Antiautoritarismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Storie, Violenza

Così funziona la “sicurezza” per le donne della mia città

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Tornando dal lavoro passavo sempre da una strada che era piena di luci e gente, piccoli bar aperti fino a tarda notte e musica che arrivava dai locali. Non mi ha mai sfiorato l’idea di aver paura, ero al sicuro, tra facce spesso anche conosciute e rumori che colmavano il silenzio. Poi arrivò l’ordinanza dell’assessore che si occupa del decoro urbano. Disse che per la strada non doveva esserci anima viva, niente musica, niente rumori, niente persone che bevevano sui marciapiedi, niente bar aperti fino a tardi, niente di niente. La strada diventò un mortorio e poi iniziò la campagna del terrore sui ladri immigrati, gli stranieri stupratori, voci che arrivavano attraverso le cronache perché io che continuavo a percorrere quel tratto non ho mai visto niente. In poco tempo installarono diverse telecamere, dissero che era necessario soprattutto per la tutela delle donne, raccontarono che il problema erano i tossici e gli immigrati che insistevano a voler restare a bere una birra sugli scalini della piazzetta.

L’assessore voleva ordine e disciplina e come non fosse già abbastanza si decise che doveva passare dalla strada una volante con le guardie che pensavano al bene dei cittadini. In una settimana beccarono un po’ di ragazzi che si facevano le canne, rastrellarono immigrati che dopo una giornata di sfruttamento provavano a rilassarsi con una birra in mano e uno in divisa mi fermò per chiedermi dove avessi intenzione di andare a quell’ora. Non vede che è pericoloso? Ci sono i drogati, gli extracomunitari, può stare tranquilla che qui tutto è monitorato ma se le succede qualcosa non sappiamo se siamo in grado di arrivare in tempo. Dissi che poteva stare tranquillo e mille grazie per la preoccupazione. Quelli che chiamava “drogati” li conoscevo quasi tutti ed erano ragazzi che non avrebbero fatto del male ad una mosca, e in quanto agli “extracomunitari” probabilmente c’era in mezzo qualcuno senza il permesso di soggiorno ma io non avevo mai visto quei ragazzi fare nulla per cui valesse la pena di incazzarsi.

Prima dell’assessore in quella strada c’era festa, non avevamo bisogno di essere sorvegliati e fotterci la privacy per amor di “sicurezza” ed è invece sicuro che le cose brutte succedono quando le strade sono deserte e non quando sono piene di persone che vogliono socializzare. Però il frastuono e quella gente non piacevano alle persone borghesi che vivevano negli attici. Troppo rumore, volevano dormire. Posso capirlo. Si poteva allora patteggiare per un orario che andasse bene a tutti, ma quando la ronda serale passava alla ricerca dei “drogati” o dei migranti non c’erano rumori. I ragazzi fumavano canne in un angolo in fondo a tutto e lo facevano senza rompere le palle a nessuno e i migranti, appunto, erano i primi ad andare a nanna perché il giorno dopo avevano la sveglia da sfruttamento alle 6.00 del mattino.

In quel silenzio e in quel deserto mi capitò una cosa che non mi era successa mai. Mentre camminavo per tornare a casa, in conclusione del mio orario di lavoro, ancora con la divisa da cameriera addosso, mi ferma un tale che mi dice che se non gli do i soldi mi ammazza. Non è straniero, non è neppure drogato, è solo uno stronzo o un poveraccio che tra l’altro conoscevo. Abitava in una casa del quartiere e già pensavo al momento in cui avrei detto a sua madre di restituirmi i soldi rubati. Gli chiedo di quanto ha bisogno, non ho ancora incassato lo stipendio e nella borsa ho molto poco. Mi dice che gli devo dare tutto e che se urlo mi fa male. E chi urla, dico io, figuriamoci, qui ci sono i vicini nobili che non vogliono essere disturbati, però ti avviso che se non la butti in scherzo ci sono le telecamere e tra un po’ passa la macchina delle guardie. Mi dice che se ne sbatte, tira fuori un coltello e anzi si fa più feroce. A quel punto mi incazzo, perché io lavoro come una matta per mille ore al giorno, guadagno un cazzo, sono una povera precaria, i soldi che mi restano mi bastano appena per sfamarmi fino al giorno di stipendio e questo tizio avrebbe dovuto scegliere una più ricca da derubare. Mi metto a urlare forte e non so come ma mi prende male quella cosa del coltello. Anche il coltello no. Questo qui ha un coltello, per favore intervenite, non mi vuole lasciare passare e io non voglio dargli i soldi.

Arrivano in sette, quattro immigrati e tre “drogati”, gli urlano di non rompere il cazzo e di lasciarmi stare perché sono una loro amica e quello scappa e scappa forte che più forte non si può. Mi riconcilio con il mondo, mi invitano a sedere sullo scalino, mi passano un sorso di birra e poi un tiro di canna, dopo una mezzora passa la macchina delle guardie e ci becca lì tutti assieme. La guardia anziana mi fa: “se io fossi suo padre l’avrei già punita e portata a casa a calci in culo… lo sa che rischio sta correndo? lo sa che se la lascio con queste persone lei rischia grosso?“. I miei nuovi amici lo guardano e poi ridono, perché evidentemente non capiscono di cosa cazzo stia parlando, e la risata non piace a quella guardia e chiede a tutti di identificarsi. Vuole i documenti per segnalare la nostra presenza. Nel caso per strada saranno commessi dei crimini sapremo chi cercare, dice con tono militare.

Gli do i miei documenti, provo a distrarli, so già che alcuni tra i migranti non hanno neppure il permesso di soggiorno, così almeno avranno il tempo di scappare, perciò gli mostro i miei documenti, poi arriva un altro “italiano”, un altro ancora, e poi ancora, e mentre ci becchiamo la ramanzina perché oramai siamo identificati in quanto “drogati” quegli altri hanno già guadagnato la strada e sono andati a fare festa altrove. Si affacciano i nobili signori che hanno richiesto quel servizio di sorveglianza e le guardie fanno cenno che è tutto a posto. Sento distintamente la castellana idiota che dice “non bastavano gli extracomunitari e i tossici… ora ci sono pure le puttane…“. Aspetto che finiscano di identificarci e di farci la paternale e infine andiamo via, tutti quanti, un braccio sulla spalla dell’altr@, e dopo esserci allontanati qualche metro ci scappa una risata.

Dopo un paio di giorni leggo che per il quartiere che mi riguarda hanno esteso l’ordinanza pro/decoro agli accattoni e alle prostitute. Per gli accattoni è ovvio che i castellani e le castellane trovino ripugnante la povertà; in quanto alle prostitute: se vedono passare, sostare, una donna “in abiti succinti e con un chiaro intento provocatorio” sarà multata a partire da una cifra di duecento euro in su. A parte chiedermi come si può parlare di “sicurezza” e spedire in periferia e al buio le sex workers che così saranno ancora più a rischio di sfruttamento e di violenze, mi viene in mente che la mia divisa è fatta di un abito molto succinto e se c’è in circolazione un tal Savonarola potrebbe scambiare anche la mia camminata per qualcosa di “provocatorio”. Se mi ferma la guardia dei costumi e della pubblica morale e mi impone la multa dovrò rimpiangere il rapinatore fallito che grazie a un solo urlo era scappato via?

Ecco com’è la questione della sicurezza per le “donne” nella mia città. E nelle vostre è uguale?

—>>>Le strade libere le fanno le persone che le attraversano<<<—

Ps: è una storia quasi vera. Grazie a chi me l’ha raccontata. Ogni riferimento a cose, fatti e persone, è puramente casuale.

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