Tra tante persone incontrate non ce n’è una (o quasi) che mi abbia detto “io no, non sono innocente“. Ho un difetto, una contraddizione, ho fatto una cattiva scelta. Il mondo scorre alla ricerca di questa purezza d’animo, la verginità morale, la mente candida, il cuore nobile, e non c’è un uomo o una donna che riveli un pezzo d’egoismo, un meccanismo perfido, un’intenzione distruttiva. Non c’è uomo o donna che dichiarino di essere semplicemente imperfetti e umani.
La corsa va nella direzione opposta, in Via del Sacro Intento, dove nulla è contestabile e semmai rintracci con chiarezza branchi di persone che accostandosi al martirio di una presunta, sedicente o reale vittima intende così guadagnarsi l’assoluzione da tutti i peccati. Tanti anni sono trascorsi e per quanto intorno a me scorga molte persone che si dicono laiche in realtà il loro modo di agire è quello che porta alla società che sorveglia e punisce, giudica e separa i buoni dai cattivi.
La società innocente vive in bianco e nero, è quella di chi dichiara che è necessario un colpevole per assolvere il resto della società. E’ la società in cui l’amore per la complessità viene spacciata per complicità, collusione, perché tanto forte è l’esigenza di cacciare via, fuori da se’, ogni parte umana che ci definisce per quello che siamo, né vittime né colpevoli.
E’ questa epoca contrassegnata dalla ricerca di dettagli che possano sostanziare un’accusa, ben inquadrare una vittima, per ritagliare spazi di privilegio, di attenzione, cura, per quelli che vorremmo definire meritevoli, onorati e onorabili, innocenti. Nella retorica comune c’è un minimo spazio per il pentimento, l’espiazione e la redenzione. Puoi guadagnarti l’indulgenza e provare a risalire in cima se ti penti e ti purifichi dai peccati.
La società innocente però tiene all’igiene e per togliersi di torno le macchie nere decide che bisogna lavare e lavare molto bene, togliere via lo sporco, rinchiudere gli umani sporchi in quegli immondezzai che sono le galere, i Cie, i ghetti e i lager di ogni tipo, perché ciascuno assegna l’innocenza sulla base delle proprie convinzioni.
Puoi essere donna, uomo, gay, lesbica, trans, sex worker, nero, bianco, giallo, cattolico, ebreo, musulmano, ateo, laico, povero, ricco, giovane, vecchio, bello o brutto, malato o sano, e qualunque cosa tu sia ci sarà sempre qualcuno che si dichiarerà più innocente di quanto non sia tu. Le colpe del mondo sono tante e la perenne corsa è quella di assegnarle a chi le colpe le ha stampate in faccia, le ha scritte nel curriculum, per mano tua o perché quel curriculum, in realtà, lo stanno scrivendo proprio le persone che vogliono castigarti.
C’è sempre un paradiso e un inferno, tra gli umani, eternamente in lotta alla sconfitta del male e alla ricerca del bene. Il male tocca per intero a chi è colpevole e l’innocente invece detiene la grazia che deriva dall’essersi accostato al bene.
Nei dibattiti che ascolto e leggo è frequente questo rimarcare le differenze, per branchi ben distinti, gli uomini e le donne, i bianchi dai neri, i cattolici dai musulmani, gli etero dai gay, i belli e i brutti, eccetera eccetera. C’è chi ha perfino prodotto teorie per ribadire quelle differenze e rimarcarle per raccontare la propria superiorità morale rispetto ad altri.
La società innocente secondo i canoni di chi, per esempio, possiamo definire nazista, è quella che allontana gli stranieri, i musulmani, i rom, i gay, le trans, le donne che non si lascino addomesticare ai ruoli di cura, gli uomini che dissentono, e altre persone ancora.
La società innocente secondo chi sta dall’altra parte è fatta di donne, possibilmente femministe, gay, lesbiche, trans, forse laici, includendo stranieri con le rispettive culture e religioni di cui si fanno portatori, uomini che dicono di conoscere l’abc femminista, dissenzienti in quantità.
Io sono tra le persone che rifuggendo totalmente, e lo confermo, un’idea totalitaria e nazista di società che esclude gli esseri umani attribuendo loro colpe sulla base del loro genere, etnia, cultura, e qualunque altra caratteristica possa essere definibile in uno stereotipo razzista, mi sono rifugiata nell’idea di una società innocente connotata dall’apertura nei confronti della diversità, la tolleranza, il femminismo, il rispetto per la libertà di scelta e per le persone in generale, in senso antirazzista, antifascista e antisessista.
Dopo anni e anni a sentirmi dalla parte dei giusti e delle giuste però arriva forte l’esigenza di raccontare la complessità e di come ogni gruppo, a prescindere dalle migliori intenzioni, ha in se’ una componente autoritaria che non tollera il dissenso e finisce per voler imporre la propria idea di giustezza a tutto il mondo. Anzi: più ci si sente innocenti e più si immagina che il mondo debba seguire le nostre idee. Perciò, qualunque sia l’idea di partenza che noi coltiviamo, se vogliamo evitare che le nostre convinzioni diventino, talvolta, strumento di oppressione e giustificazione di fanatismi di ogni tipo, per quanto la storia ci abbia fatto male, per quanto la divisione tra oppressori e oppressi ci vede inseriti nella lista di questi ultimi, per quanto le responsabilità storiche, senza dubbio, vadano assegnate a chi le ha, secondo me non bisogna perdere di vista un fatto: non esiste un essere umano che non sia allo stesso tempo buono o cattivo, stronzo e anti/stronzo, egoista e altruista e via di questo passo. Non esiste un essere umano che in determinate condizioni non riveli qualche forma di meschinità.
Allora mi sono messa in testa un’idea che forse vi sembrerà sciocca e forse lo è davvero ma voglio dirvela lo stesso: la prima cosa da fare quando ci si parla, l’un l’altro, smettendo il piglio giudicante e moralista che investe l’altro da se’, il mostro che vogliamo cacciare via per sentirci migliori, escludendo a priori che qualcosa di fragile sia presente in noi, è dichiararsi imperfetti. Perché una società che ha così tanta voglia di reprimere e giudicare l’imperfezione degli umani è quella che realizza graduatorie e che si basa su un assetto verticale dove chi si dichiara o riesce ad apparire innocente detiene anche il diritto di dominare le vite degli altri e delle altre. Io ordino e comando perché sono innocente. Io decido perché sto tra gli eletti. Io giudico perché sono Dio.
Una società che intende solo espellere le deformità morali non so quanto sia diversa da quella che espelle le deformità fisiche o altre deformità attribuite sulla base di altre “colpe”. Non è diversa perché quello che cacci fuori da te non lo affronterai mai e perciò su questi presupposti non costruirai mai una società migliorata, più consapevole, cresciuta, in grado di prevenire comportamenti che, per esempio, fungono da impedimento ad una convivenza civile tra persone di idee, corpi, identità, lingue, culture, religioni diverse.
Una società che continua a fingersi buona rispetto agli espulsi è quella che ripeterà all’infinito il meccanismo che porta ad altri conflitti, altre guerre, altre intolleranze. Perché con i tempi cambia anche la visione dell’innocenza e ci sarà sempre qualcuno armato di media e soldi e tempo che investirà le proprie risorse per fare propaganda indicando quello o il tal altro colpevole dal quale prendere le distanze. E’ già successo. Succederà ancora.
Allora smetto la mia superiorità morale, la mia supponenza e dico che io non perseguo la vicinanza all’innocenza. Io voglio la verità. Anche se fa male e non rasserena. Voglio la complessità. Voglio l’umano. Voglio toccare cose tangibili ed essere sicura, mentre parlo con un’altra persona, che non mi racconterà una balla per sembrare più “innocente”, perché non me ne frega nulla di dividere il mondo in colpevoli e innocenti. Perché ho visto innocenti che dietro l’innocenza nascondono gravi forme di intolleranza e gravi responsabilità e ho visto colpevoli che avevano l’unico difetto di raccontare e vivere la complessità.
Non sono un giudice. La cultura non dovrebbe muoversi al ritmo di un tribunale. Chi legge, scrive, racconta quel che vive e vede dovrebbe farlo senza temere di guardare luce, buio, ombre e colori. Senza quest’ansia di espellere quello che non ci somiglia, riservandosi il diritto di non perdere tempo con chi è intollerante. Perché il mondo è fatto da tutte queste cose e io non ne prendo le distanze per recuperare verginità e sembrare più innocente. Io sono umana. E questo è.
Ps: pensato, appuntato e scritto tra un day hospital e l’altro. Così torno in pausa per “motivi” di salute. Un abbraccio a tutt*.
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L’ha ribloggato su Epenthesise ha commentato:
Mi sembra evidente con questo articolo ciò che diceva l’amato Borges: tutto ciò che esiste in questo cosmo è già stato detto e scritto in qualche biblioteca cosmica.
L’ha ribloggato su Aliundee ha commentato:
“Dopo anni e anni a sentirmi dalla parte dei giusti e delle giuste però arriva forte l’esigenza di raccontare la complessità e di come ogni gruppo, a prescindere dalle migliori intenzioni, ha in se’ una componente autoritaria che non tollera il dissenso e finisce per voler imporre la propria idea di giustezza a tutto il mondo. Anzi: più ci si sente innocenti e più si immagina che il mondo debba seguire le nostre idee.”
“Il detto neotestamentario: “Chi non è con me è contro di me”, è sempre stato caro agli antisemiti. È un tratto essenziale del dominio, respingere nel campo avversario, in nome della semplice differenza, chiunque non si identifica con esso: non per niente cattolicesimo è il termine greco per il latino totalità, realizzato dai nazisti. Essa significa l’equiparazione del diverso (che si tratti della “deviazione” o dell’”altra razza”) con l’avversario. Anche qui il nazismo ha raggiunto la coscienza storica di sé: Carl Schmitt definì l’essenza politica con le categorie amico e nemico. Il progresso che conduce a questa coscienza fa propria la regressione alla condotta del bambino, che vuol bene o ha paura. La riduzione a priori al rapporto amico-nemico è uno degli aspetti fondamentali della nuova antropologia. La libertà non sta nello scegliere fra nero e bianco, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.”
Theodor W. Adorno, Minima moralia
L’articolo è molto profondo e …poetico.
Credo però che già dal primo periodo si possa non condividere appieno quel concetto che vede la società come un insieme di persone che non vogliono ammettere i loro errori!
Io, che sono veramente nessuno, non avrei alcuna remora nell’ammettere un’infinità di errori.
Scelte personali, relazionali, etiche, politiche, errate.
Ma forse lo scrittore/scrittrice ha voluto, in qualche modo, idealizzare una realtà fatta di troppe miserie per potervisi riconoscere in esse.
Se la società pare bloccata in una specie di limbo, la colpa è dovuta ad una continua regressione, ad una continua oppressione “multilivello” perpetrata dai potici, dai potenti che altro non fanno che disarmare ogni iniziativa che tenda ad una giusta soluzione degli infiniti problemi che ci affliggono.
Non ho suggerimenti, purtroppo!
Un augurio sincero allo scrittore/scrittrice!