Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze

Tutela del corpo delle donne? Roba da ventennio!

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[Berlino, la polizia che misurava la lunghezza delle gonne, nel ventennio fascista]

Ultimamente la mania di tutelare il corpo delle donne è arrivata al punto da immaginare che sia meglio, per le modelle, non prestarsi per foto e immagini in cui si mostra la loro pelle. Le femministe moraliste passano il tempo a indicare come scandalosa quella o la tal altra pubblicità, non perché sono ripetuti stereotipi o modelli estetici dominanti, ma semplicemente perché un bikini, udite udite, viene pubblicizzato attraverso la modella che lo indossa. Così l’intimo, e si parla di mutande e reggiseni, poi anche di abiti che putacaso vengono indossati nelle sfilate da sinuose signore e signorine che invece dovrebbero cedere il posto a robot quadrangolari con lievi sporgenze a simulare le tette.

D’altronde è l’era delle macchine, come osano le donne, ancora, fare da indossatrici negli atelier o farsi pagare per i cataloghi in stile postal market. Perchè mai, ad esempio, se si parla di seni, con cancro o meno, bisognerebbe mostrare quei seni o se si parla di tatuaggi sui glutei si dovrebbe mostrare un gluteo. Ci vuole più fantasia e creatività, soprattutto bisogna supportare l’idea sessista, oggigiorno ribattezzata come presunta antisessista, che quella donna che presta le natiche per uno spot televisivo non è una gran brava ragazza ed è sicuramente vittima o quanto meno collusa con il patriarcato.

Il corpo della donna è talmente sacro che chiunque lo mostri, in un modo o nell’altro, viene schedato dalle benpensanti che ti ricorderanno sempre, che tu lo voglia o no, che chiappa all’aria una volta e chiappa all’aria per sempre. Si intende che domani ti diranno che siedi nelle poltrone del talkshow o collaborerai ad un programma televisivo solo perché hai mostrato un po’ di carne nuda. Sono le stesse donne che te lo ricordano perché di fondo, il cruccio massimo, è sempre lo stesso. Prima di moralizzare alcune donne pensano sia bene convincerti a togliere di mezzo alcune caratteristiche che potrebbero avvantaggiarti. Ci sono quelle che d’altro canto addebitano i loro insuccessi alla tua avvenenza o al fatto che, semplicemente, bella o non bella, non ti comporti con il mondo intero come un’austera signora vittoriana. Ma è più che ovvio che se l’altra lavora, per esempio, è tu no è perché lei l’ha fatta vedere, e invece tu sei una gran brava ragazza “seria” e tutto per te sarebbe tanto più difficile.

Ed è così che il pregiudizio più sessista e maschilista che ci sia viene in realtà devoluto e diffuso a piene mani da altre donne che devono mettere fine alla concorrenza. Come se prima ancora di ogni “copriti, perché lui, l’uomo, ti sta sfruttando e tu sei vittima di sessismo” ci fosse un sottinteso che dice “copriti perché se tu ti copri ci saranno più possibilità anche per me che non ho un corpo come il tuo“. Così una giusta rivendicazione di uguaglianza, che dovrebbe ragionare di discriminazioni per ogni posto di lavoro, finisce per diventare la spinta colpevolizzante, risentita, rancorosa, misogina, moralista e censoria nei confronti di quante svolgono lavori in cui l’uso del corpo è preminente.

Dovete farci caso. Non sono le modelle o le lavoratrici di quei settori a sollevare obiezioni e a formulare proposte, a mostrarsi in quanto soggetti autodeterminati. La lotta antisessista in alcuni contesti non parte da loro ma dalle altre, quelle che con quelle professioni non hanno nulla a che fare, donne che finiscono per colpevolizzare e giudicare tutte quelle che mostrano due centimetri di pelle perché in quel modo favorirebbero il sessismo e sarebbero addirittura colpevoli di quel che succede alle altre.

L’ho letto su dei commenti, per esempio, a proposito di donne che fanno film porno. Ci sono le antiporno che da un lato vorrebbero salvare quelle che considerano solo vittime e dall’altro, se mai le attrici non si dichiarano vittime affatto, le giudicano colpevoli del fatto che ad altre, fuori da quei precisi contesti, succedono delle brutte cose. Tra un po’ diranno che queste attrici sono colpevoli degli stupri subiti da altre, giacché l’idea precisa che hanno è che un film in cui si racconta la consensualità possa insegnare, piuttosto, a prendere una donna con la forza. Che bizzarra idea è quella in cui tu dici di si e qualcuna stabilisce che hai sempre detto no.

Da qualche anno mi chiedo se quelle che continuano a fare ronde per raccontare al mondo che la pubblicità di un reggiseno dovrebbe essere fatta senza seno e che ottengono dalle amministrazioni comunali perfino la censura di tali manifesti, perché sarebbero indecenti e sessisti, hanno una vaga idea del fatto che stanno riportando indietro il femminismo all’epoca in cui bisognava difendere la Carrà redarguita per aver mostrato l’ombelico in Rai. Forse bisogna ricordare da dove veniamo per recuperare un po’ di buon senso. Vi suggerisco di ascoltare, perciò, il dibattito, al 79° minuto di una trasmissione Rai, tra Azzaro e Pivetti in cui si chiarisce dove si colloca, politicamente parlando, l’idea della tutela del corpo della donna.

Giusto un remember: nel ventennio c’era pure un abc che stabiliva per le donne come dovessero vestirsi e comportarsi. La lunghezza delle gonne e poi il fatto che le donne che si mostravano sui media avrebbero dovuto essere materne, piangenti, vittime salvate da uomini forti, dedite a ruoli di cura e tanto ma tanto devote alla famiglia (etero). Tolte le signore che pubblicizzano i reggiseni, infatti, indovinate un po’: che altri spot restano? E che tipo di modello di donna viene veicolato?

Ps: le stesse che protestano contro l’esposizione dei corpi di donne com’è che non hanno nulla da dire contro lo sfruttamento delle donne con lividi, le “vittime”, nei media e ovunque? 

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1 pensiero su “Tutela del corpo delle donne? Roba da ventennio!”

  1. Giusto una piccola riflessione, la “moralizzazione” dei costumi è sempre direttamente proporzionale alla morbosità della società! Quindi, dal mio punto di vista, se la società riuscisse a liberarsi dalla morbosità non ci sarebbe bisogno di “moralizzarla”. Lo scandalo, al solito, è negli occhi di chi guarda!

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