Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Storie, Violenza

Ti stupro per il tuo bene

Non ho un corpo. Sono invisibile. Se mi si vede troppo può succedere qualcosa di male.

Io ho un corpo e voglio che si veda, perché poter essere visibile in una società dove tutt* vogliono che tu sparisca è un fatto di libertà.

Non ho un corpo e quel po’ di corpo che si vede viene censurato, controllato, monitorato, moralizzato.

Dice mia madre che non devo fare troppo tardi la sera.

Dice mia nonna che non devo passare per luoghi in cui stazionano gli uomini.

Dice la mia amica che vestire in modo disinibito è segno che non sono una brava ragazza. Poi non potrò lamentarmi per il fatto che qualcuno mi fa del male.

Sapevo tutte queste cose ma non temevo di avventurarmi perché ho fiducia nel mondo e negli esseri umani.

Mi piace indossare abitini corti, fa caldo, è estate, le donne stanno in bikini al mare, perché in città dovrebbero sconvolgersi per due cosce al vento?

Dice mio padre che devo fare attenzione alle persone con cui parlo. Dice anche che se succede qualcosa, se ho un timore, mi devo rifugiare presso la persona più rassicurante che ci sia. Di queste cose mi ricordo sempre, sono le prescrizioni affinché io resti in vita.

Quando ho varcato la frontiera del mio paese pensavo che non avrei avuto grandi problemi. Dalle mie parti sono incivili ma nel posto in cui vado, pensavo, sono colti, istruiti e vogliono fare del bene.

Pensavo che varcando la frontiera mi  sarebbe stato possibile, finalmente, tornare a fare rivivere il mio corpo. Sono visibile. Esisto. Posso mostrare quello che voglio.

E’ sera, cammino lungo una strada fatta di vetrine luccicanti, guardo le cose belle esposte, penso che un giorno forse potrò perfino comprarle. Immagino che la mia vita migliorerà. Deve essere così.

Ho varcato la frontiera non senza difficoltà ma ora è tutto a posto. Vedrete che meriterò il vostro permesso di soggiorno. Baderò ai vostri bambini e ai vostri vecchi. Svolgerò lavori pesanti e forse, un giorno, qualcuno si accorgerà della mia intelligenza, della mia disponibilità e mi darà una possibilità.

E’ sempre così quando migri da qualche parte. Apri il tuo cuore e le tue braccia pensando che di là c’è gente che ti accoglie e che è sincera.

Dopo qualche tempo mi è stata data l’opportunità di dare una mano ad un uomo che si occupa di immigrati. Ha un’associazione che prende contributi dalle istituzioni e si occupa di molte cose. Un uomo buono, una persona bella, uno di quelli ai quali, come diceva mio padre, avrei dovuto rivolgermi all’inizio.

Di nuovo ho pensato che almeno con lui il mio corpo potesse tornare ad essere visibile. Spalle dritte e testa alta e il mio abito più bello.

Me lo trovai addosso, il mio grande salvatore, il generoso benefattore dei poveri cristi come me, e quando dissi che non era giusto, perché avevo fatto tanta strada per esercitare il mio diritto ad essere visibile, mi resi conto del fatto che stavo recitando una teoria che mi avevano messo in testa i miei colonizzatori.

L’hanno messa in testa a tutti. A mia madre e mia nonna quando dicevano che le persone buone sono quelle che vengono a darci un po’ di elemosina. A mio padre che diceva che la mia salute doveva essere affidata a persone che lui reputava migliori perché di altre culture e altre terre. A tutti quelli che mi avevano messo in testa che cambiare nazione potesse restituirmi un po’ di libertà.

Non è così. I salvatori, i colonizzatori, non sono mai quelli che mi permetteranno di rendere visibile il mio corpo. Continueranno a pretendere di vederlo nascosto, lo stesso faranno le loro colleghe benefattrici.

Una bussò alla mia porta il giorno seguente, chiese perché non scendessi ad aiutare gli immigrati che avevano bisogno di più carta igienica e lenzuola. Dissi che ero stata violentata.

Sei così bella”  – disse – “prova a vestirti senza provocare“.  Non volle sapere altro. Anzi mi disse che “voi immigrati provate sempre ad approfittarvi delle persone che provano a farvi del bene… parlare così di un sant’uomo, dovresti vergognarti…“.

Il giorno dopo, non chiedetemi perché, andai da un mio contatto che ospitava ragazze in cambio di un piccolo affitto settimanale. Decisi di fare la prostituta. Se dovevo farmi toccare perché “sono bella” che almeno non fosse gratis e non mi chiedessero pure di lavare, spazzare e fare la schiava a tutte le ore.

Ci credete al fatto che dopo neanche un mese incontrai un’altro uomo “affidabile” che in cambio di un permesso di soggiorno pretese una prestazione sessuale gratuita?

Sapete cosa penso? Che l’industria del salvataggio dei migranti serve a molta gente. Molta. Ma non a noi. Sicuramente non a me.

Dimenticavo: presto tornerò a casa, dalla mia famiglia. Forse mi inviteranno a scomparire anche lì, vorranno dettare legge sul mio corpo, ma almeno non incontrerò chi mi dirà, dall’alto del proprio aspetto da colonizzatore occidentale, che quando mi stupra lo fa per il mio bene.

Ps: questa è una storia di (quasi) pura invenzione. Ogni riferimento a cose, fatti e persone è puramente casuale.

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