La famiglia bugiarda

Nelle famiglie c’è un livello di menzogna che a volte garantisce a tutti una parvenza di normalità. Dove tu vedi una normale famiglia composta da un padre, una madre, due figli, perfino un cane, tra quelle mura accade invece che lui è un debole padre padrone, lei una che tenta di aggiustare l’apparenza e i figli possono fare due scelte possibili: mentire e fare parte del clan o dire la verità ed essere evidentemente espulsi.

Il mio caro fratello era quello che mal sopportava di reggere il gioco ipocrita di tutta la famiglia, invece io ero parte della squadra. Sapevo trovare balle clamorose per giustificare il babbo quando non voleva parlare con qualcuno. Sapevo dire al mondo che mia madre era la più meravigliosa donna del mondo alle vicine di casa. E tutto questo non era affatto gratis perché ero perfettamente ricambiata. Così mia madre raccontava alle vicine di eventuali mie prodezze di cui non sapevo un cazzo e mio padre mi supportava con il prof di matematica che ogni tanto lo chiamava per dirgli che ero una sfaticata.

Cos’è la famiglia? Un branco in cui tutto funziona fino a che vige l’omertà e tutti quanti si comportano secondo principi di lealtà e complicità. Il fatto è che più crescevo e più diventava difficile mentire. Quel che dovevo fare era un esercizio di dissociazione non da poco. Qual era la mia parte? Figlia di una famiglia perfetta, con tutto quel che mai potessi desiderare, sogni perfettamente realizzati e genitori di un altruismo senza pari. La verità era invece un’altra cosa. Mio padre era un isterico, collerico, che si infuriava per qualunque cosa. Picchiava il cane per sfogare la sua rabbia e quando gli girava picchiava pure noi. Ogni scusa era buona per urlare, intimidire, ricattare, infierire sulle nostre povere vite. Mia madre pensava di poter gestire la situazione a suon di menzogne. Tante menzogne. Mentiva a mio padre per non farlo arrabbiare. Gli mentiva sul prezzo del caffè, su quello della carta igienica, sul costo di una bolletta, perché se arrivava da pagare anche un euro in più allora lui passava in rassegna ogni lampada ed era in grado di far studiare me e mio fratello con le candele. Gli mentiva anche su quel che facevamo, quando tornavamo, se uscivamo oppure no, e se per caso mio padre ci beccava a fare quel che secondo lui non dovevamo fare allora mia madre mentiva ancora e diceva che lei non sapeva proprio niente ed era stupita tanto quanto lui.

I voltafaccia di mia madre sono stati talmente tanti che non potete immaginarlo. In tutto ciò a noi figli restava il nostro carico di segreti. Mai dire al babbo che mio fratello faceva la pipì a letto. Mai dirgli che io avevo un sintomo di qualcosa che lo potesse dispiacere. Mai dirgli che avevo una cotta, un ragazzo, che avevo dato e ricevuto un bacio, che c’era qualcosa di diverso che avrei potuto fare. Noi vivevamo nel regno dei No e non avevamo alcuna scelta se non quella di mentire.

Crescendo mi sono resa conto che anche altre famiglie erano protette da mille menzogne ma, chissà come e chissà perché, mi sembravano sempre migliori e io avevo voglia di mostrare al mondo aspetti che mi potessero fare considerare più “normale”. D’altronde se cresci in una famiglia in cui tutto quel che ti succede è sempre colpa tua finisci per pensarlo davvero e allora ti vergogni, ti vergogni tanto.

Io mi vergognavo di essere quella che non sopportava gli urli, la ragazzina che arrossiva perché troppo mortificata da un padre che mal digeriva ogni minima esibizione di vanità, quella che non si sentiva troppo intelligente perché talmente terrorizzata all’idea dell’interrogazione che dopo ore e ore di studio si lasciava prendere dagli attacchi di panico e non riusciva ad andare avanti. Voi non immaginate quanti 4, 5, 6 –, ho preso perché l’insegnante pensava che io non fossi preparata e quelle volte erano le uniche in cui, pur dicendo la verità, non venivo mai creduta. Io sono brava, davvero ho studiato, ma sono piena di paure e non riesco ad affrontare niente perché mio padre non fa che dirmi che sono una fallita e mia madre mi dice che non mi servirà a niente.

Non so se riuscirò mai a tirare fuori tutto il dolore accumulato, ma ora che è morto mio padre mi viene tutto in mente. E’ come se questa famiglia abituata a mentire e a corrispondere i suoi capricci ed i suoi cambiamenti d’umore non riesca più a trovare il modo di raccontarsi la verità.

Siamo seduti a tavola, io, mia madre e mio fratello, lei insiste ancora raccontando balle su un passato glorioso e una nostra, ipotetica, magnifica infanzia e io e mio fratello ci troviamo stranamente sulla stessa lunghezza d’onda. Inizia lui, da sempre fuori dal clan, a dire che non è possibile che ancora si reciti quella finzione. Guardaci, mamma, ma vedi come siamo ridotti? Non essere riusciti ad affrontare la verità quando era necessario farlo ci ha trascinati in un tempo infinito fatto di mille bugie. Come possiamo dirti, senza ferirti a sangue, che i tuoi ricordi sono tue proiezioni? Come possiamo dirti che hai mentito così tante volte che pensi che le menzogne siano verità?

Guardaci mamma, siamo due sconfitti. Mio fratello a cercare ancora di colmare il vuoto che deriva dal fatto di essere stato disconosciuto, ignorato, trascurato, a volte insultato perché osava dire la verità e io che non so ancora come pronunciare la verità senza sentire la mia carne squarciata da ferite da troppo tempo sopite. Ma lei continua e per chiudere la cena chiede se il mio grande e meraviglioso lavoro va bene e io capisco che si riferisce a chissà cosa, giacché per tutta la vita mi hanno insegnato a vergognarmi di me stessa, e dico che faccio la cameriera e mi dispiace. Mi spiace per lei, perché l’ho delusa, perché mi sento una persona a metà e perché potrei vivere di quel lavoro senza frustrazione e invece mi sembra di percorrere una strada obbligata, la stessa che mi ha imposto mio padre.

– No, cara, tu non fai la cameriera. Non eri impiegata in quello studio medico…?

Mamma, no, questo è quello che tu hai detto alla tua vicina di casa, non so neppure perché l’hai fatto, e io ho dovuto perfino confermarlo. Io faccio la cameriera e non potrei fare più di così.

Mamma scuote la testa, sorride, poi parla con mio fratello e dice che c’era quel bel mobile che mio padre le aveva comprato per piazzarlo nel soggiorno. Non era vero. Il mobile lo aveva preso mio zio e quando mio padre lo trovò disse che era uno spreco.

Invidio tanto mia madre perché riesce, a modo suo, immersa com’è nel suo mondo, a preservarsi dal dolore. Io e mio fratello, invece, siamo sempre svegli, lucidi e presenti a noi stessi e ci sentiamo maledettamente soli. Perché dire la verità ti regala solitudine. Questa è la legge di tutti i branchi. Per essere meno soli e più accettati socialmente bisogna mentire. Non è forse questo che ci hanno insegnato mamma e papà?

Ps: questa è una storia vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. 

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Comments

  1. Senza arrivare a questi eccessi un pochino di questo è vero per tutti e in tutti i gruppi stretti, persino se non sono la famiglia (pensa ai partiti o alle compagnie d’amici)

  2. Anch’io ringrazio chi l’ha raccontata, e l’ha fatto così bene! Solo una cosa: garantisco che non è che coloro la cui famiglia non mente neanche ai vicini o conoscenti se la siano passata meglio, eh!!! Garantisco: il vero punto è un altro, come ben sai…!
    Besos.

  3. Mi chiedo e vi chiedo: ha senso insistere a cercare un dialogo autentico con i componenti della famiglia che scelgono più o meno consapevolmente di vivere nella finzione? O, una volta che uno la propria consapevolezza se l’è dolorosamente costruita, non ha senso a un certo punto accettare i familiari per come sono se non hanno intenzione e probabilmente non saprebbero proprio uscire dalla finzione? che si fa in una situazione del genere? mi metto anche un attimo dalla parte di chi la finzione ha contribuito a costruirla per ignoranza e per incapacità a fare diversamente.

  4. tutte le famiglie costruiscono bugie. e per un attimo ti avevo presa sul serio. ma comunque. nella nostra famiglia si mente per proteggere. per non deludere. per mascherare ciò che di noi crediamo non andrebbe bene agli altri. piccole bugie, per lo più bianche. io ho imparato molto in fretta a farlo. non mi è mai pesato. le mie per lo più sono mezze verità e piccole omissioni. poi è nato mio fratello. da sempre in grado di scrutare nei segreti più reconditi che la gente nasconde sul fondo degli occhi. e il peso delle nostre reazioni a ciò che era lui lo ha costretto a inventare bugie. una dopo l’altra. sempre più grandi.

    nulla è stato pi bello che sentirgli raccontare finalmente la verità. nulla è stato più doloroso.

    oggi manco io. i miei genitori non credo sarebbero in grado di affrontare le loro. ma le mie bugie iniziano a starmi strette. un giorno forse. le distruggerò.

  5. Tanto dolore in qualche modo non è stato inutile se il risultato è una persona così intelligente, lucida, capace di introspezione e analisi, piena di sensibilità.
    Non posso fare a meno di essere certa che un giorno smetterà di essere infelice e la potrà vivere,con consapevolezza, la sua vita, e amare ed essere amata. Molto più di tanti altri.

Trackbacks

  1. […] La famiglia bugiarda – Al di là del Buco. […]

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