Antiautoritarismo, Autodeterminazione, Comunicazione, Critica femminista, Femministese, R-Esistenze, Violenza

Io non mi lascio rappresentare come una bambola appesa al muro!

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Ancora penso alla faccenda delle bambole appese a un muro, con il consenso di alcune femministe del luogo, nella Milano da bere, dove si sfila con gli abiti firmati, dove si realizza una riproposizione netta di stereotipi sessisti in quella che vorrebbe essere una campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne.

Perché mi fa così tanto male, chiedo a me stessa? Perché non riesco più a tollerare questo abuso, uso, questa speculazione selvaggia di quel che riguarda le vittime di violenza? Perché imploro che non si faccia business sul mio dolore, sul mio sangue, sulla vita e morte di tante donne? Perché ho la netta sensazione che queste “femministe” e altra gente sparsa, che oggi fa i braccialetti antiviolenza e domani grazie al brand #femminicidio ti vende un paio di mutande, non abbiano capito niente a proposito della violenza sulle donne?

E’ come se mentre il mio ex mi massacrava di legnate a un certo punto la trasmissione avesse dichiarato lo stop per i consigli per gli acquisti e subito spuntava una presentatrice con un grande sorriso e in mano un reggiseno, poi un abito grandioso, poi un accessorio di bijiotteria. E prima del colpo finale che mi lasciò quasi stecchita è come se qualcuno avesse detto, sempre con sorrisi e accompagnamento di jingle pubblicitario, “tu non osare morire struccata… usa la tua soluzione cosmetica di fiducia, c’è la marca XY per te che ti fa bella anche se sei un cadavere“.

Avete presente il film The Truman Show? Così mi sento. Così le donne che subiscono violenza oggi vengono considerate. Accessori di scena, comparse buone a giustificare un aumento di audience, pretesti per ottenere visibilità, per vendere, fare marketing, fare pinkwashing. A vantaggio di gente che in fondo vuole solo che io esibisca il pianto, il livido, il dolore, che metta sul tavolo la mia carne fatta a pezzi. La stessa gente che mi pare faccia il tifo affinché a me accada qualcosa perché così avrà un buon soggetto da fotografare, piazzare sulle prime pagine dei quotidiani, fare partecipare ad una trasmissione televisiva, esibire come mascotte istituzionale, tirare in ballo per pompare l’autostima di patriarchi usati come testimonial antiviolenza.

E’ la mia pelle. E’ la mia vita. E’ la mia elaborazione personale che sta andando a monte, perché me la stanno rubando, ed è una cosa che non posso permettere avvenga, mi capite? Capite quello che sto dicendo? Non me ne frega niente del fatto che c’è più gente che parla di violenza sulle donne se di questa violenza non hanno capito niente. Mi importa ricavare empatia, essere umano dopo essere umano, condividendo la mia complessità, senza essere costretta a stare schiacciata tra semplificazioni, boiate senza fine, marketing istituzionale e retoriche a sostegno di una ideologia vittimaria che non mi appartiene.

Non me ne frega niente neppure di dare un senso alla vita di fanatiche che sono violente di per se’ contro quelle donne che non la pensano come loro. Io sono mia e lo sono sempre. Lo sono quando vivo e anche quando rischio di crepare. E’ mio quello che accade al mio corpo. Mia l’elaborazione. Mia la narrazione. Mia la definizione della violenza che ho subito. Mia la soluzione che decido di praticare. Mio tutto quello che serve a raccontare me.

Definire mediaticamente il fenomeno secondo umori catto/fascio/nazional/popolari, e anche forcaioli e giustizialisti, impone a me di abbracciare questa o quella corrente di pensiero, autocensurarmi per non rischiare di offendere la morale comune, ma il mio dolore non è in comune, siete voi che lo avete reso tale e avete preteso, così, di spegnere le singole voci in nome di una non meglio precisata unità di intenti e narrazioni che finisce dritta a rappresentarci tutte quante su quel muro idiota, con quelle bambole oscene e una di quelle, pensateci bene, potrei essere io.

E’ tutto sbagliato. Io non so come altro dirlo ma continuerò a dirlo. E’ tutto sbagliato. E’ sbagliato l’autoritarismo di chi vuole giudicare la mia narrazione, sbagliato che sulla lotta contro la violenza sulle donne si sia ritagliato lo spazio per una cazzo di religione, come se non ne avessimo già abbastanza, e sbagliato che si dica che del mio corpo, la mia vita, il mio sangue, possa parlare chiunque meno me. Ed ecco, allora, cosa vi ritrovate: gli annunci propagandistici di un governo fatto da patriarchi e matriarche, securitarismi messi in atto in mio nome, il marketing che prende la mia storia, esige di cancellarne le specificità, le particolarità, affinché anch’io possa essere definita secondo un pensiero unico, su quel muro unico, con quella sembianza unica.

Posso dire un’ultima cosa? Col cazzo che io lascio che si parli di me come una bambola appesa al muro. E non ci sono vie di mezzo. Non ce ne sono.

Ps: Io i muri li abbatto. Non faccio da arredo alle pareti. Sulla parete metti cose da abbattere. Perciò chiedo: sono io quella da abbattere?

—>>>Sulle bambole leggi anche il post di Nadia Somma

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Un pensiero riguardo “Io non mi lascio rappresentare come una bambola appesa al muro!”

  1. la spettacolarizzazione della violenza sulle donne porta, non solo a distogliere lo sguardo dalla questione, ma la banalizza anche. Condivido in pieno tutto quello che c’è scritto qui. Col cazzo che mi lascio coinvolgere, preferisco continuare sulla mia linea, sul mio modo di agire quindi, piuttosto che omologarmi a quel linguaggio spettacolarizzato e deprimente.

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