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#NoStigmaDepressione: sono depresso e non ho mai ucciso nessuno!

Ciao,

ho letto questo e volevo raccontare la mia esperienza. Sono depresso da almeno cinque anni e non mi è mai venuto in mente di uccidere nessuno. Non credo di essere un uomo molesto. Non vado sui social network per sfogare la mia frustrazione e passo le mie giornate senza che abbiano un grande significato.

Cos’è essere depresso per me? E’ restare a macerarsi ossessivamente sull’idea di farla finita perché pensi che la tua morte potrebbe risolvere molte cose. Potresti smettere di preoccuparti, di dover aspettare da un momento all’altro qualcuno che esige il pagamento dei debiti e ti pignora tutto. Potresti smettere di sentirti di peso mentre vedi tua moglie e addirittura tua figlia farsi in quattro per tirare avanti. Potresti smettere di piangere e guardare un muro bianco mentre ti sfinisci di seghe. Potresti dormire, finalmente.

Ma un depresso non è una persona senza coscienza e non è nulla di meno di un soggetto pensante. Se ti viene in mente di uccidere qualcuno lo fai per altri motivi e non per via della depressione. Un depresso è una persona che non può essere rinchiusa o curata se non lo vuole. Ha il diritto di scegliere, come qualunque altra persona malata, ma se ti affidi a uno psichiatra e hai pensieri suicidi io spero che non ti lascino senza cure. Le cure dovrebbero arrivare se sei un pericolo per te stesso. Figuriamoci se lo sei per gli altri. Allora ci sarebbe da chiedersi come funziona il nostro sistema sanitario, perché io ricordo che la prima volta che mi rivolsi all’Asl trovai una gentile signora che mi disse che come me ce n’erano tanti, indebitati, senza lavoro, e che perciò gli ambulatori per la salute mentale stavano esplodendo per carenza di organico e perché non ce la facevano a fare da palliativo a una crisi che nasce da altre mancanze.

La mia depressione cominciò quando mi licenziarono. Mi assunsi tutte le colpe e ritenni di essere inutile. Cercai invano altri posti ma alla mia età non ti vogliono neppure per fare lo scaricatore ai mercati generali. Dopo un po’ smisi di cercare e cominciai a guardare la televisione. So che avrei potuto almeno aiutare mia moglie in casa ma giuro che non ero in grado. Davvero non ce la facevo. Era come se fossi totalmente rincoglionito, immobile, paralizzato, seduto tutto il giorno su una poltrona con reazioni minime indotte dai programmi della tv. Mangiavo male, non partecipavo alle faccende di casa, non dormivo e facevo impazzire mia moglie perché continuavo a girare canali e fare rumore anche di notte.

Io volevo solo smettere di sentire, soffrire, vedere e mi anestetizzavo come potevo. Prendere distanza dagli affetti, anche quello è un modo per proteggersi. Proteggersi da tutto perché ti ferisce enormemente. Perché i sensi di colpa ti uccidono e perché ti assumi la responsabilità anche di quello che subisci, le ingiustizie che il mondo ti impone, senza essere in grado di reagire. A me ferivano le fatiche di mia moglie e il fatto che mia figlia avesse dovuto rallentare il ritmo all’università per lavorare. La vedevo tornare stanca e dicevo che non era per ottenere questo risultato che avevo lavorato tanto. Non era giusto e mi sentivo impotente.

Vedi, gli uomini, almeno quelli della mia generazione, sono stati cresciuti con il culto del buon padre di famiglia, quello che a tutto provvede e che senza la capacità di mantenere la propria famiglia non gli rimane più niente. Non sono mai stato un buon casalingo e essere mantenuto per me era un’umiliazione. So che può esserlo anche per tante donne disoccupate e che quello di cui parlo non è una questione che riguarda solo gli uomini, ma io la sentivo e la vivevo così.

Un giorno decisi di farla finita e la mia depressione mi portò a immaginare che non avrei dato un dolore a mia moglie e a mia figlia. Che sarebbe stato meglio così. I debiti sarebbero morti con me e loro, da sole, avrebbero avuto più libertà per rifarsi una vita. Presi tutte le mie medicine e pensai fossero sufficienti. Invece imparai, sulla mia pelle, che di overdose di certi farmaci non si muore. Al massimo ti si frantuma lo stomaco, il fegato, ma dopo qualche giorno di sonno innaturale ti risvegli e guardi quanto è grande il danno che hai prodotto.

I sensi di colpa indotti a mia moglie e a mia figlia, io calato nel ruolo della vittima, i problemi che avrei dovuto risolvere sarebbero rimasti tutti sulle spalle della mia famiglia, perché non era vero che i debiti sarebbero morti con me. Perciò ci siamo guardati in faccia, tutti quanti, e ci siamo detti che se venivano a pignorare, pazienza, avremmo ricominciato da capo. Se per me non c’era lavoro, avrei dovuto imparare a dare una mano in casa, avrei potuto cucinare e alleggerire la vita di mia moglie e mia figlia. Avrei potuto vivere e resistere assieme a loro. Non per un senso di romanzata e ritrovata gioia familiare ma perché mi resi conto che comunque morire non era quello che volevo. Volevo vivere.

Ho ripreso a curarmi con la volontà di farlo. Mi sono dato dei ruoli e ora svolgo piccoli lavoretti qui e là che comunque mi tengono impegnato. Non mi sento benissimo e qualche volta mi sento socialmente sminuito nel mio ruolo ma sono grato alla mia famiglia di ogni risata, ogni discussione, perfino dei litigi. Perché la depressione è una cosa che riguarda me e riguarda anche le persone che mi circondano, ma dalla depressione, se si dà il giusto peso alle cose, forse si può anche guarire.

Ps: E’ una storia vera. Grazie alla persona che mi ha permesso di raccontarla.

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4 pensieri su “#NoStigmaDepressione: sono depresso e non ho mai ucciso nessuno!”

  1. Grazie per la testimonianza.
    Chi giustifica l’omicidio di una persona con la scusa della depressione, manca di rispetto prima di tutto a chi ne soffre, e poi al buon senso in generale.

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