Antiautoritarismo, R-Esistenze, Storie, Violenza

Lo stalker

Si dice che si è più severi e giudicanti con le persone che ci ricordano noi stessi. Chi soffre di dipendenze non tollera persone che hanno lo stesso problema. Chi ha un problema di violenza non tollera chi è violento. E’ un modo per sconfiggere il male che è dentro di se’, per prenderne le distanze, per non prenderne atto, per elevarsi rispetto alla condizione di chi resta in basso. Un modo per dire che tu no, tu sei intero e quell’altro, invece, ha un sacco di problemi.

Non c’è giudice peggiore di chi è profondamente violento, io l’ho imparato a mie spese, perché quando l’ho conosciuto lui era l’amico perfetto, un uomo comprensivo, incline ad avere un atteggiamento rassicurante e protettivo nei confronti di quella che gli sembrava vittima. A lui serviva una come me. Gli serviva una donna da difendere, perché così poteva sentirsi migliore e non rimettersi mai in discussione. A lui serviva una donna che potesse diventare il suo riflesso più gratificante.

Mostrare indipendenza, con uomini del genere, è una cosa imperdonabile. Perché tutto funzioni tu devi dargli modo di tirar fuori l’armatura scintillante, la spada affilata, affinché lui possa bearsi del fatto che combatte per te. Se dici che non ti serve e che farai tutto da sola o, peggio, che non hai alcun bisogno di essere difesa in ogni caso, allora, non sei funzionale al suo bisogno.

Credo di avergli rifiutato un consiglio, anzi, una imposizione, lui che voleva salvarmi da non mi ricordo cosa, convinto di sapere di me più di quanto io stessa avessi mai compreso, e io gli dissi no grazie, andava tutto bene, poteva tenersi il suo aiuto e continuare la sua banale esistenza. Per uno come lui, abituato a ritenere che una donna dovesse fare solo ciò che ordinava, tanto bastò a fargli ritenere di avere il diritto di farmi violenza.

Che dire di lui? Avrei saputo solo più tardi che quest’uomo era un bugiardo. Mi aveva raccontato di avere una perfetta relazione con una donna e di essere perfino padre di un figlio piccolo. A giudicare dal tempo che impiegava al computer poi compresi che quel figlio, se mai ne aveva avuto uno, era affidato alle cure della madre e quella donna era solo una, l’ennesima, delle sue vittime.

Arrogante, sadico, se si sentiva rifiutato, e rifiutare il suo aiuto per lui significava metterlo all’angolo, così iniziava lo stalking pesante. La sua modalità era tipica di chi ti molla un pugno facendo in modo che tu pensi perfino di essertelo meritato. Così faceva con sua moglie e così fece anche con me. Mille battute al giorno riferite a sua moglie, per farla sentire una merda ogni secondo, e mille parole offensive e di disprezzo riferite a me.

Come un violento qualunque, questo sacro difensore delle donne, inventava parole su parole per darsi una motivazione per colpirmi meglio. La sua maniera di colpire era tipica di chi fa violenza psicologica. Mi sottraeva autostima, colpo su colpo, oggi un giudizio pesante, domani una battuta velenosa, il giorno dopo ancora un giudizio severo per dire che io non valevo niente. Un colpo dietro l’altro, e quando mi vedeva sanguinare, vacillare, era lì a farsi beffe di me, a sfottermi, dicendo che piagnucolavo, che ero vittimista, che ero una che l’accusava di violenza per evitare le sue “critiche”, e ancora continuava, colpo su colpo, pugno dopo pugno, parola dopo parola, lasciandomi segni indelebili nell’anima al punto che un giorno, quando tentai per l’ennesima volta di difendermi da lui raccontando in pubblico quel che era successo, disse che ero io quella cattiva, la pazza, quella che scambiava per accanimento e prassi persecutoria un normale atteggiamento critico.

Lui che mi toglieva aria per respirare, che mi metteva in cattiva luce con tutte le mie amiche, per isolarmi, lui che si irritava se smetteva di avere su di me il controllo, perché lo stalker vuole esattamente questo: tenerti in un angolo affinché tu non possa sottrarti ai suoi pugni, senza poter scappare, mentre lui insiste puntandoti il dito addosso e rimproverandoti che sei tu l’essere più abietto sulla faccia della terra.

La mossa del violento affinché la sua violenza riesca, se tu sei oggetto della sua ossessione e se tu sei quella che lui vuole psicologicamente seviziare, è quella di beccare una persona fragile, che forse ha già avuto una esperienza di violenza, perché intanto potrà simulare di essere un salvatore e quando lei invece mostra di poter vivere senza il suo “aiuto” è lui che prende il posto del violento e la sua, credetemi, è una violenza assai peggiore.

Lo stalker “salvatore” è quello che non ammetterà mai di essere un violento. Può capitarti di ascoltarlo mentre dice cose pessime su uomini che feriscono le proprie mogli. Il suo giudizio è definitivo, basato perfino solo sulla sua percezione. Lui mette in atto uno scontro estremo con l’altro da se’, quello che lo riguarda sebbene lui lo neghi, e così immagina di vincere. Non c’è violento più violento di chi accede alla fiducia di una donna fingendosi un cavaliere per poi averla in pugno e manipolarla a proprio piacimento.

Non mi vergogno di dire che ho avuto mille sensi di colpa, davvero per un po’ pensavo che fosse mia la responsabilità, che in qualche modo il male ricevuto fosse perfino una illusione, me l’ero immaginato, ero davvero matta. E mentre vacillava la mia sicurezza e quest’uomo continuava con accanimento a sferrare pugni, o a motivare altre persone affinché facessero lo stesso, con battute cattive, la derisione, il dileggio, altra violenza, pensai di non valere più niente. Pensai di non meritare l’amore di nessuno. Pensai fosse opportuno mettere fine alla mia vita.

Tentai il suicidio un sabato mattina, mentre il sole splendeva caldo e sentivo una bella musica in sottofondo. Prima che lo chiediate, vi dico che è complicatissimo suicidarsi, perché ci vuole una buona dose di coraggio, una soglia alta di tolleranza al dolore e quel che è indolore non ti fa mai morire del tutto a meno che non decidi di riempire la casa di gas mettendo a rischio la vita di molte altre persone. Sono tutte cose alle quali pensavo, accuratamente, mentre immaginavo una maniera per liberarmi da quella tortura. Mi sembrava l’unico modo per rispondere e reagire a quell’impotenza che mi immobilizzava, mi lasciava in una fase sospesa che avevo bisogno di risolvere almeno con me stessa. Se solo lui avesse smesso di colpire avrei potuto, forse, ricominciare. Ma lui non smetteva. Non smetteva.

Il mio tentato suicidio non fu così efficace ed ottenne l’effetto di dare un altro motivo di derisione al violento che a quel punto immaginò perfino di potermi imputare con certezza la malattia mentale. Vedi? Sei tu la pazza. Tu hai dei problemi. E vorresti dare a me la responsabilità?

Al mio risveglio però qualcosa era cambiato. Come si fosse rotto il filo di dipendenza che realizza quella strana empatia tra lo stalker e la sua vittima. Non ero più sotto il suo controllo. Le sue parole non mi ferivano più e finalmente riuscivo a vederlo per quello che in effetti era: un povero coglione frustrato e acido che non faceva che accanirsi contro le persone che lui sentiva fragili. Un tiranno stronzo come tanti che non faceva altro che fuggire da se stesso, che umiliava e mortificava il genio altrui e che aveva solo una cosa che gli riusciva bene in senso creativo: la merda che tirava fuori alla mattina.

Mi sentii libera, diversa, con la consapevolezza che non avermi più sotto il suo controllo lo avrebbe fatto diventare ancora più violento e che a quel punto avrei dovuto denunciarlo o comunque dirlo a gente che si occupasse davvero di lui. Per prima cosa lo denunciai per diffamazione, poi con l’avvocato, una donna bravissima, considerammo anche di denunciarlo per stalking. Così scoprirono che lui era un volgare bugiardo, uno che tra l’altro per ottenere la fiducia delle sue vittime creava profili falsi al femminile che parlavano benissimo di lui. Un idiota depresso che non aveva mai combinato un cazzo in vita sua. Io invece ho ancora tante persone che mi vogliono bene e non capiscono come io possa essermi fatta demolire da lui.

Il mio consiglio semplice è questo: quando conoscete qualcuno, nel mondo reale o anche sul web, e costui vi dice di essere il padre eterno, prima di dargli fiducia abbiate chiaro il fatto che in giro c’è gente che potrebbe farvi male. Non vi sto dicendo che là fuori c’è il lupo cattivo. Vi sto dicendo che proprio nei contesti a voi più familiari, dove eventualmente potreste rintracciare affinità, potreste beccare persone non perfettamente ben intenzionate. Fate attenzione soprattutto agli uomini che pretendono di essere premiati immaginando che basti dire tutto quello che vorreste sentirvi dire, perché credetemi, se mai domani mostrerete indipendenza e direte che a nulla è valsa la loro interpretazione, che non vi interessa la loro opinione e che la pensate in modo differente, non ne uscirete letteralmente vive. Buona fortuna, sorelle. Buona fortuna a tutte.

Ps: questa è una storia di (quasi) invenzione. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

Un pensiero riguardo “Lo stalker”

  1. Anche se sono un uomo, ahimè, ho subito stalking. Uno stalking più leggero e dagli esiti meno disperati di quelli raccontati qui, ma comunque abbastanza forte da permettermi di leggere con una certa consapevolezza questo post.
    Credo che per evitare certe situazioni si debba riuscire ad avere ben chiara la dignità di persona libera che tutti abbiamo per diritto naturale. Solo alla luce di tale consapevolezza è logico e immediato non permettere a nessuno di annientarci in quel modo.

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