Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista

Sentenza #Ruby, è anche la sconfitta di Se non ora quando

di Angela Azzaro (da Il Garantista)

Il caso Ruby, con tutti i cascami politici e giudiziari, coincide con il movimento di “Se non ora quando?” che il 13 febbraio 2011 porta in piazza quasi un milione di donne in tutta Italia al grido di “giù le mani dalla nostra dignità”. La ragazza marocchina (non levantina come nella sua, ormai celebre, requisitoria disse Boccassini beccandosi da più parti della razzista) diventa il simbolo del male, colei che viene usata e si fa maldestramente usare dal potere maschile. «Tu Ruby, io lavoro», era una delle tante scritte che si potevano leggere nei cartelli esibiti da giovani e meno giovani, convinte che il vero degrado dei nostri tempi fosse l’accusa rivolta qualche giorno dopo dai giudici di Milano nei confronti dell’allora presidente del Consiglio.

Ruby non era sola. Insieme a lei, nella lista nera, c’erano Noemi Letizia, la giovane campana che per prima fu usata contro il premier, poi tutta la serie di ragazze che la stampa nemica ma anche amica non tardò a definire in maniera dispregiativa “le olgettine”. Davanti all’ennesima divisione tra donne perbene e donne per male, qualche voce si levò anche da sinistra per protestare, per avvertire del pericolo. In nome della dignità, e non più della libertà, si stava producendo la trita e ritrita contrapposizione tra donne. Le leonesse di Snoq cercarono di rilanciare dicendo che loro non ce l’avevano con le altre donne, che il problema era il degrado dell’immagine femminile che “olgettine” e “rubettine” diffondevano in mondo visione. Ma lo dicevano senza convinzione. Anche perché l’operazione, con il senno di poi, e con una sentenza come quella di ieri, appare finalmente molto chiara. Ruby è stata usata, sì usata ma da una parte del movimento delle donne, per portare avanti una controffensiva di carattere culturale. Negli anni Settanta ci si batteva per la libertà sessuale, per liberare il corpo dai pregiudizi? Negli Ottanta si manifestava con il movimento delle prostitute? Beh, per Snoq era arrivato il momento di voltare pagina, di tornare a essere, come scrisse Concita De Gregorio (in questo insuperabile) mamme, zie, sorelle, compagne. Tutto fuorché donne libere.

Qualche sofisticata analista ha tentato in questi anni di ragionare sul rapporto tra sesso e potere, tra pubblico e privato, tra politica e relazioni sessuali o sentimentali, spostando l’asse della riflessione. Ma sono rimaste analisi perlopiù isolate. Ha invece vinto la controffensiva, il ritorno indietro: il corpo come peccato, la sessualità come colpa. L’immagine di Ruby, così come prima quella di Patrizia D’Addario, ha oscillato tra peccatrice e vittima. A seconda delle necessità ha servito scopi opposti. Un giorno sedeva sul banco degli imputati, «la furbizia levantina», l’altro ancora serviva per accreditare l’immagine di persone in balia del volere altrui, di donne oggetto incapaci di intendere e di volere.

Così, tra una Ruby e l’altra, si è dato vita a una nuova cultura, oggi purtroppo maggioritaria. Soprattutto a sinistra. La abbiamo vista esprimersi nel suo massimo fulgore nel caso di Paola Bacchiddu, la responsabile comunicazione di Tsipras processata in pubblica piazza per aver osato chiedere, nella sua pagina facebook, di votare la lista ma con un bel bikini. Apriti cielo. Le donne, soprattutto le femministe, le sono andate contro in difesa del corpo delle donne che Bacchiddu avrebbe offeso.

Dopo l’assoluzione di Berlusconi, vengono meno alcuni appigli di “verità” che sostenevano i ragionamenti delle più infervorate e dei più convinti. Sarebbe bello pensare che anche dal punto di vista culturale e dei costumi possa iniziare una nuova fase. In cui corpo e sessualità, prostituzione e libertà, responsabilità individuale non siano più brutte parole da mettere all’indice, ma confini su cui vale, sempre e comunque, la possibilità del singolo o della singola di scegliere. Sì, perché dopo tutti questi anni, dopo tutte queste discussioni, forse è davvero arrivata la volta buona per cambiare passo: se non ora quando?

Leggi anche:

Processo #Ruby: ora possiamo andare oltre il femminismo moralista?

2 pensieri su “Sentenza #Ruby, è anche la sconfitta di Se non ora quando”

  1. A me sembra però ci sia una contraddizione. Da un lato si chiede che Ruby & co non vengano giudicate, perché – mi pare di capire – si tratterebbe di uno sguardo dall’alto, poco empatico e solidale. E dall’altro si chiede però di rappresentare Ruby & co come individui capaci delle proprie scelte e non come “vittime” di una mancanza di cultura e di un rapporto di subordinazione con uomini vecchi e potenti. Dunque, sono responsabili o no delle loro scelte? Se ne sono responsabili, credo si possa riconoscere che c’è una qualche differenza tra chi si muove con disinvoltura nelle camere da letto dei vecchi potenti sperando di ricavarne vantaggi e chi non lo fa. Così come c’è differenza tra chi chiede una raccomandazione e chi no. Se invece ci si pone il problema delle condizioni di vita di questa persona, di quante opportunità avesse a sua disposizione, allora le si fa il torto di rappresentarla come una sorta di “minorata”. Senza polemica, come se ne esce?

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