Donna discretamente istruita, che non ha neppure l’alibi dell’ignoranza. Ha un figlio di otto anni e su di lui riversa ogni tipo di attenzione. Non so se e quanto abbia una buona e soddisfacente vita sessuale, ma vive di questo rapporto sublimato con il figlio che al momento sembra proprio non reagire. Diciamo che lo vedo abbastanza rincoglionito.
Pomeriggio tra mamme con relativi figli. Figlio e una bambina litigano. Si spintonano a vicenda. Interviene la madre che proclama lo stato d’emergenza. Lei può spintonare lui ma lui non può spintonare lei. Inizia il sermone feminist/patriarcale, un incrocio che purtroppo resiste soprattutto quando becchi donne che non hanno risolto molte contraddizioni con se stesse.
Il bambino se ne resta immobile ad ascoltare questa madre che gli dice che non deve fare male alle donne, da grande potrebbe fare male alle donne, manca che gli dica che in lui c’è il gene della cattiveria, poi rafforza il concetto dicendo che gli uomini sono più o meno tutti uguali, ma lui e lui soltanto dovrà aspirare a qualcosa di diverso, migliore, fantastico, e spompinando il figlio, regalandogli l’illusione che se fa come dice mamma sarà accolto nel regno dei cieli dove stanno gli eletti, lo condanna a crescere con una identità monca, amputato nella sua ricerca autodeterminata, al punto che da grande, se gli andrà bene, avrà maturato un tale senso di colpa da indurlo, per espiare, a mozzarsi il pene.
Passa mezzora e il bambino, che deve subire le angherie di quella piccola e perfida compagna di giochi, non potendo reagire in alcun modo, dovendo restare lì, immobile, da sorvegliato speciale per via del suo sesso, si annoia e si ritira tra le braccia della madre. Lei sta chiacchierando con un’amica e il bambino arriva proprio mentre lei sta raccontando di un tale che l’avrebbe offesa in qualche modo. Lo coccola e poi, per dare sempiterna dimostrazione della disponibilità del figlio, esibendolo come un fenomeno da baraccone, gli dice “tu la difendi la tua mamma, vero?“.
Il bimbo è giustamente un po’ stranito ma ad ogni modo annuisce e così matura l’idea che difendere se stesso da una bambina molesta non va bene, difendere la mamma, in quanto donna, invece si. E qui mi chiedo se ‘sta madre si renda conto di quanti chilometri di paternalismo ha appena sollecitato e se davvero ha voglia di trasformare questo bambino in un futuro tutore intento a sorvegliare i corpi delle donne. Tra l’altro, l’attimo prima gli hai detto che lui è uno geneticamente violento e il momento dopo gli suggerisci che potresti affidargli la tua vita? Delle due l’una: o è un incontenibile violento o è una persona affidabile che ti lascerà vivere. Sempre che quello che tu gli stai chiedendo è di accompagnare i percorsi altrui, da persona solidale, e non di controllare e sorvegliare ergendosi a giudice e stronzissimo tutore. Nella mia ipotesi penso lei gli stia riproponendo un vecchio compromesso: tu sei un maschio violento per natura ma se sfoghi la tua violenza per difendere me io ti sarò riconoscente a vita. Ed ecco realizzata la vecchia fiaba del cavaliere e della fanciulla fragile in cerca di un protettore.
Schizofrenia a parte diciamo che la faccenda si fa ancora più confusa quando la madre parla del figlio come del futuro fidanzato della bimba stronza, lasciando intendere che lui avrebbe dovuto anteporre il di lei interesse al proprio. Ed è a quel punto che il picciriddo un po’ stranisce e guarda la bambina come a voler dire “col cazzo che mi metto con quella lì“. Seguono minuti di silenzio e visto che il bambino/marionetta non risponde ai comandi della madre, così preoccupata di vincere l’imbarazzo davanti all’amica, allora fa l’unica cosa che farà dire al bimbo anche la cazzata più cazzata di tutte. Lo bacia, lo ri-coccola e lei parla di lui in terza persona, come se neppure fosse presente: “perché lui le donne le proteggerà, non è vero? anche la compagnetta devi proteggere“. Lui si irrigidisce, lei continua “Vabbè che ora la vedi così, è una bambina, ma quando è grande e bella poi ti voglio vedere come le correrai dietro” e parte con la mistica della fica cresciuta alla quale nessun uomo può mai dire di no. Dunque una bimba stronza resta stronza, ma se poi diventa una femmina fascinosa allora quel figlio non dovrà tanto tenere conto del suo carattere ma dell’effetto che ella produce sui suoi ormoni. Praticamente gli sbobina il manuale del perfetto sessista in due secondi netti.
Il bambino si ribella, mugugna, riesce a dire anche un “no“. E qui servirebbe descrivere un mini saggio sui conflitti che nascono dall’incapacità di comunicare a partire da chi parla senza mai ascoltare, al più ti sputa contro se non accetti di parlare sottovoce per non disturbare, perché tutto quel che importa è avere ragione sull’altro. Zero empatia e disponibilità. E se questa cosa avviene tra adulti figuriamoci cosa mai può accadere in una relazione tra adulta e bambino dove l’adulta non fa altro che vedere il bambino come riflesso di se’.
Il picciriddo si sente poco accettato e molla la presa della madre e va a rintanarsi in un angolo. A me viene in mente che un bimbo così da grande pagherà l’educazione ricevuta e dato che gli hanno insegnato che le femmine non hanno mai alcuna responsabilità, sono sempre buone, non dicono mai sciocchezze, darà la colpa a se stesso e per un tempo infinito dovrà sborsare fior di quattrini per un buon psicoterapeuta.
Della complessità delle relazioni con i genitori, i figli, prendono coscienza quando sono molto grandi. Mi chiedo: questa signora beddamatresantissima, ha già elaborato la sua parte di storia o ancora è ferma alla mera sopravvivenza?
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Eretica, lo sai che stavolta hai raccontato l’indicibile, vero?
La fondamenta del muro che stai abbattendo. Beh, mano ai picconi!
i know. 🙂
Io credo che molto più facilmente questo bambino diventerà un misogino, magari un misogino silenzioso ma non un tutore…
L’autoconservazione secondo me prevale alla lunga sul bisogno di gratificazione sociale… di certo di misogini forgiati esattamente così ne conosco e ne ho conosciuti una marea.
Mi spiego meglio, questo descritto è l’esatto meccanismo che fu instaurato per la creazione dei cavalieri nel medioevo e che da allora si utilizza sempre come metodo di coercizione morale e sociale nei confronti di chi si viene etichettato come “bestialmente pericoloso”.
Il punto però è che il cavaliere fa il cavaliere ma esige una paga, la società patriarcale pre-industriale costringeva i maschi al ruolo di cavalieri ma al contempo li pagava con vari e diversificati vantaggi di genere legali, per cui riconosceva loro i vantaggi della responsabilità e non solo gli svantaggi.
La società contemporanea esige dal maschio la stessa “addomesticazione funzionale ai bisogni sociali” ma dimentica di dare la paga per tale onere, ed è per questo che il nominato cavaliere di turno, non vedendosi retribuito prova a prendersi da solo ciò che crede spettargli in maniera prevaricatrice e violenta e se rimane incastrato in un ruolo che addossa ad egli tutti gli oneri del cavaliere ma nessun privilegio del cavaliere, diventa semplicemente un misogino, in una forma deviata e miope di ribellione all’autorità.
Ma la devianza e la miopia della misoginia non sono colpa esclusivamente del singono misogino, sono anche colpa di una collettività che nega nei fatti la possibilità al singolo maschio di ribellarsi in maniera autodeterminata ai ruoli di genere a lui imposti.
Se questo articolo l’avesse scritto un individuo con il pene tra le gambe, sarebbe stato considerato un articolo maschilista e misogino già di suo alla meglio, alla peggio non sarebbe nemmeno stato decodificato dal cervello di chi ci fosse incappato, come un foglio bianco… e chi dice di no è ipocrita.