamo a dormire insieme?
Quello che mi chiedo, a volte, è perché sono ancora viva. Ma sono viva? Sul serio? E questo lo chiamate vivere? La mia vicina ha provato a coinvolgermi in faccende di parrocchia, ma io non ho nulla da dire alle parrocchiane. Ho immaginato di vedere qualche amica, ogni tanto, ma la mia vita opaca, ha finito per inghiottire, come fosse nebbia, le poche amiche che ho, o meglio, che avevo.
Quello che non riesco a comunicare a sufficienza è il fatto che sono furiosa, con me stessa, perché non so neppure com’è successo che sono diventata così poco autonoma, insicura, con l’autostima sotto i piedi, io che pensavo di poter cambiare il mondo con un dito, io che ho rivoltato la mia vita e la mia casa mille volte, con coraggio, senza temere di ricominciare da capo, io che ora mi ritrovo a pensare che il mio momento di libertà o autonomia fittizia, comunque, anche in futuro, dipenderà da mio marito, dalla sua pensione, quindi da quello che lui ha guadagnato e che lo Stato mi consegna, a me che sono sua moglie, dando per scontato che io non abbia avuto modo di cumulare una riserva tutta mia.
Per quante peripezie io abbia compiuto per essere autonoma, infine, sembra proprio che io debba seguire lo stesso destino di mia madre e di mia nonna. Continuo a chiedermi perché, e so che a pochi interesserà questo racconto, perché, purtroppo, la precarietà sommerge persone molto più giovani di me, ed è anche giusto che abbiano maggiore ascolto, ma in quanto alle persone come me, tutto quel che sembra augurarci chiunque ne parli, è un cappio ben stretto attorno alla nostra gola.
Ho parlato con qualche coetanea e sono rassegnate al proprio destino, invece io sono arrabbiata ed è per questo che ne parlo. Dovrò rassegnarmi a restare così per sempre? C’è qualcuno che mi vuole ascoltare? Davvero dovrò procurarmi un cappio?
Ps: è una storia vera. Grazie a chi mi ha permesso di raccontarvela. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.
Ti posso mandare un bacio di resistenza e di comprensione? se no, accetta almeno questa poesia di Alda Merini:
Un’armonia mi suona nelle vene,
allora simile a Dafne
mi trasmuto in un albero alto,
Apollo, perché tu non mi fermi.
Ma sono una Dafne
accecata dal fumo della follia,
non ho foglie nè fiori;
eppure mentre mi trasmigro
nasce profonda la luce
e nella solitudine arborea
volgo una triade di Dei
Io ho letto, e con trasporto. Ti vorrei dire di scrivermi, così tanto per. Mia madre si sta separando, ha 59 anni, per fortuna lavora, paga un mutuo, quindi mio padre sta in affitto da un’altra parte. Questo è il punto base del discorso, perché senza reddito anzitutto non puoi scegliere molto. Ma la sua autonomia in solitudine non è comunque granché, per fortuna ha delle sorelle e delle amiche. Altrimenti si farebbe inghiottire dalla ossessiva pulizia della casa. Io vivo da solo e quando passa ogni discorso ruota attorno a quello. Provo a farle leggere dei libri, ma niente, un po’ perché non le piace leggere e un po’ perché dice che ha troppe cose a cui pensare. Da questo punto di vista è andata, non c’è più nulla da fare. Se cappio dev’essere che sia almeno d’oro.
Certo che, se una (o uno) smette di volersi bene e prendersi cura di sé, non è che può aspettarsi che altri lo facciano al posto suo.
Ovviamente decade e la sua vita diventa sempre più vuota e priva di senso. Facile poi cadere nel vittimismo e nel “Povera/o me!”.
Ma, alla fin fine, la vita che abbiamo è il prodotto delle scelte che abbiamo fatto (oppure no). Compreso il fatto che, se uno non sceglie, lascia che gli altri scelgano per lui.
Ogni scelta (o non-scelta) comporta conseguenze: e le conseguenze si pagano.
Incazzarsi è i primo passo verso il cambiamento. Ce la farai, si capisce che lo vuoi! In bocca al lupo.
è la storia della mia vita, e di anni ne ho 40…