Antiautoritarismo, Antirazzismo, R-Esistenze

A scuola c’è chi vuole i bambini divisi per “razza” e per “classi sociali”

Ho letto di genitori che preferiscono che i propri figli vengano accolti in classi dedicate a bambini: “italiani”? Bianchi? Cattolici? Ariani? Benestanti? Non so. Credo di non aver capito. I figli degli stranieri invece vengono accolti in classi separate, per persone, così si dice, di minore preparazione linguistica e non ho ben capito che altro.

Tanto tempo fa avevo l’opportunità di iscrivere mia figlia in un paio di scuole. Una che corrispondeva a figli di buona famiglia, in una scuola che stava in un quartiere bene della città e con insegnanti che temo avessero tutti delle idee un po’ classiste in tema di educazione. L’altra era nel quartiere in cui in realtà avevo scelto di abitare, frequentata dai figli di chiunque, migranti inclusi. Essendo una scuola di un quartiere non centrale fruiva di supporti per progetti creativi e molto belli, per le classi medie inferiori c’erano corsi di giornalismo, di teatro, di informatica e approfondimenti di lingua straniera. Molti degli insegnanti erano giovani, alcuni precari, e comunque erano ben felici di dedicare tempo ad una scuola che viveva di contraddizioni e che li arricchiva moltissimo. La scuola era sempre aperta, un vero punto di riferimento del quartiere, i ragazzi potevano tornare lì nel pomeriggio per i corsi e per approfondire momenti di integrazione su altre culture, con racconti di persone che venivano da altri paesi, il coinvolgimento dei genitori, e no, non venivano esclusi neppure i figli di pregiudicati perché il primo obiettivo di una scuola pubblica è quello di tentare di offrire una prospettiva migliore a chiunque.

In quella scuola sarebbe andata la migliore amica di mia figlia, una bambina di origini nordafricane con la quale divideva la merenda condita in modo piccantissimo. Sarebbero andati i bimbi che nelle elementari avevano descritto la necessità di un’ora di storie delle religioni. Quelli che misero in scena la più straordinaria recita natalizia, con simboli e costumi di varie culture, grazie ad una insegnante, tra l’altro di matematica, che aveva un punto di vista realmente privo di pregiudizi.

Quello che so è che mia figlia è cresciuta con un’apertura mentale e una capacità di approccio alle altre culture che altrimenti non avrebbe avuto. Ha ottenuto in regalo una ricchezza culturale che in una classe monocultura e monorazza non avrebbe mai ricevuto. In quelle classi, per esempio, gli episodi di bullismo venivano scoraggiati e l’idea di base era la tolleranza e lo scambio reciproco, con coinvolgimento dei genitori che volevano partecipare a questo sforzo collettivo. L’unica cosa che mancava era l’educazione sessuale perché i genitori, di qualunque cultura, erano comunque piuttosto indisponibili in quel senso, ma quella era una cosa che io ho reso fruibile a mia figlia in altro modo, dandole tutte le informazioni che di volta in volta chiedeva.

Questo tanto per sfatare un po’ di stereotipi e luoghi comuni. Noi, al sud, un bel po’ di anni fa, in una scuola non centralissima, potevamo trovare proposte formative che paragonate a quelle attuali di alcune scuole del centro, nord, sembrano mille anni luce avanti. Vi lascio immaginare cosa sarebbe accaduto se lì davanti fosse arrivato un razzista a fare un comizio a tutela dei figli dall’invasione degli immigrati.

Com’è possibile che la gente di questi posti, quelle tante persone belle che sicuramente esistono e che odiano tutto ciò, non spiegano a questi “apprensivi” genitori che insegnare l’ignoranza e il pregiudizio ai figli non è una cosa buona? Com’è possibile che non gli dicano che la scuola pubblica è pubblica e risponde a chi paga le tasse, dunque chiunque, qualunque sia la religione, la provenienza e la cultura che ti caratterizzi. Se proprio vogliono classi condite di apartheid e con le croci tatuate sulla pelle dei loro figli, possono sempre pagare una scuola privata, e almeno quando si dirà che i loro figli sono un po’, come dire, impreparati a vivere in questo secolo non si assegnerà la responsabilità, ancora una volta, alla scuola pubblica. O no?

Ps: i poveri con i poveri, i bianchi con i bianchi, i neri con i neri… sarebbe questo il futuro?

8 pensieri su “A scuola c’è chi vuole i bambini divisi per “razza” e per “classi sociali””

  1. una sola obiezione: se vogliono educare i figli in certi modi, non facciano figli. I figli pagano già a casa l’ignoranza dei genitori. So che è difficile da accettare.

  2. d’accordo con te al 100%. ecco perchè voglio che i miei figli frequentino una scuola pubblica, anche se questo mi costa forse più di una scuola privata in termini di baby sitter per coprire i disservizi. quello che però voglio dire è che i genitori sono tutti diversi, ci sono quelli colti e quelli ignoranti, quelli intelligenti e quelli stupidi, quelli buoni e quelli stronzi. rispettano la statistica. i dirigenti scolastici, i professori, gli assessori però non sono semplici cittadini, sono dei professionisti e dovrebbero imporsi con onestà intellettuale e coraggio. così come non accetto che un medico prescriva una cura non scientificamente provata pur di accontentare il paziente, che un vigile faccia finta di non vedere i bambini trasportati in macchina senza cinture di sicurezza, non accetto che un professionista dell’educazione avalli queste richieste. la scuola è pubblica ed è di tutti. dovrebbe essere il posto in cui tutti siamo uguali ed abbiamo pari opportunità. se vuoi che tuo figlio stia solo fra bianchi cattolici, mandalo dalle suore. invece intorno a me vedo genitori costretti a scegliere scuole private perchè non possono permettersi di prendere ferie per l’ennesimo sciopero o assemblea sindacale, e insegnanti che ti dicono che le ore di inglese sono ridotte a una, mentre le ore di religione sono 2 e nessuno le tocca, anche se ormai i bambini che se ne avvalgono sono sempre meno. ci vorrebbe davvero una rivoluzione.

  3. ma quante brutte parole, brutti riferimenti, brutte situazioni. sei sicura che la scuola pubblica italiana sia in grado di accogliere tutti? e tutti insieme? e non è questione di religione, benessere economico o arianesimo… l’articolo citato non ne parla affatto. boh??
    mi spiace ma stavolta non centra molto quanto hai scritto con la reale situazione scolastica e ti spiego il mio punto di vista che è quello di genitore di due ragazzini delle medie.
    caso specifico: l’anno scorso in prima media: due classi da 25 alunni ciascuna, in ognuna 8 stranieri tra cui due ragazzi in ogni classe con difficoltà enormi a comprendere l’italiano (uno arabo e l’altro cinese). i professori che chiedevano aiuto ai ragazzi compagni di classe di aiutare i loro nuovi amici in difficoltà. roba da rimanere basiti! professoresse che affermavano di non saper come fare. alla fine dell’anno i due+due che non parlavano l’italiano ovviamente sono stati bocciati. giusto? no! cattivo! va da sè che i primi ad avere difficoltà sono proprio loro. Ovvio che ci sono ragazzi stranieri (per così dire) che si sono integrati benissimo e sono tranquillamente allo stesso livello dei ragazzi italiani ma non tutti sono così. alcuni avevano fatto tutte le elementari insieme ai miei e sono pure più bravi ma non sono loro il “problema” anzi. però è innegabile che un problema ci sia. ed è il garantire un equo apprendimento delle nozioni insegnate. che vanno studiate a casa, che devono poggiarsi su un fondamento di cultura di un certo tipo. non puoi prendere un cinese di 11 anni appena arrivato in italia e inserirlo in prima media facendogli studiare il medioevo e i servi della gleba, la geografia dell’abbruzzo ecc. ecc. fatta così non integri nessuno. crei solo disparità e pure bullismo perchè guarda che il bambino cinese pur non essendo handicappato veniva pure preso in giro.
    Ma sua onnipotenza il corpo insegnante deve far rispettare il programma, il ministero pretende che gli stranieri anche con difficoltà restino al passo con i ragazzi italiani. ma questi fanno davvero fatica. spesso non sono in grado di completare i compiti e studiare. a cosa serve bocciarli e fargli ripetere l’anno? non sarebbero meglio dei corsi dedicati.
    Inoltre non da sottovalutare che i genitori spesso di questi ragazzi parlano un’italiano alla buona ma non leggono e comprendono informazioni complesse. andrebbe fatta una selezione e preveder delle classi speciali di recupero. andrebbero formati i professori seriamente anzichè buttarli nella mischia con una mediocrità da spavento.
    Il perbenismo, il modernismo, il melting pot che si auspica è proprio sbagliato. Sarebbe più giusto! sempre secondo me. poi esagerando farei delle sacrosante classi per ragazzi più svegli della media che meritano una istruzione più complessa perchè sono in grado di comprenderla e invece siamo fermi alla mediocrità pure dell’insegnamento. se un bambino di 6 anni sa già leggere e scrivere prima di iniziare le elementari dovrebbe poter frequentare una classe più elevata al suo livello. ma questa è fantascienza…. non si può in questa era essere più intelligenti degli altri. scusa lo sfogo. per inciso alle medie non fanno religione come ve la ricordate ma storia delle religioni e l’anno scorso per metà anno hanno studiato l’islam e gli piaceva pure. non facciamo i soliti ragionamenti di bigottismo al contrario. poi se parliamo di abolire i festeggiamenti del natale, della pasqua, della festa della mamma o della festa del papà è tutta un’altra storia ma non centra niente coi discorsi delle classi separate.

    1. io ti posso dire che nelle classi trovi bambin* e ragazzin* “italiani” che non sanno parlare l’italiano e che di tutte le cose che gli insegnanti dovrebbero insegnare non ne sanno proprio niente. ci sono ragazzini che parlano solo dialetto e che in classe parlano o scrivono un dialetto italianizzato al contrario di migranti che parlano un italiano corretto. Perciò io penso che gli stereotipi non servano a nulla e di certo su un caso in particolare non si può assumere una decisione generale. In quanto alla separazione dei bambini più preparati da quelli meno preparati non sono assolutamente d’accordo. i bambini e i ragazzi non si possono isolare e ghettizzare sul livello del loro grado di apprendimento o quoziente intellettivo. Questa è una cosa che decide chi crede nelle società separate in cui alla preparazione scolastica non aggiunge nulla di umanamente plausibile. La vita comune tra compagni e compagne è fatta di relazioni umane, di socializzazione, in cui ciascun@ ha un estro diverso e mostra capacità in qualcosa in particolare. forse la scuola pensata con quei programmi monoblocco non è la migliore e andrebbe arricchita di risposte e stimoli diversi ma so per certo che la separazione, le classi separate per ceto, intelligenza, razze e culture impoverisce tutto, inclusi i nostri figli.

      1. il dialetto è un problema ulteriore… a milano non lo parla più nessuno ma certo che nelle province è molto sentito. da noi però si cerca di riscoprirlo portandolo nelle scuole. magari un giorno sentiremo cantare di nuovo o mia bela madunina. magari anche da Hu visto che è il cognome più numeroso della cittá.

        sulla qualificazione degli alunni migliori sarebbe un passo vero verso la ricerca delle eccellenze. non deve essere visto come razzismo ma come rispetto nei confronti di chi può di più a livello intellettivo.

        1. la questione del dialetto io la ragiono con rispetto. io amo il mio dialetto ma se non parlassi e non scrivessi in italiano io e te non ci capiremmo. parlare l’italiano, per quanto sia una lingua che io so che ci ha colonizzato, è comunque uno strumento per comunicare, tutti quanti, e per approcciare le materie di studio in modo adeguato. immagini un libro di storia scritto in palermitano stretto? la ricerca di eccellenze passa attraverso l’isolamento dei bambini. i geni marginalizzati sono tra l’altro quelli che risentono più di altri di questo isolamento. sovente trovi bambini timidissimi che sono bravissimi a scuola e che invidiano quelli che giocano per le strade perché difettano nella socializzazione o perché sono stanchi di frequentare gente che ha lo stesso livello di preparazione. e poi che cos’è l’intelligenza? sei sicuro che che la trovi solo in chi ottiene risultati nei programmi scolastici? sei sicuro che chi parte svantaggiato per questioni linguistiche non abbia nulla da dare? negli stati uniti classificarono gli immigrati italiani come idioti, troppo stupidi, buoni solo per fare i facchini, perché non parlavano l’inglese. la crescita di un figlio è fatta di tante cose e quell’eccellenza di cui parli non è tale se non si arricchisce di tolleranza, solidarietà e capacità di condividere il proprio sapere e di comunicare conoscenza con chiunque, qualunque sia il ceto, la razza, il livello di preparazione di cui parliamo. 🙂 E’ il mondo, che non è fatto di gente trincerata tra separatismi e zone di privilegio. tutti devono avere, a partire dallo stesso livello di partenza, azzerando le differenze economiche, linguistiche e le lacune, le stesse opportunità. questo è un principio che rende i figli, la società, i luoghi che attraversiamo, un po’ migliori.

    2. io credo che, in parte, Capitan Daddy centri un problema reale, per quanto non concordi quasi su nulla di quanto ha scritto. è vero infatti che oggi sempre meno la scuola riesce a supportare effettivamente chi ha delle difficoltà (che per inciso, possono essere linguistiche ma anche no) e di questo ne risente sia la singola persona sia il collettivo. ma il problema, per come la vedo io, è molto chiaro: 2 classi di 25 alunni ciascuna. 25? è ben difficile che una persona alle prese con 25 alunni (che per inciso sono anche 25 individui) possa effettivamente supportare alcunchì. ma la soluzione davvero non sono le classi-ghetto, ma, in primis, una riduzione del numero di alunni. io ho fatto metà elementari in una classe con due portatori di handicap grave e altri due meno grave, ma eravamo in 12 e davvero c’era spazio per tutti. e si, ci aiutavamo pure tra di noi e che male c’è? io me la sono sempre cavata meglio della media a scuola e mi hanno insegnato ad aspettare e magari aiutare chi aveva bisogno, invece dell’arroganza dell’essere superiore (a quella ci pensò parte della mia famiglia)
      vorrei aggiungere molte cose, ma non voglio abusare, per cui solo un ultima riflessione: è ovvio che non avere la cittadinanza italiana non significa automaticamente non conoscere, magari alla perfezione, la lingua italiana (come riconosce anche capitan daddy), però putacaso i tetti, almeno da noi, sono relativi agli “studenti stranieri”…cosicchè, per l’ennesima volta, lo straniero diventa “il problema”…

  4. Concordo in pieno! Quei genitori “razzisti” sono prima di tutti privi di qualunque realismo: dove l’hanno mai vista la loro società ideale, perfettamente perfetta, bianca e benestante? Bah.

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