Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Di femminismi, anti-moralismi e lotta contro la violenza di genere

Ho letto un post di Loredana Lipperini e mi trovo abbastanza d’accordo sul pezzo di analisi che propone quando parla della necessità di cambiare linguaggio, superare la dicotomia donna buona e vittima/ maschio cattivo e carnefice, ed evitare che il discorso sulla violenza venga risucchiato da chi lo brandizza e lo normalizza ad uso e consumo di schemi securitari e nuove riproposizioni conservatrici e patriarcali. Parla della scelta di Zeroviolenza.it di cambiare nome e mentre c’è chi, giustamente, dato il clima da coltello tra i denti che esiste a cura di gente che usa il femminismo per massacrare quelle che stanno personalmente sulle ovaie, avverte della necessità di un ombrello che io, già da molto tempo, ho aperto per provare, anche se a volte invano, a pararmi dagli schizzi di merda, c’è Loredana che amplia la discussione in direzione di quel che a lei sembra essere l’analisi adeguata al dibattito corrente.

Io devo dire che non mi trovo molto d’accordo, in questo caso, e glielo dico con molto affetto, con lei, con le conclusioni del suo post e con alcune delle persone che la seguono e la commentano e che, tra l’altro, sono lì sulla sua bacheca facebook, da quel che vedo, con lo stesso coltello tra i denti a monitorare che la narrazione dell’antiviolenza sia adeguata alla “causa” giacché altrimenti potrebbero scatenare l’inferno. Non sono d’accordo perché quello che lei dice in questo post legittima perfettamente quelle modalità dalle quali lei dice di prendere le distanze. Legittima quelle che va bene tutto purché si parli di violenza, quelle che evidentemente sono moraliste, quelle che non ammettono la descrizione di alcuna complessità nelle questioni di violenza e io so perfettamente che lei tratta invece quei temi con intelligenza e delicatezza non comuni.

In occasione dell’ultimo scambio in rete su un corpo di donna attorno al quale si è realizzata una forma, a mio modo di vedere, estremamente violenta di censura intellettualizzata e argomentata, si sono toccate punte di paradosso allucinanti quando si è detto che il corpo delle donne non sarebbe neppure delle donne, riportando la lancetta dell’orologio alla fase in cui si ragiona di corpo come corpo sociale, da consegnare alla tutela dei patriarchi e dei paternalisti o delle tutrici e moraliste che passano in rassegna ogni tuo gesto per insegnarti cosa è giusto o cosa è sbagliato. In quella circostanza qualcuna scriveva che il femminismo moralista non esiste. Invece esiste e l’antimoralismo nasce in reazione a quello che negli ultimi anni, e Loredana questo lo sa bene, ha spostato la discussione femminista e antiviolenta sempre più a destra.

E’ quel femminismo della divisione tra le donne per bene e quelle per male, lo stesso che immagina, per l’appunto, il corpo delle donne come corpo sociale attorno al quale realizzare una serie infinita di dispositivi securitari a protezione, è quel femminismo lì che è in parte causa di una deriva nel discorso antiviolenza che propende verso la banalizzazione, la normalizzazione, la anestetizzazione e la richiesta costante di una unità tra donne che lascia soccombere la differenza di classe, di etnia, di identità politica.

Ancora di recente abbiamo visto quel femminismo provare a tirare su la testa, nonostante i danni che ha causato a tutte noi, sfruttando gli ultimi delitti targati femminicidio, di nuovo, per innescare l’ordigno dell’emergenzialità, per dare lezioni morali alle figlie, per solleticare l’ego di uomini il cui contributo richiesto è paternalista, ieri la maglietta al calciatore e oggi la fascia a lutto per i calciatori, e a fronte di tutto questo non si può certo negare che esista un femminismo che esigeva ed esige una risposta ferma, dura, fortemente critica che riporti l’asse del discorso al giusto verso, dove si parli di autodeterminazione, della violenza di genere che avviene non già soltanto quando a morire di morte violenta è una femmina, intesa come risorsa riproduttiva e di cura così come la intende il governo, ma nella sottrazione di diritti costante che viene perpetrata nei confronti di molte persone sulla base dei ruoli di genere che ti vengono imposti. Perché è comodo parlare di “femminicidio”, termine oramai brandizzato che è funzionale alle componenti catto/fasciste istituzionali e di governo, e non parlare mai di quel che significa imporre una gravidanza non voluta, massacrare la vita di gay, lesbiche e trans, perseguitare le sex workers, spesso migranti, con ordinanze moraliste (le pro/decoro) e securitarie, attribuire agli uomini come unica via quella di agire solo entro la dicotomia tutore/carnefice.

E’ comodo parlare di “femminicidio” e “corpo delle donne” se non si spende una sola parola per parlare di diritto di cittadinanza per i/le migranti, per parlare di precarietà e lavoro, di reddito e casa e di tutori dell’ordine che ti fanno a pezzi nelle piazze o ti sgomberano se occupi un edificio che non serve a nessuno e dove provi a ricavare un tetto per te e la tua famiglia. Comodo parlare di “femminicidio” se non si discute di dipendenza economica e ancora è comodo ripulirsi la bocca dicendo di essere schierate dalla parte delle “vittime di violenza“, presentandole come soggetti asessuati, utili al capitalismo, feticci passivi, psicofarmaci sociali per una Italia che non sa trovare altrimenti senso; è comodo parlare di tutto questo se poi fai diventare la lotta contro la violenza sulle donne un semplice dispositivo del potere e se imponi uno schema paternalista che sottrae alle donne l’opportunità di operare una soluzione a partire da se’, dall’esperienza, la riflessione, l’elaborazione che le stesse donne fanno.

Basta soltanto andare a leggere quel che giustamente ha sottolineato Nadia Somma per capirlo e trovo perciò, finalmente, molto condivisibile la scelta che lei annuncia, per esempio, quando dice di voler risputare indietro l’elemosina che arriverà ai centri antiviolenza, perché è chiaro che il ragionamento deve svelare una nuova autonomia, un minore appiattimento sulle posizioni istituzionali e una dimostrazione di forza che in una famiglia in cui c’è un padre padrone (Stato) che ti propone una minima paghetta, senza alcun riconoscimento per il tuo lavoro, il rifiuto e la orgogliosa e autodeterminata rivendicazione di autonomia è la reazione minima che ogni donna dovrebbe avere per dire “tieniti la tua paghetta… tu non mi servi… io mi salvo da sola“.

Allora il punto è che se si bolla come “antifemminismoantimoralista” un contro discorso a tutto questo direi che, a parte pronunciare un giudizio popolare tra alcune, lo stigma ricade su quel che invece ti serve per evitare che domani ti ritrovi un’altra parete di bambole di pezza che dovrebbero rappresentare me, vittima di violenza, a cura di un tot di aziende che inaugurano una sfilata di moda. Lo stigma ricade su quelle che lottano contro chi esaspera il dibattito in direzioni di una misoginia violenta laddove viene detto alle donne che se non la pensano come certune sono né più e né meno che delle zoccole. Lo stigma ricade su chi vuole evitare che sulle donne pesi un giudizio normativo a cura di quelle che in maniera squadrista (altro che unità e sorellanza) ordiscono la sconfitta della nemica femminista chiamandola nelle modalità più oscene per toglierle diritto di parola, credibilità e legittimità, e tutto perché la loro visione ultra/moralista, ovvero di chi impone una propria visione morale su tutte le altre, stabilisce che di violenza si parli in un modo solo.

Vedi, cara Loredana, se non ci fosse stat@ chi ha parlato, per prima, e qui parlo anche di me, di brandizzazione dell’antiviolenza, di uno spostamento del discorso a destra da parte di quelle stesse donne che esaltano il maternage, incluso quello istituzionale, quelle che “donna è bello“, con tanto di perenne proposizione delle quote rosa, quelle che l’unica prevenzione è la galera, oggi, forse, vedresti le ragazze precarie a fare ancora la òla alle moraliste per ogni manifesto sessista bruciato e censurato. Perché quello di cui parlo, ed è cosa della quale tu sei perfettamente consapevole, è una pulsione forcaiola che attendeva di spostare il ragionamento culturale securitario galvanizzando folle di ragazze che invece che pensare alla propria precarietà partono con i forconi in mano immaginando che libertà sia tirare giù quel manifesto, spegnere una trasmissione televisiva, dunque censurare invece che fare controcultura e produzione di un altro discorso. Se non si fosse realizzata una decostruzione, di quello che era ed è, per tentare di aprire un minimo varco che riconducesse la discussione al punto che ci riguarda per davvero, oggi certamente non avresti neppure di che ragionare di presunti “narcisismi”, dove ci sono scelte di libertà che le altre tentano di censurare, o neppure di squadrismi da parte di quelle che non sanno rinunciare alle proprie certezze neppure se quelle certezze sono perfettamente funzionali al patriarcato e ai poteri.

Se non si fosse fatto un discorso diverso non ci sarebbe stato bisogno di aprire gli ombrelli, non si sarebbe palesato alcun conflitto, politico, al di là delle miserie adoperate contro specifiche persone, e tu sai che la rimozione del conflitto nei femminismi è conservazione, è tendenza reazionaria e questo è un male, in special modo se quella rimozione avviene in un contesto in cui c’è un solo femminismo che pretende di essere egemone e che disconosce qualunque altra espressione autodeterminata di lotta delle donne. In Italia siamo al punto che se non la pensi come alcune non solo ti tolgono il patentino da femminista, ma ti dicono che sei a libro paga della maschilisti organizzati s.p.a e che a momenti non sei neppure una donna, e lì rivelano, certune, una transfobia che se i movimenti italici fossero un po’ più queer la vedremmo ancora con più chiarezza. E se dunque questo è il filo del discorso che in Italia si racconta, se perfino tu, per ragioni politiche e, sono certa, mai personali, liquidi un discorso alternativo come cosa che non va bene, che è un po’ come dire che il cambiamento va bene ma non troppo, mi chiedo quale sia il timore, l’insicurezza. Mi chiedo dove resti quel femminismo in cui non si liquidi come scontro tra fazioni o come negativo di per se’ un discorso che lascia emergere conflitti politici, differenze, che qui dovremmo saper affrontare in modo sereno. Perché vedi, e qui rispondo più alle tue commentatrici che a te, se il timore più grande è che le donne non restino, ancora, tutte amabilmente unite, mi chiedo quando e se tra femminismi si avrà la maturità di leggere una differenza di opinioni senza ritenerla un’offesa personale, perché tanti di quegli umori che giustamente tu stigmatizzi sono dati da questo.

Io vedo un movimento che manca di maturità, che non sa gestire i conflitti e che non accetta le differenze. Io vedo donne che se non la pensi come loro ti tolgono il microfono di mano (credo sia successo a Paestum), in altre circostanze ti insultano, a volte in branco, ti tolgono il saluto o, alla peggio, finiscono per perseguitarti ossessivamente con una marea di infamie che ti accompagnano ogni giorno. Se in un contesto così immaturo c’è chi riesce a portare avanti un discorso politico lucido senza che la diversità sia ritenuta un’offesa personale è già un miracolo. Allora io separerei il ragionamento più politico da una analisi dello stato di quel che compone il movimento dei femminismi italiani, in special modo se l’analisi deve riguardare i micromondi che agiscono sul web, ad esempio, totalmente ignari del fatto che la discussione tra donne, quella realizzata in real mode, assume per fortuna più spesso toni assai meno apocalittici. Diciamo che in Italia gran parte del discorso femminista, se non è funzionale al contesto partitico e istituzionale, resta lì a dilaniarsi alla ricerca di una direzione salda che viene data dalla accademica di turno. Quando interviene un punto di vista critico la risposta immediata è quella che ti sputa fuori dal branco. Se dunque per “unità” si intende rimozione del conflitto, pensiero unico, quell’unità è chiaro che sta stretta a tante.

Cara Loredana, infine, in questi mesi, come tu sai, mi sono sentita dire molto spesso che se un ragionamento femminista piace agli uomini, quelli critici con il femminismo istituzionale, allora vorrebbe dire che quel ragionamento non è abbastanza femminista. E’ dunque è sempre quella la soglia? E’ quello il punto? Alla perenne ricerca di una purezza del discorso femminista che con timore normalizza una critica forte, la stabilizza entro le soglie date dal sistema, la addomestica per far rientrare nello schema giusto quei soggetti che non si mettono in discussione mai? Siamo ancora al punto per cui l’unico consenso accettabile da parte degli uomini è quello di derivazione paternalista? E in ogni caso, chissenefrega a chi piace o no quel che una femminista dice. Un ragionamento indipendente è indipendente, attribuirgli negatività perché non piace giusto a quelle che da quel ragionamento vengono viste in senso critico a me parrebbe un po’ contraddittorio. Io mi preoccuperei, per esempio, di sapere che quel che scrivo piace a quelle che parlando di “femminicidio” fanno leggi repressive in cui tra una botta contro i NoTav e uno svuotamento di contenuti del discorso antiviolenza ti scippano parole d’ordine, una lotta, e poi si incazzano pure se tenti di riprendertela.

Sono del parere che bisogna rovesciare il discorso pubblico e per farlo serve coraggio. Serve anche rischiare l’ostracismo, si, certo, e capisco che questa cosa non tutte abbiano voglia di farla, ma un discorso critico è sganciato da logiche di conservazione dell’ordine esistente o della propria posizione in seno al gruppo. Un discorso critico becca porte in faccia, improperi, impopolarità, viene tacciato di eresia, e sono queste conseguenze che io trovo bruttissime se messe in atto in un movimento che si ritiene laico. Perché prima di tutto l’autodeterminazione, che non è la libertà di scegliere di essere come me ma è libertà di scelta e basta, e poi la laicità, sono cose per me irrinunciabili. Se un discorso femminista, in Italia, non si riesce a fare se non mandando in malora questi due principi, di chi è poi la responsabilità?

Non so. Rifletto ad alta voce. Potrei scrivere altre cose. Mi fermo qui. Con un abbraccio, sempre, a Loredana, da parte di un’Eretica.

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