La violenza degli uomini sulle donne? Che ti devo dire – risponde Marilena – Io sono stata cresciuta da mia madre. Mio padre l’ho visto poco. Ho una sorella, una nonna e ho vissuto contesti pieni di donne. Tu puoi dirmi che già l’assenza di mio padre potrebbe essere giudicato un abbandono, come fosse una violenza, ma io non l’ho conosciuto. E’ sparito che io ero piccola e non credo di aver sentito la sua mancanza. Chi dice il contrario e non ascolta quello che dico sta semplicemente improvvisando, sulla mia pelle. In ogni caso, ecco, io non ho vissuto un contesto violento in cui c’erano uomini a fare violenza. Invece ho attraversato un terreno di competizione e soprusi in cui principalmente erano le donne a fare violenza. Mia madre in primo luogo e poi anche mia sorella, a volte. Compagne di scuola che si bullavano di me perché ero timida, un po’ complessata e quindi il soggetto perfetto da prendere in giro. Ho fatto psicoterapia per qualche anno, perché ho sofferto di anoressia. Non ho risolto del tutto ma ora sto sicuramente meglio. Quello che è venuto fuori è che erano soprattutto le donne ad avvelenarmi la vita.
Mia madre diceva di aver avuto un padre severo e che non avrebbe mai voluto lo stesso destino per me e mia sorella. Poi, però, io e lei dovevamo subire sfoghi, frustrazioni e legnate. Le botte di mia madre me le ricordo ancora. Ha smesso di mettermi le mani addosso quando io sono stata in grado di rispondere con la stessa moneta. Un giorno lei cominciò, come al solito, la sua tiritera aggressiva, trovò una scusa per malmenarmi, cominciò a colpirmi sulla schiena, le braccia, la testa, e io l’ho spinta e mi sono difesa. A quel punto mi ha detto che ero pazza, che non esiste figlia che può mettere le mani addosso alla madre e mi ha detto che se lo avessi fatto ancora mi avrebbe cacciata via di casa. Ho risposto che se lei l’avesse rifatto l’avrei denunciata per percosse e maltrattamenti.
Avreste dovuto vederla. Era come se io stessi pronunciando una bestemmia. Come se di colpo si fosse resa conto che anch’io avevo delle armi di difesa. L’ho vista vulnerabile, perplessa, perché lei stessa era troppo abituata a immaginare che violento era il nonno e lei giammai poteva essere vista allo stesso modo, ma, di fatto, lei ripeteva lo stesso schema ed era uguale a lui. Chi riceve violenza poi fa violenza. Questo vale per i figli maschi e vale per le figlie femmine. Maledetto obbligo di genere che impone di far figli prima di essere riusciti a crescere e a superare i propri problemi. Quanti sono i genitori che fanno figli e che gli fanno subire violenze indicibili? E poi neppure lo ammettono, non lo riconoscono, perché pensano che ai propri figli si possa fare qualunque cosa. E’ roba di famiglia. I genitori sembrano autorizzati a fare dei figli quello che vogliono.
Sono stata anoressica per un po’ di anni e ricordo che l’unico modo che avevo per reagire al clima aggressivo di casa mia e a quello della scuola è stato il non mangiare. Volevo sparire e allo stesso tempo essere molto più visibile. Quando la psicologa mi disse che se avessi messo lo stesso impegno che impiegavo a cercare di morire per ricominciare a vivere, a dispetto di tutto e tutti, mi sembrò una specie di illuminazione. Io non ero debole. Ero forte. Con forza e determinazione cercavo di mortificare il mio corpo, traendo sicurezza dalle rinunce e dal digiuno, per poter avere controllo dell’aggressività casalinga e di quella delle mie compagne di scuola.
La violenza degli uomini sulle donne? Ricordo che a scuola abbiamo fatto anche una specie di assemblea. Era dedicata a una studentessa che aveva denunciato uno stupro ed era giusto parlarne, ma quando dal fondo dell’aula una chiese se veniva osservata con la stessa attenzione la violenza delle donne la tizia dell’associazione che era intervenuta quasi si mise a ridere. Cominciò a dire che non era la stessa cosa, non era paragonabile, era “diverso”. E io ricordo di aver pensato che “diverso” o no quella tizia non era affatto giustificata per l’omissione di un problema, perché io sapevo che altre erano vittime di madri frustrate e problematiche e che quelle donne, così subalterne e vittime di uomini, giacché erano fisicamente “inferiori”, poi se la prendevano con altre persone più accessibili. Che cosa c’è di meglio dei figli per sfogare un po’ di violenza?
E che dire delle mie compagne di scuola, le bulle, che istigavano compagni che per lo più si facevano gli affari loro? Come scordare quella stronza che aizzò un ragazzo a trattarmi di merda per poi riderne con tutte le altre? Chi mette in conto che puoi essere vittima di uno schema del genere? Chi mette in conto che le donne praticano violenza psicologica o indiretta quando personalmente non sono in grado di provvedere alla propria vendetta? O lo fanno da sole, preferibilmente in gruppo, o chiedono a un ragazzo di difenderle, di assumere una posizione di tutela nei loro confronti, istigandolo ad aggredire la loro rivale, o quella che ritengono tale. Stronze e parenti strette di paternalisti e maschilisti della peggiore specie, ecco cosa sono, quelle che si comportano così.
Lo so che esiste la violenza sulle donne. So che ci sono uomini terribili, anche se per quel che mi riguarda io, almeno degli uomini che ho incontrato, posso dire solo bene. Ho un compagno prezioso, intelligente, sensibile, premuroso. Non ho nulla da dire contro di lui. So che ci sono altre più sfortunate di me, ma ciò non toglie che c’è un’altra faccia della medaglia che nessuno vuole vedere. E’ più comodo considerare vittime solo le donne maltrattate dagli uomini. E’ più comodo perché coincide meglio con la realizzazione di una società patriarcale in cui le donne chiedono tutela ad altri uomini, definiti buoni, contro quegli altri, definiti cattivi. E’ comodo perché le donne da tutelare sono un buon motivo per rinchiuderci dentro una gabbia sessista in cui le donne sono solo vittime e soggetti deboli e gli uomini sono solo carnefici o tutori.
So che esiste la violenza degli uomini sulle donne, ma io ho conosciuto un’altra faccia della violenza e di quelle come me nessun@ parla mai. Ecco tutto.
Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata e mi ha permesso di riferirvela.
Leggi anche:
Solo nell’ultimo periodo – una donna ha assoldato un killer per uccidere il marito – una colf ha ucciso una donna anziana – una donna è stata uccisa dalla nipote – un uomo è stato ucciso dalla moglie. Per leggere di tutti i delitti, commessi da uomini e da donne, vai su Bollettino di Guerra.
Mi sembra che qua ci sia un errore di impostazione a monte. La violenza che si racconta in questo caso non è la violenza delle donne, ma la violenza agita dalle donne, che è la stessa agita dagli uomini, perché ovviamente non c’è un essenza maschile o femminile della violenza. Ma raccontarla come l’altra faccia della medaglia è comunque un errore, perché un tipo di violenza standard che intercorre nelle relazioni della nostra società. Ma non è una violenza di tipo ideologico, come invece quella che storicamente (evolutivamente anche) ha preso la forma del patriarcato. Stanno su due piani diversi.
No, non si può parlare dell’altra faccia dello stesso problema. È vero che esistono famiglie in cui si pratica violenza psicologica e repressione fisica. È vero che sia gli uomini che le donne possono essere subdoli meschini aggressivi. Ma c’è un altro tipo di violenza. Lo stupro, lo saprò di gruppo, la riduzione on schiavitù, le percosse quotidiane, l’omicidio. Fenomeni dove il maschile prevale enormemente sul femminile. Negare il coinvolgimento delle donne nella perpetrazione di un mondo maschilista non sarebbe giusto. Ma attenzione a non sottovalutare gli effetti della violenza maschile.
Sì sta, giustamente, mettendo in luce un problema di cui poco si discute. Perché ridurne automaticamente la valenza con frasi del genere “la violenza maschile prevale su quella femminile”? È un problema al pari dell’altro. Sempre di violenza si tratta. Questo atteggiamento morboso e, a mio parere, anti-femminista, votato a difendere sempre e comunque la donna, nasconde problematiche reali e riduce la donna al ruolo della sola vittima. No, anche le donne perpetrano violenza. E nulla c’entra il fatto che la violenza maschile prevale su quella femminile.
Si sta giustamente , già mi sembra dato tutto troppo dato per scontato. Il “si” presuppone non sia solo tu l’autrice, il “giustamente” toglie spazio a qualsiasi discussione . L’errore è insito nell’articolo: mettere in contrapposizione li stupro o la violenza subita dalle donne con la questione femminile. Sono due argomenti diversi. Questo ho scritto. E lo ribadisco
Non è vero… credo che la violenza delle donne sulle donne esiste eccome! nella maggior parte delle ipotesi è una violenza psicologica, più che fisica e, in casi davvero eclatanti, la violenza sfocia in percosse e botte. E’ una violenza che credo si senta molto più delle altre tipologie. La madre è, che piaccia o meno, un punto di riferimento bello o brutto. Si vede come un modello, un qualcuno che, per il solo diritto di essere grande e genitrice, può permettersi di esercitare sui figli un potere acquisito perchè quel figlio è uscito dal suo grembo.
Non sarà la stessa cosa dello stupro, ma esiste. Mettiamocelo in testa
Tendenzialmente sono d’accordo, ma arrivo alla fine e leggo definire “sfortunate” le donne vittime di violenza da parte di uomini e brr, mi si accappona la pelle. Usare una parola così significare negare o cercare di ridurre ad una questione di poco conto il grande fenomeno della violenza di genere… Mi chiedo perché per mettere in luce un aspetto poco dibattuto come quello della violenza delle donne (e non sulle), si debba mettere in ombra l’altro, minimizzandolo.
a me non pare che si minimizzi alcunché. E’ la storia di una donna che ha vissuto un’esperienza diversa. Perché mettere in luce la violenza delle donne deve significare che quella degli uomini ne risulta sminuita? lei non la sminuisce, io neppure. dunque? 🙂
Per me chiamare “sfortunate” le donne vittime di violenza maschile è sminuire. Ma ripeto, il mio problema sta tutto in quella parola, magari sono io che ultimamente sono particolarmente sensibile all’uso del linguaggio…! Sul resto dell’articolo niente da dire, sono d’accordo. Non so, mi sembra una definizione che solo il patriarcato potrebbe tirare fuori di fronte ad una donna che è stata picchiata dal marito, per fare un esempio: “poverina, che sfortunata…!”, come se la violenza fosse un’accidente.
Rendo l’idea di perchè l’uso di quel termine mi ha toccata?
hai reso l’idea e fai bene a sottolineare il dubbio sul linguaggio. è quello di una donna che racconta se stessa a partire dal fatto che lei stessa si è sempre sentita sminuita, rimossa per le violenze che ha subito. probabilmente nell’uso di quel linguaggio non c’era alcuna intenzione in codice. voleva proprio dire che lei si ritiene fortunata ad aver incontrato uomini non violenti. ma ho capito il senso della tua critica. 🙂
Sì, penso che tu abbia ragione e anche io penso che non ci fosse nessuna “dietrologia maschilista” in quell’espressione, nelle intenzioni dell’autrice 😉 Però a volte usiamo il linguaggio in maniera incosciente (io per prima, che pure penso tantissimo a questo problema), per cui ritengo che sia sempre meglio esprimere i propri dubbi…
Ti capisco bene, Marilena. Anche mia madre non faceva che picchiarmi ed urlare come un’isterica, anche se non al livello di tua madre. Ora, se mi picchia, lo fa con un’asciugamano ma molto meno di prima. Piuttosto che avere il padre che ho, preferirei se ne fosse andato come il tuo: è molto cattivo e ignorante! Con mia sorella abbiamo un rapporto normale ma è sempre stata un po’ lecchina con i miei genitori, facendomi litigare con loro ancora di più. E’ molto nervosa.
Onore a questa donna che ha lottato per preservare la sua individualità e che ha perfettamente colto il senso di una questione di cui si preferisce non parlare