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L’italianità del decapitatore romano

Per quanto sia attualmente impegnata a pensare alla mia salute ci sono delle notizie che mi raggiungono ovunque. Come quella sulla donna decapitata, per esempio, che dapprincipio, per la stampa, era la compagna del decapitatore, poi era solo una di “origini latinoamericane”, e mancava poco che le dessero della prostituta, poi diventò la colf, con probabile e torbida storia da ricercarsi nelle retrovie degli sgabuzzini, tra un passaggio di cera e una pulizia del cesso, e infine, ma solo infine, diventò la colf ucraina di nome Oksana Martseniuk che viene brutalmente assassinata da un bianco, italiano, benestante, trentacinquenne, malato, con manie di persecuzione, in grado di procurarsi farmaci attraverso internet e di immaginare una vita da mercenario in difesa dello Stato di Israele. Uno che aveva armi, una specie di fanatico che viene respinto perfino quando si offre volontario per guerreggiare in difesa di presunte guerre giuste e che massacra con 40 coltellate una donna che lavorava per mandare i soldi alla famiglia.

Quando sui media però nessuno ha potuto più raccontare una mezza verità sessista fatta di stereotipi e pregiudizi, per cui la donna straniera in Italia non può fare altro che la puttana o comunque la sfascia famiglie, quella che provoca l’indole pacifica dei “nostri” uomini, eccola lì la difesa d’ufficio di un uomo certamente malato, che, come dicono i suoi parenti, non è stato curato, o è stato curato male o comunque rappresenta una categoria di persone che difficilmente si possono definire come animate da sentimenti comprensibili.

Malato, incapace di intendere e volere, così come lo era Kabobo, il quale, però, essendo ghanese e non di buona famiglia, tra l’altro poverissimo, socialmente isolato ed emarginato, difficilmente ha trovato tanta comprensione nella stampa e tanta deresponsabilizzazione da parte di chi, anzi, attraverso quel fatto ha ridato fiato a umori razzisti e fascistoidi. Invece in questo caso la malattia viene riconosciuta e descritta e la responsabilità, secondo il tg di Italia 1, il quale è solito fare del sensazionalismo un mestiere, va tutta a questo farmaco antidepressivo che produrrebbe allucinazioni. Le droghe, i farmaci, è sempre responsabilità di qualcos’altro. Ed ecco che l’umanità appare divisa per stigmi, categorie che schematizzano e semplificano e cavie di queste semplificazioni che si ritrovano morte senza che per davvero si trovi una maniera per prevenire.

Che si tratti di un mondo di gente “innocente”, desiderosa di individuare un mostro, un oggetto d’odio da linciare, e trovare spiegazioni rassicuranti, gente che, senza dimenticare Foucault, socialmente non sta bene e che sul non star bene realizza precise identità individuali e sociali, in effetti, nessuno ci pensa. Per esempio: che ne pensate della bambina addestrata dai genitori a usare una mitraglietta e che “per errore” uccide il suo istruttore?

Tanta solidarietà nei confronti della famiglia di Oksana.

1 pensiero su “L’italianità del decapitatore romano”

  1. Bentornata!
    Non sono bravo a fare commenti intelligenti, poi a me mi fanno pena tutti i carnefici, da Kabobo a Raskolnikov, son dei poveracci che non accettano che la vita sia noiosa e che non possiamo essere tutti padreterni come ci piace pensare che ci abbiano promesso. Io quando sento un femminicidio (ma un po’ quasi tutti i crimini) purtroppo compatisco il colpevole, che deve essere veramente un coglione impoverito. Per fortuna quello è morto e si è risparmiato la tortura di una galera incattivente. Kabobo invece, a leggere le scritte su facebook, ora vive in una villa con piscina pagata dalla ggente. Chissà. Però rifuggo un po’ questo dualismo di “Hai visto, era italiano, e ora che dici, oh razzista dei miei stivali?”, perchè è la faccia contraria e uguale ai razzismi idioti, di quelli che sembrano rimpiangere i bei tempi di quando la gente veniva ammazzata o derubata dagli ariani. Non so. Non ho visto tutta sta solidarietà all’ammazzatore (ammetto di non leggere Libero o il Giornale, però) e anzi, ho invece letto parole di fuoco per la sorella che si chiedeva perchè la polizia gli avesse sparato, senza minimamente interrogarsi da chi venisse quella domanda, e cioè dalla sorella (mi chiedo pure perchè i giornalisti calchino la mano sulle parole di una povera donna straziata da un doloraccio). Vabbè, io forse non colgo tante cose, mi soffermo troppo sul disprezzo misto a compassione che nutro per tutti i matti.
    Che poi i matti sono diversi, a leggere i giornali. L’ammazza colf ha una patologia assai approfondita, spiegata nei particolari deliri di onnipotenza, frustrazione, mal curato, ecc, Kabobo invece non ha un carattere, non ha una psicologia da indagare, è descritto solo come un folle assetato di sangue, una specie di scimmia scappata dal laboratorio.
    Vabbè, tu guarisci, così posso continuare a dissentire con quello che scrivi.
    Ciao

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