Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Storie, Violenza

La donna rotta

Donne che vomitano dopo aver mangiato e poi guardano riviste fatte di gambe lunghe e incredibili corpi. Donne che vivono pensandosi dentro la pelle altrui e che mal sopportano di vedere la propria immagine riflessa allo specchio. La pelle, nuda, abbandonata, soffre all’assenza di tatto. Lei rimangia, per non pensare, poi cammina svelta, per dimagrire, ingoia una pillola per controllare la depressione e quando incontra un’altra persona le dice che sta benone, è tutto perfetto. Perfetto.

Così il suo volto scivola via, e scivola la carne, scivolano le gocce di sangue. Lei rimane a guardare le dita ricoperte da qualche piega di assenza putrefatta e immagina un mondo in cui non ci si possa specchiare. Mai Più. Di mezzo c’è un compagno. Da quel che lui racconta starebbe provando a capire e la accompagnerebbe in questo percorso di recupero di un pezzo di normalità. Però lei non sa come dire che non vuole essere toccata, non da lui. Forse da nessun altro.

Succede che un giorno lei smette di essere una persona come le altre. Custode di segreti e normalmente segnata da qualche problema. Diventa una cosa. Occupa un letto con le sbarre perché potrebbe cadere giù. Viene a trovarla l’uomo dal quale voleva restare lontana. Approfitta del suo stato di assenza e la tocca. Poi la ritocca. Le sue mani su quel corpo inerme. Potrebbe sembrare una storia d’amore ma si tratta di mani consapevoli che toccano un corpo non consenziente.

Lui recupera un ruolo già perso, con lei, con i suoi parenti, diventa un riferimento autorevole anche per il personale sanitario ma nessuna di queste persone sa o immagina che quello che sta avvenendo è un abuso. Poi, un bel giorno, lei si risveglia. Cammina storta e non riesce ancora a parlare ma è cosciente e in questo stato di coscienza rifiuta di essere toccata da quell’uomo. Lui dice che deve essere per via della malattia. Dice che gliel’hanno aggiustata male. Che quella donna rotta ha qualche pezzo che non va. Dice che servono più farmaci per sedarla. Per fortuna i medici non l’ascoltano.

Ora c’è lei con quell’urlo lamentoso che esprime ogni volta che lui si avvicina e gli occhi che testimoniano la voglia di ribellarsi. Lei dice di no. Io la osservo, sorrido, mi arrabbio un po’ ammirando la sua resistenza e mi chiedo: quand’è che no vuol dire no?

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