Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Sul controllo sociale esercitato sulle scelte alimentari delle donne

sessismo

Valeria traduce, sintetizza e commenta un pezzo pubblicato su The Guardian. dal titolo: “Non starai pensando di mangiarlo, vero?” Si e sono fatti miei“. Buona lettura!

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Un ennesimo e sinistro modo per esercitare il controllo sul corpo delle donne: i commenti sulle scelte alimentari. Riassumendo brevemente l’articolo, esiste una hashtag su Twitter – @EverydaySexism – presa a presa a pretesto per postare esempi di sessismo quotidiano.

Tutto comincia con un post in cui una certa Emma Maier racconta che, mentre stava comprando delle patatine fritte in un negozio, è stata apostrofata da uno sconosciuto che le ha detto “Non farlo! Sei così bella!”. La giornalista del Guardian Laura Bates che ha scritto l’articolo ha ritwittato il post e, fin da subito, si è trovata invasa di messaggi contenenti tantissimi altri esempi di donne che, nella vita di tutti i giorni, si trovano costrette a subire dei commenti non richiesti da parte di sconosciuti.

Potete vedere i post nell’articolo originale, si va dall’avventore del ristorante dell’hotel che ti dice di non mangiare il bacon, alla donna seduta in un ristorante in Francia che sente che i vicini commentano “guarda come si abbuffa di pane!”, al venditore della stazione di servizio che, durante il pagamento di una barretta di cioccolata commenta “un momento sulle labbra, una vita sui fianchi”.

Indipendentemente dal fatto che il commento sia fatto con più o meno simpatia, arguzia e stile, il messaggio rimane sconsolantemente uniforme: come donna il tuo corpo non solo è di proprietà pubblica ma si presta ad essere liberamente istruito, commentato e sanzionato. Ce n’è per tutte, a quelle molto magre viene detto di mangiare di più “perché agli uomini piace avere qualcosa da toccare” (nauseante), ad un’altra viene detto di non fare dei piattoni pieni al buffet perché poi “agli uomini non piacciono le donne grasse”.

Se osserviamo bene questo fenomeno che potrebbe apparire innocuo e anche facilmente giustificabile (te lo dico per il tuo BENE) non è per niente diverso dal meccanismo che ritiene le donne responsabili degli stupri perché si vestono da zoccole. Le donne non possono semplicemente mettere una gonna corta o un top perché fa caldo, dev’essere per forza una provocazione sessuale rivolta agli uomini. Quindi gli uomini, allo stesso modo in cui si sentono autorizzati a commentare le donne vestite nel modo che ritengono diretto al loro godimento, commentano anche su quello che le donne mangiano perché si corre il rischio che se mangiano troppo o troppo poco si allontanino poi dallo stereotipo a loro gradito.

In una società che produce immagini totalmente irrealistiche di corpi femminili come oggetti e che crea in questo modo uno stato continuo di ansietà nel genere femminile per cercare di seguire questi modelli (totalmente impossibile) questo genere di comportamenti non è che la più ovvia conseguenza. In un circuito vizioso che si autoalimenta questo giudizio sprezzante non si ferma nemmeno davanti alle belle e famose, che vengono fotografate con particolare voyeurismo quando sorprese a mangiare cibi ritenuti inadatti, come patatine o fast food in generale.

Le foto sono in genere accompagnate da didascalie in cui la modella o attrice in questione viene descritta mentre “soccombe al desiderio sfrenato di un sandwich durante la gravidanza” e con l’avvertimento finale “Potrebbe rischiare di perdere quelle famose misure 90-60-90 che ne hanno fatto l’oggetto dei desiderio degli uomini, incluso il suo attuale compagno”. Riassunto: donna che mangia un sandwich potrebbe essere lasciata dal marito perché grassa. 

Ps: se vuoi esprimere la tua opinione sulle pressioni che tu ricevi in relazione al cibo scrivi pure un commento o partecipa alla discussione nella pagina facebook di Abbatto i Muri.

2 pensieri su “Sul controllo sociale esercitato sulle scelte alimentari delle donne”

  1. A questo proposito…C’è un libro di Sylvia Blood, sulla costruzione sociale dell’immagine -e del disturbo dell’immagine- corporea femminile come dispositivo foucaultianamente inteso, che titola “body work”… non particolarmente up to date dal punto di vista scientifico (unico vero punto debole argomentativo, dal momento che l’autrice vi dedica più di un capitolo e che il libro è del 2005 e non dei gloriosi sixties, ma con un po’ di buona volontà si possono colmare le poche falle metodologiche)…date però le forti assonanze con quanto riportato credo che una lettura valga la pena… mi pare sia editoria Routledge…

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