Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze

#Gaza: femministe silenti e marketing militare israeliano

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Le bombe cadono su Gaza e molte femministe tacciono. Oppure si occupano di altre emergenze. C’è sempre la violenza sulle donne da mettere in primo piano, e io posso anche concordare, non fosse per il fatto che se ti casca una bomba sul cranio sarà violenza pure quella. Chissà perché però ho visto pochi balli, canti, girotondi e pensieri devoluti in direzione di una violenza sistematica che coinvolge un intero popolo sacrificato all’interesse di un occidente neoliberista che per avere due grammi di petrolio e il controllo del medio oriente piuttosto tratterebbe le donne che si oppongono a ‘sta cosa tutte quante come terroriste buone da rifarcisi l’immagine di santi, eroi, invece che degli speculatori che in realtà sono.

C’è poi l’altra emergenza, si, certo, perché è importante ragionare in questi giorni del fatto che bisogna nominare l’assessorA invece che l’assessorE, allora faccio presente che la guerrA finisce con la A, giusto per motivarvi un briciolo di interesse, perché se non avete colto il fatto che prima delle vocali dobbiamo aggiustare il monopolio economico in mano ai tiranni, potete anche far finire con la A tutte le parole del mondo ma il punto è che la merdA, per quanto sia motivante leggerla al femminile, sempre un po’ merdA resta. Dunque la ministrA, che si occupa di relazioni estere e di armi ed eserciti e che non dice un cazzo su quello che succede di brutto in giro per il mondo, non compie certo un lavoro migliore rispetto a quello che compirebbe un ministrO. Così la soldatA non farà cose migliori rispetto a quelle che fa un soldatO.

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Negli anni ho visto poche donne, di quelle che amano i percorsi separati, quelle che i compagni sono brutti e cattivi in quanto maschi, le stesse che sono pronte a esprimere un parere sul culo esposto altrui o che rintracciano motivazioni per produrre critiche sull’universo mondo, a prendere parola in queste circostanze. A dire e pensare e divulgare e provare a pronunciare l’impronunciabile, ovvero l’oppressione, la colonizzazione, l’aggressione, economica, militare, alla fine siamo sempre più o meno le stesse. Le altre sono lì ad operare una dissociazione innanzitutto mentale quando per i fatti che non gli convengono non riescono neppure a dirsi un minimo sconcertate, perché non colgono il nesso che esiste quando c’è da ragionare di violenza.

Eppure dovrebbe essere semplice. Cosa può esserci di complicato da capire se non il fatto che alla fine ci ritroviamo sempre con signore che usano le lotte sulle questioni di genere senza indagare sulle intersezioni? Prudentemente tacciono sulle vittime altrove. Prudentemente rafforzano l’idea che il mondo arabo sia fatto di estremisti, terroristi, e l’unica maniera in cui ragionano di donne altrove, piuttosto che dare spazio alla loro rabbia e voce, è quella che vorrà vederle in quanto vittime non già dell’oppressore d’occidente, del capitalismo, e anche del silenzio di tante persone opportuniste, ma del maschio arabo e della loro religione.

Perché di praticare cripto-neocolonialismo non sono mai stanche, giacché non è neppure la prima volta che leggo o ascolto donne che fanno guerre da tastiera senza fine, quando c’è da ragionare sui corpi delle donne, di sessismo e cose simili, e poi fare considerazioni sul fatto che la donna palestinese in lotta al più avrebbe assimilato metodi machisti e invece quanto è figa la donna israeliana, parlando della sua presunta libertà, dei diritti civili di cui gode un gay in Israele, come se non sapessero che tutto questo si chiama pinkwashing e che non c’è modo migliore, ormai, per legittimare la tirannia che proclamarsi liberatori di identità sessuate senza scalfire di un millimetro la questione di classe e l’intolleranza nei confronti di altre etnie e culture.

C’è un popolo che resiste dietro un muro costruito per restringere gli altrui spazi di democrazia. C’è un popolo che subisce un embargo economico senza eguali, impoverito, massacrato, limitato in qualunque sforzo di emancipazione. C’è un popolo che viene oppresso da chi controlla ogni cosa e non tollera che altrove ci sia qualcuno che pratichi altre religioni e che si rifiuta di essere sottomesso. Se dici queste cose ti danno dell’antisemita anche se non lo sei, ma non si può insistere ancora, oggi, legittimando una ideologia vittimaria che rende la presunta ed eterna vittima, il governo di Israele, perennemente giustificabile, mai soggetto a critiche. Quell* che sono stat* oppress* possono diventare oppressori, questo è un fatto che va riconosciuto.

Allora inviterei chiunque a pronunciarsi in merito, perché la violenza va pronunciata, da qualunque parte essa provenga, anche se arriva da chi si dice perennemente “vittima”. Bisogna dire, indagare, raccontare, per quel che possiamo, anche se non abbiamo figli che crepano sotto le bombe, anche se non abbiamo visto un check point in vita nostra, bisogna dirlo, perché se non lo dite, la prossima volta che vi infervorerete sull’entità della colpa dell’autore di un manifesto sessista, o quando stabilirete aggravanti per quell@ che ha parlato di donne senza rispetto per l’ortodossia, io sarò lì a ricordarvi che questa volta, si, questa volta voi non c’eravate.

Infine: forse vi può interessare questo aspetto, dato che al di là della figa non avete altri interessi, perché a fare la guerra sono anche le donne, come si può vedere in basso, e QUI trovate una descrizione seria sul metodo israeliano di fare marketing all’esercito con una cura dell’estetica della guerra per generare “icone di pubblico gradimento”.

Tsahal: soldatesse giovani e carine che si addestrano, si impomatano reciprocamente il viso di terra e giocano safficamente alla guerra. E’ un esercito che, a partire dal nome, dovrebbe essere solo di difesa, invece ha sempre attaccato. E’ un esercito composto da immigrati: cittadini ebrei statunitensi e, per la stragrande maggioranza, cittadini ebrei ex-sovietici, chiamati con promesse di denaro e terra da apposite rappresentanze israeliane all’estero adibite al reclutamento e alla riunificazione della diaspora, i cosiddetti “centri di cultura ebraica”.

E’ un esercito che svolge un’azione militare riconducibile a pretese religiose (come le guardie svizzere, ma un po’ meno gay). E’ appoggiato e armato quasi totalmente dagli Stati Uniti e gode del quasi assoluto silenzio internazionale perché risentiamo ancora dell’inconscio senso di colpa della shoah e quindi non ci è possibile la critica nei confronti degli ebreo-istraeliani… ma torniamo alle ninfette lanciagranate che, proprio perché assurte ad icona, non vengono mai ritratte in sporchi compiti di azione militare reale ma solo nella sua accezione ludica, in cui l’unico sporco è il fango spalmato, non il sangue arabo.

E’ la loro rappresentazione iconografica positiva di tenere soldatesse al servizio della “Patria”, in un esercito di Difesa, che rivela tutta la negativa realtà di un esercito di occupazione e sterminio. Forse è proprio a partire da una simile rappresentazione estetica che va riletto il vero volto dell’esercito israeliano e del suo ruolo. Certamente anche in questa modalità estetica la donna viene usata per veicolare un messaggio, secondo l’ennesimo copione pubblicitario. Ma non è questo che più terrorizza. E’ il sapere che dietro queste organizzazioni propagandistiche ci sono altre donne (come ci sono nel marketing), a fronte di schiere di maschi che sono naturalmente propensi ad atteggiamenti e pensamenti fascistoidi.

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Leggi anche:

#Gaza: Le sfumature di rabbia di Rafeef Ziadah

Il comunicato di Queers for Palestine

Il comunicato di Bella Queer

Il comunicato delle Cagne Sciolte

#Gaza: la guerra è mancanza!

Slides sul Pinkwashing

Critica della Vittima di Daniele Giglioli

Intervista a Judith Butler su Ebraicità e critica del sionismo – da Lavoro Culturale

8 pensieri su “#Gaza: femministe silenti e marketing militare israeliano”

  1. Quindi stai dicendo che la battaglia sul linguaggio non va fatta? Forse c’è un dibattito antecedente a questo articolo che mi sfugge (a parte la presentazione, con anche la Boldrini, di “donne, grammatica e media”)?
    Concordo che si possa avere una posizione critica sull’atteggiamento istituzionale che non prende posizione sulla Palestina ma che questo comporti un disprezzo per la battaglia sul riconoscimento del sessismo nel linguaggio mi pare qualunquista. Non c’entra né la merdA né la guerrA se quando si parla di me desidero che non si usi il maschile. Le due cose non si escludono, e riconoscere il problema delle soldatesse e del pinkwashing non è in contrasto con la richiesta legittima di un linguaggio, e quindi di un immaginario, diverso, anzi. L’obiettivo si pratica da più punti e il legittimo conflitto con un femminismo istituzionale spesso miope o moralista non è un buon motivo per sparare a zero contro altre battaglie giuste.
    (Il discorso della Boldrini sul linguaggio si riferisce alla presentazione di un lavoro del collettivo di giornaliste Giulia, che io stimo molto)
    Un saluto
    Irene

  2. discutere di ministre e assessore è facile, di questione israelo-palestinese niente affatto. perchè a esprimere un giudizio sulla violenza di genere, sul declinare i titoli al femminile, siamo capaci tutti. per parlare di quello che sta accadendo bisogna aver studiato, essere ifnormati, avere un background culturale non da poco. e per questo piuttosto che dichiararsi ignoranti si preferisce parlare d’altro. io invece la mia ignoranza la dichiaro, e leggo con molto piacere discussioni e articoli su questo argomento, proprio perchè un’opinione voglio averla e non voglio voltare la faccia verso argomenti più semplici e meno spinosi.

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