Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Violenza

#Gaza: la guerra è mancanza!

palestineseinguerraNon ho una notizia. Non sono a Gaza. Non sono uno di quei bambini che crepano sotto le bombe. Non vivo la colonizzazione, l’apartheid, la guerra. Sono arrabbiata e mi sento impotente. Provo a immaginare come deve essere e vorrei andare oltre la retorica e non so se sono in grado di farlo. Quando penso alla “guerra”, anche se oggi non credo sia di questo che a Gaza stiamo parlando, mi viene in mente la parola “mancanza”. Forse è un momento in cui ti manca tutto. Senza preavviso.

Ti mancano le cose, le tue cose, il tuo ossigeno, il tuo letto, la tua televisione, il tuo phon, i tuoi occhiali. Ti mancano gli assorbenti e penso al sangue che scorre lungo le gambe a fiotti perché le mestruazioni non seguono il tempo della guerra e della pace. Il sangue non si inibisce alla vista di altro sangue.

Ti mancano le culle perché le donne incinta prima o poi dovranno pur “sgravare”, come animali che non potranno fermare le doglie e proveranno a schivare i colpi senza interessarsi agli altri morti e proveranno a raggiungere un buco, un riparo, un appiglio per buttare il proprio figlio tra i detriti e i cadaveri. Ed è sicuro che rimarrà lì, ucciso alla vista di tanto orrore prima che per colpa dei proiettili.

Ti manca lo shampoo, perché sono certa che a qualcuno mancano le cose più sciocche, e senza lo shampoo i capelli puzzano. Ti manca il calore della tua stanza, le foto della tua festa di compleanno, quella dove eri così bella, con il vestito nuovo che ti aveva regalato tuo padre. Ti manca tuo padre, perché nel frattempo qualcuno ha deciso che la vita di quell’uomo era superflua. Un effetto collaterale ragionevole.

Ti manca l’elettricità e non puoi ricaricare la batteria del tuo cellulare. Senza quello non sai come comunicare. Non puoi trovare gli altri che forse soffrono della tua mancanza. Ti mancano gli elettrodomestici, il quotidiano, un giornale, quello che potrebbe dirti cosa sta succedendo e ti mancano i libri perché il fuoco e le bombe non risparmiano proprio niente, neppure la cultura.

Ti manca la vista della tua città dall’alto. Con le case oramai sventrate e il mare che sembra ribollire come se qualcuno lo avesse racchiuso in una pentola messa sul fuoco per la cena.

Israele-PalestinaTi manca un bagno, una doccia, uno specchio, un pettine, un rubinetto per lavarti le mani. Ti manca un cesso per poterci pisciare dentro. Per poter depositare merda. Eppure non c’e’ merda sufficiente se non hai mangiato abbastanza. Perché quello che hai visto tutt’attorno non lo hai digerito ancora. Ti manca la carta igienica e senti il culo che ti prude perché non c’e’ neppure l’acqua e tenersi la pelle sporca ti fa sentire un tutt’uno con le macerie. Sei polvere, sei carne marcia, quasi morta, come tutto il resto.

Ti manca il cibo. Hai sete e fame. Ti mancano quelle scarpe che ti piacevano tanto e passi una intera giornata a scavare tra i resti della tua casa distrutta perché se ritrovi quelle scarpe la tua vita ricomincia anzi ritorna com’era. Esattamente uguale al giorno in cui quasi l’hai perduta.

Ti manca quella vicina stronza che ti ha sempre messo in croce per i vestiti che indossavi. Te lo ricordi? Come l’hai presa in giro, povera donna, mentre ti diceva di coprire le gambe e i capelli e le spalle.

Ti manca un appiglio mentre trovi qualcuno che approfitta del caos per farti quello che forse non ti avrebbe fatto in altri momenti. Quando si sopravvive si pensa di avere il diritto di trasformare ogni mancanza in furto.

Ti manca l’aver paura perché quando ti abitui alle esplosioni, alla vista dei cadaveri, alla puzza di carne bruciata, smetti di aver paura. La paura ce l’hai nelle vene e nella pelle. E’ già diventata parte di te e non ci sarà più modo di liberartene.

Ti manca la tua medicina contro l’asma. Quella che ti viene per l’allergia alla polvere. Che di polvere ce n’e’ così tanta che non c’e’ proprio modo di trovare un angolo pulito.

ominoTi manca il respiro perché ti abitui a trattenerlo così a lungo ‘ché per non morire è bene fingere di essere già morte. E trattieni e ritrattieni capita che smetti di respirare e diventi trasparente, quasi l’ombra di te stessa. Poi impari a non essere più neppure quella. Allora ti manchi tu o quel fantasma che eri diventata e cominci a stancarti di soffrire di mancanze. E vuoi morire per davvero o vuoi vivere in cima a tutto.

Io non vivo la guerra, ma quando ci penso mi viene in mente la parola “mancanza”. Dal luogo sicuro nel quale mi trovo mi manca la capacità di capire come può un popolo che ha subito la shoah fare la stessa cosa ad un altro popolo. I palestinesi non hanno più uno Stato e se qualcuno mi privasse del diritto di vivere dove voglio sono certa che potrei perfino affezionarmi al concetto nazionalista di patria, che odio e che non mi appartiene.

Togliere qualcosa a qualcuno procura la sublimazione del ricordo. Persino gli arabi non integralisti finiscono per innamorarsi dell’adorazione di Allah. Anche se è una religione che somiglia a quella cattolica e che a volte toglie diritti ai laici.

Ecco cosa manca, più di tutto: l’umanità e la pace. Perché in tempi di pace i laici non sono schiacciati dal dovere di schierarsi tra una parte e l’altra. Perché in tempi di pace i laici e le laiche possono essere liber* di esistere. Perciò sia chiaro che le vittime di questa guerra non stanno solo in Palestina.

Ps: Quello di cui parliamo è un altro muro da abbattere, un muro che non rappresenta la frontiera ma la misura dei metri sottratti ad altra gente per soddisfare i colonizzatori. Se non sapete cosa significa essere confinati dietro un muro, con gli occupanti che vi misurano l’aria e i pensieri, allora avete poco da parlare ma se lo sapete, e a maggior ragione se la stessa cosa è capitata a voi, direi che non potete ignorare come sia assurda la campagna di demonizzazione di tutto un popolo che viene sterminato sotto gli occhi di tutti eppure viene ancora chiamato “terrorista”. Terroristi sono chiamati, quando c’è da giustificare azioni militari, quelli che dissetono, resistono e vogliono respirare. Ma la politica del terrore è fatta da chi intimidisce tante persone e restringe sempre più i loro spazi. E poi c’è la guerra, così come amano definirla quelli che sganciano bombe su gente che non ha altrettante armi. A voi tutto questo sembra giusto?

—>>>Vi suggerisco la lettura di un post di Fastidio sull’estetica della guerra israeliana e di queste Slides sul Pinkwashing. C’è poi, sempre, la Critica della Vittima di Giglioli in cui lui riflette parecchio su quel che significa l’ideologia vittimaria per la legittimazione delle “politiche” guerrafondaie israeliane.

—>>>Vi traduco sommariamente alcune frasi scritte da Noam Chomsky.

E ‘un omicidio!” “L’incursione e il bombardamento di Gaza non cercano di distruggere Hamas. La decisione israeliana di procurare morte e distruzione a Gaza, l’uso di armi letali del campo di battaglia moderno contro una popolazione civile indifesa, è solo la fase finale di una campagna di pulizia etnica contro i palestinesi che dura da decenni.

Israele usa sofisticati jet di attacco e navi da guerra per bombardare densamente affollati campi profughi, scuole, palazzi, moschee e baraccopoli per attaccare una popolazione che non ha forza aerea, nessuna difesa aerea, nessun marina, armi pesanti, nessuna unità di artiglieria, nessuna armatura meccanizzata, nessun comando di controllo, nessun esercito … e questa cosa qui la chiama una guerra. Non è una guerra, è omicidio.

Gli israeliani restano nei territori occupati e dicono che sono loro che devono difendersi. Ma questa “difesa” è solo l’azione continuata da parte di militari occupanti contro una popolazione che da anni resiste per non essere schiacciata. Se stai occupando militarmente una terra straniera non si chiama “difesa”. Si chiama in un altro modo.

 

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6 pensieri riguardo “#Gaza: la guerra è mancanza!”

  1. Tragiche e vere riflessioni. Quello che viene di nuovo a mancare adesso è una prospettiva di pace, che sfugge ancora una volta dopo mesi di trattative. E questo è il gioco di tutti i soggetti peggiori in campo: della dirigenza israeliana e purtroppo anche di Hamas. Perché Hamas sapeva che lanciare i suoi razzi non sarebbe servito praticamente a nulla, militarmente: quasi tutti neutralizzati prima che tocchino terra (ed è una fortuna). Ma probabilmente il disegno, compreso il rapire e uccidere tre giovani israeliani, era un altro. La prospettiva cercata sull’immediato non era quella militare ma rimettere vite sull’altare dei fanatismi. Le vere vittime sono sempre coloro che non vorrebbero morire per alcuna idea ma vengono uccise per le idee altrui. E si chiude così un altro tentativo fallito di accordi, si riapre un’altra delirante carneficina per il popolo palestinese.

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