Come la penso sulle donne e il femminismo? Senti – mi dice un trentenne che si prepara a migrare per lavoro – io ho seri problemi a pensarmi privilegiato, dati i problemi che ho attraversato per arrivare fin qui.
Sono cresciuto in una famiglia non numerosissima. Ho una sorella. I miei genitori hanno dedicato sacrifici a lei e a me in egual misura. Entrambi abbiamo dovuto mantenerci, lavorando, per fare l’università. Entrambi abbiamo faticato non poco per cercare di costruirci un futuro. Tanto ho studiato io e tanto ha fatto lei. Ora io sto decidendo di andare all’estero perché qui non trovo niente da fare e lei ha ancora un part time con un contratto che la lega fino all’anno prossimo. Non escludo che anche lei possa decidere di migrare. Anzi: potrebbe essere che io mi “insedio”, trovo un luogo in cui abitare e lavorare, e poi lei arriva poggiando su un terreno più sicuro.
In tema di rapporti tra i sessi non godo di alcun privilegio. Non sono uno di quelli che rompe le scatole alle donne. Ho avuto due relazioni lunghe con coetanee incasinate tanto quanto me. Non ho mai forzato per fare nulla. Il sesso non l’ho mai vissuto come momento di prevaricazione. Per me è un incontro a due voci tra persone consapevoli e consenzienti. Non me ne frega nulla di apostrofare in qualunque modo quella che passa per strada. Non ho mai molestato nessuna. Mi fanno schifo gli stupratori, ancora di più i pedofili, e ho un rapporto con le persone del mio stesso sesso non corporativo.
Non faccio branco, non faccio distinzioni di genere, non pretendo in quanto uomo e spero che tu non pretenda in quanto donna. Non sono disponibile per tutele e paternalismi di ogni tipo perché tu ti salvi da sola. Se hai bisogno di due braccia o due neuroni in più ti aiuto ma la lotta è e resta tua. Non sono io che so quel che è meglio per te. Sei tu che mi dici quello che vuoi. O qualche volta è possibile che ci troviamo a lottare insieme, non l’uno contro l’altra, ma per ottenere diritti, e qui mi pare che certe femministe borghesi, assai prossime alle posizioni neoliberiste, diano per scontato che gli uomini e le donne non debbano trovarsi fianco a fianco proprio mai, escludendo le lotte collettive per il diritto al reddito, alla casa, al lavoro. Ma cosa possono saperne queste sessantenni femministe delle persone che oggi hanno trent’anni e nessuna prospettiva? Cosa possono saperne quelle che non fanno altro che appoggiare, in nome della lotta contro la violenza sulle donne, leggi securitarie e giustizialiste che poi servono a reprimere i movimenti e le persone che scendono in piazza?
Qualcuno dice che quel tipo di femminista, colei che usa il tema della violenza sulle donne per separare i generi, le persone e indebolire la lotta di classe, sia un’ancella del neoliberismo. Io so solo che al momento, quando parlo con una mia coetanea, abbiamo spesso gli stessi, identici problemi, lei si chiede come mai le donne che votano riforme che precarizzano la vita delle persone poi si ergano a paladine di altre donne, precarie. E allora a che servo io come suo tutore? Se abbiamo governo e istituzioni che non sanno come garantire i diritti di base che dovrebbero essere riconosciuti per ogni persona, cosa potrebbe fare un uomo? A meno che, come sospetto, non si voglia ricucire il rapporto tra i generi assegnando loro un ruolo ben preciso e funzionale al welfare pensato a destra: l’uomo sarà tutore, mantenitore, lavoratore, come un tempo, e la donna sarà casalinga, senza lavoro, dipendente economicamente e premiata (con gli ottanta euri a nascita) in quanto moglie e madre da proteggere e rassicurare in questa sua specifica funzione..
Perciò, proseguendo il ragionamento, così come odio il ruolo ipocrita di salvatore, allo stesso modo odio quello altrettanto ipocrita di cavaliere, che concede porte aperte, primi posti nei ristoranti e presunte attenzioni che si rivelano solo un modo per restituire alle donne un’identità di genere stantia, che gode di premure in quanto donna a partire da uomini che si comportano come il mio bisnonno. Io e te abbiamo le stesse chance e ad eguali possibilità corrisponde eguale diritto. Non ti vedo in posizione subordinata perché per me sei eguale. Spero che tu non veda subordinato me.
Non cerco scorciatoie, non ammicco con gli altri uomini, non faccio a chi piscia più lontano e mi trovo bene con chiunque, uomo o donna che sia. Non credo di usare un comportamento machista ma, anzi, trovo che alcune volte siano le donne a esigerlo, perché qualcuna pretende un cavalierato travestito da femminismo. Un ruolo che riconosce nella donna una figura debole e bisognosa di protezione, e io che invece vedo una persona, per quel che è, qualche volta vengo quasi visto come un disertore, uno che non si assume una responsabilità di genere, come se quanto hanno fatto i miei antenati, nonni, forse padri, dipendesse da me.
Come se io dovessi espiare colpe secolari che in realtà sento rimarcare da donne che mi schiacciano ad un ruolo di genere che non mi riguarda nemmeno più. Come se dovessi pagare, giorno per giorno, il fatto di essere nato maschio, giusto io che non voglio neppure definire il mio genere perché non me ne frega niente di sentirmi definire in alcun modo.
Sono semplicemente io, trentenne, che qualche volta incontro quelle donne adulte, più grandi di me, che ancora immaginano il mondo degli uomini così come loro lo hanno conosciuto o come pensano sia, senza neppure avere interlocuzioni in corso, ma solo immaginando quel che è la realtà a partire da generalizzazioni e stereotipi sessisti.
Come se non bastasse, ultimamente, anche alcuni uomini hanno cominciato a comunicare a partire da un mea culpa collettivo, usando un plurale e immotivato “noi uomini siamo così e cosà” e invitandomi a recepire degli slogan che dovrei sentire miei e che mi deprimono moltissimo per il livello atroce di paternalismo che contengono. Uomini, intellettuali, blogger, giornalisti, che addestrano altri uomini ad essere più adeguati alle relazioni con le donne. Nulla di più imbecille e ipocrita, secondo il mio parere, perché in quel ruolo, ritagliato da alcuni compiacendo donne con idee un po’ datate, si realizza un patriarcato buono che non ha niente di diverso da quello che già conoscevamo.
Uomini che si ergono a tutela del corpo delle donne e che ne parlano come se mai avessero osato toccarlo, desiderarlo. Come se fosse in atto una santificazione che relega le donne tra le angeliche fanciulle dei secoli andati, e gli uomini, tra quelli che devono vergognarsi di desiderare una donna perché è peccato.
Quello che sento, vedo e leggo, assume sempre più un sapore mistico. Io uomo, dunque colpevole, dunque affranto, divento migliore, scusandomi per la mia stessa esistenza e entrando in relazione con le donne a partire da un ruolo di espiante subalternità. Nulla di più morboso.
Ricordo l’ultima relazione che ho avuto, finita per motivi non gravi. Lei ha trovato lavoro in un’altra nazione e non la vedo da due anni. Se io mi fossi comportato con lei da espiante, afflitto, soggiogato, subordinato, cavaliere, io temo che mi avrebbe sfanculato nel giro di due minuti.
Così io vorrei sapere: le donne, possibilmente benestanti, che pretendono di insegnare agli uomini a comportarsi bene, partendo dal presupposto che essi siano il male della terra, hanno una minima idea di quello che vogliono le altre precarissime donne? Hanno una vaga idea a proposito del percorso indipendente che fanno gli uomini? Chi rappresentano esattamente? Quante sono le donne che si riconoscono in quelle idee? Perché non c’è di peggio, alla mia età, che sentirmi dettare un copione relazionale, sessuale, personale, da una sessantenne che sicuramente non sarà la mia partner. Dunque potrei per lo meno dotarmi di tenacia e confrontarmi o intervistare le mie coetanee per sapere cosa loro vogliono da un uomo?
Ps: è una storia vera. Io ve l’ho restituita sintetizzando gli argomenti di chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.
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Eh beh, che dire… non posso che essere d’accordo col trentenne (anche se io ne ho 51).
Ho incontrato donne che hanno lottato con me verso la vita (che, ricordiamolo, non è equa per definizione, darwinianamente, perché non è fatta a ns misura), da pari, da alleate, da compagne.
E ne ho incontrate altre che criticavano gli uomini a prescindere, sparando luoghi comuni e pregiudizi, e pretendevano da me che mi assoggettassi alle loro esigenze – magari al contempo dichirandosi femministe (come dire, siamo uguali solo quando fa comodo).
A queste ultime, voglio solo dire: crescete.
Perfettamente concorde e mi rileggo anche io nel suo autoritratto. Purtroppo sono anche consapevole che tali modi di pensare SANI siano una rarità.