Stasera Loredana Lipperini ha postato sulla sua bacheca facebook una poesia di Diane Lockward. Parla di un marito che non leggeva le sue poesie e giusto quella volta che l’ha letta successe il finimondo.
Mi ha ricordato un episodio, ormai passato, elaborato e capito, a proposito di un mio ex che ad un certo punto, giacché pensava che io parlassi più con il mio quaderno che con lui, allora un giorno prese, lo strappò e gli diede fuoco. C’erano racconti scritti fin dalla prima adolescenza. Tante parole che mi ricordavano chi ero. Ritratti che invece dei pixel usavano le lettere dell’alfabeto.
Mi chiesi fin da subito com’era possibile avere così paura delle parole. Perché sentire l’esigenza di cancellarle. Perché farmi questo. Era il timore, in quel caso, di perdermi, di non riuscire mai a raggiungermi, di non riuscire mai a restare sulla mia stessa lunghezza d’onda, così come capita per chi intende isolarti e toglierti gli amici e le amiche per farti stare male, perché cancellarti, per il gusto di farlo o perché di te si ha paura, non è mica una prova di coraggio. Sentire l’esigenza di eliminare tracce di quel che sei stata o sei, per riscriverti, reinterpretarti, in qualche modo sovradeterminarti, è segno di grande insicurezza e di paura.
Capita quando qualcun@ fa di tutto per far censurare un libro, un sito, un film, perché si sente debole, forse, e immagina che l’altr@ sia più forte anche se si tiene in vita grazie alle parole. Allora uccidere quelle parole diventa un po’ come cancellare una vita, e so che potrebbe sembrare esagerato dirlo, ma se io dovessi raccontare di una violenza grave che ho subito, ecco, questa è quella che ricorderei di più. Più dei lividi e più della carne consumata, più degli urli e più delle persecuzioni, perché si fa così fatica a pronunciarsi, a raccontare metro dopo metro le consapevolezze acquisite, ogni parola rappresenta una conquista, ogni parola è un passo oltre il passato, si fa così tanta fatica a dirsi e narrare quel che si vive, a volte anche facendosi molto male, che una censura diventa uno strappo alla carne.
Per ogni pagina strappata e bruciata la mia pelle soffriva. Qualcuno era lì a dirmi “sono io che dico cosa devi scrivere” e non avrei mai potuto accettarlo, io, cresciuta con un padre che ammirava il mio estro creativo e che mi lasciava dire e pensare anche quando dicevo e pensavo fantasticando cose vaghe su di lui. La libertà di dire, elaborare, empatizzare con se stesse e il mondo. La libertà di custodire una memoria scritta, forse per farla leggere a mia figlia o per guardarla in vecchiaia. E invece ci sono quei ricordi che si sono sovrapposti al resto e una domanda che continuava a restarmi in testa: “perché”?
Perché ti sei sentito leso da un diario, tra l’altro privato, una cosa mia. Perché ti hanno turbato i miei racconti. Perché non mi parli e non chiedi e non mi lasci attraversare quel territorio fatto di memorie volgendo verso espressioni, forse, un giorno più chiare, senza balbettii, senza tanti giri di parole per dire cose semplici. Perché non mi hai lasciato intatto il ritratto di una crescita interiore? Perché quel furto? Perché questo timore?
Così, io che amo custodire il mio passato, così come per studiare mi serve ripercorrere le pagine già lette per capire quelle nuove, quando ho ricominciato a scrivere ero un po’ monca. Sentivo una mutilazione che ho colmato, forse, con il tempo, ma pur essendo una storia molto antica, che poi riguarda persone piccole, d’età e anche di testa, non posso non ricordare quell’esperienza che mi ha acceso un radar. Quando qualcun@, oggi, tenta di far smettere le mie parole, in un modo o nell’altro, per me sta facendo esattamente la stessa cosa. La stessa cosa. Senza dubbio.
Una volta credevo che la bozza di un mio racconto – unica copia – fosse scomparsa per sempre dal disco fisso del mio computer, perché distrattamente l’avevo cancellata. Ebbene, ho provato una sensazione orribile, ma era stato un incidente e amen (fortuna che, scartabellando, recuperai un backup!). Non oso immaginare, invece, cosa avrei provato se a cancellarla fosse stata un’altra persona, sentitasi lesa da chissà cosa, come è successo a te con il tuo quaderno. Fai bene a ritenerla una violenza, perché lo è stata!